Perché la CGIL chiama il mondo del lavoro alla lotta sindacale

 

Art.18 dello statuto dei lavoratori. Il presidente di Confindustria l’ha detto a chiare lettere: questa misura è il foro con cui incrinare e poi far crollare la diga dello Statuto dei lavoratori.

Le modifiche previste nella delega all’articolo 18, del resto, non prevedono affatto poche limitate eccezioni, come dice il governo. Un solo esempio: abolire la reintegrazione nel posto di lavoro in caso di licenziamento immotivato per chi passa da tempo determinato a tempo indeterminato significa in pratica abolirla per tutti i neoassunti. Togliere tutele ad alcuni non solo non crea spazi per darne di più ad altri, ma, come dice D’Amato, apre la strada a un progressivo abbattimento dei diritti di tutti.

E questo renderebbe tutti più deboli. Per questi motivi lo stralcio di questa norma è la condizione preliminare a qualsiasi trattativa sul mercato del lavoro. Il "mercato del lavoro". Quello disegnato nella legge delega e, ancor più compiutamente nel Libro bianco del ministro Maroni, è un mercato del lavoro destrutturato, deregolato, in cui ciascuno è più solo e il lavoro è una merce come un’altra, senza tutele, e il caporalato diventa legittimo.

La Cgil propone invece una vera riforma degli ammortizzatori sociali, che estenda a tutti, modulandole, le tutele attuali, rafforzandone il carattere solidaristico e l’efficacia in funzione della ricollocazione professionale. In questo senso il ruolo chiave è quello della formazione, che va garantita per tutti e per tutto l’arco della vita come nuovo diritto universale.

La Cgil propone perciò di riformare i rapporti di lavoro a contenuto formativo, valorizzando l’apprendistato per i giovani e sostituendo il contratto di formazione lavoro con un contratto di reinserimento per i disoccupati di lunga durata. Tutto ciò richiede una dotazione finanziaria crescente nel tempo, per arrivare, a regime, a un costo di 6 mila miliardi annui.

Il governo invece non destina risorse a queste voci e anzi riduce gli stanziamenti già esistenti La Scuola. Nel progetto Moratti l’istruzione diventa, da diritto garantito dalla Repubblica, merce consegnata al mercato. Si prevede una rigida separazione tra l’istruzione che conta (il liceo) e il rapido accesso al lavoro per migliaia di giovani. Per i quali viene anche cancellata la garanzia rappresentata dall’obbligo scolastico. La ciliegina è rappresentata dall’annullamento di ogni distinzione tra scuola pubblica e privata. La Cgil chiede invece risorse e finanziamenti per lo sviluppo della scuola dell’autonomia, che va difesa contro tutti i centralismi, quello dello Stato ma anche quelli delle Regioni.

Occorre difendere l’innalzamento dell’obbligo scolastico, contro ogni scelta precoce alla fine delle medie, e come condizione per cui ogni decisione riguardo alle superiori non voglia dire scelte rigide e gerarchizzate. La Cgil dice poi no al nuovo canale di alternanza scuola-lavoro, che ipotizza il lavoro senza contratto e senza diritti. Le Pensioni. Il governo ha preparato con la decontribuzione per i giovani prevista dalla delega, un futuro nero per tutti: per i giovani, per i lavoratori meno giovani e per i pensionati.

Questo per il futuro: ma anche per il presente, con la Finanziaria, non sono mancati danni. Troppi sono stati gli esclusi nell’intervento sulle pensioni al minimo, ne sono risultate svalutate le pensioni da lavoro rispetto a quelle assistenziali. A questo va posto rimedio. Per quanto riguarda le prospettive, la Cgil che, assieme agli altri sindacati, ha contribuito nel 1995 e poi nel 1997 a riformare il sistema previdenziale, chiede oggi che venga finalmente messo in condizione di partire efficacemente il secondo pilastro, la previdenza complementare.

Questo può avvenire attraverso l’utilizzo del tfr, che però deve essere volontario. Mentre il governo, con l’obbligatorietà, vuol mettere le mani sul tfr per altri fini, con la cartolarizzazione annunciata. Per quanto riguarda i lavoratori parasubordinati, poi, all’aumento dei contributi deve corrispondere un aumento delle prestazioni sociali, in particolare va introdotta una forma d’indennità di disoccupazione. Più in generale va rafforzata la tutela previdenziale per tutti i lavoratori "atipici". Il Fisco.

Con la Finanziaria, invece di diminuire le tasse, il governo alla fine le ha aumentate, soprattutto sui redditi medi e medio-bassi. Con la delega, che prevede due sole aliquote e annulla la progressività, si redistribuiscono le risorse a favore delle imprese e dei ceti più abbienti mentre si riducono quelle che finanziano lo Stato sociale. Per la Cgil invece la riduzione dell’imposizione fiscale deve andare avanti in modo equilibrato, mantenendo la giusta progressività del sistema e detrazioni specifiche per lavoratori dipendenti e pensionati, introducendo per questi ultimi apposite detrazioni che compensino la perdita del potere d’acquisto delle pensioni. Una parte delle risorse che in futuro si libereranno per la riduzione degli oneri del debito pubblico dovrà essere impiegata nella ricerca, nell’innovazione, nello sviluppo del capitale umano e in politiche sociali che ci facciano raggiungere gli standard europei. Il Mezzogiorno è il grande assente nell’azione del governo.

Occorrono politiche urgenti di riequilibrio nello sviluppo, con interventi mirati per il Sud e le aree depresse. Occorre rilanciare – e finanziare adeguatamente – la programmazione negoziata, le infrastrutture materiali e immateriali, per una spinta qualitativa allo sviluppo e all’occupazione. Occorre attrarre al Sud, con forti incentivazioni, investimenti dalle aree sature del Nord e dall’estero.

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