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Abbiamo alle spalle una stagione molto intensa di iniziativa della nostra organizzazione. Dal Piano del lavoro alla Carta dei diritti universali, sono state tante le decisioni assunte dalla Cgil e proposte alla mobilitazione delle lavoratrici e dei lavoratori. Ora si tratta, facendo tesoro anche delle indicazioni che avremo dalla Conferenza di Programma, di preparare in termini unitari il XVIII congresso nazionale della Cgil.

Senza trascurare naturalmente l’attività sul versante delle intese da costruire assieme a Cisl e Uil, all’interno di un percorso che ha visto una stagione importante di rinnovi contrattuali unitari e ha determinato la “fase 1” della vertenza sulle pensioni, che dovrebbe riuscire ad accompagnare anche la “fase 2” e ad aprire un negoziato con il Parlamento e il governo per un fisco più giusto e progressivo.

Un’attività complessa, anche al netto della considerazione che si possono e si debbono costruire politiche e iniziative unitarie, che sconta differenze di analisi strategica su molti temi importanti, come il ruolo del Jobs Act o le modalità con cui si affronta un processo di riunificazione del mondo del lavoro, ma anche valutazioni comuni su una strumentazione che non è all’altezza di un Paese come il nostro e che si è ormai trasformata in un autentico dramma sociale, in particolare nel Mezzogiorno.

Noi abbiamo costruito la proposta e l’iniziativa della Cgil in una stagione piena di difficoltà, in cui a prevalere è stata l’idea della disintermediazione, della scelta sciagurata di negare il ruolo delle organizzazioni di rappresentanza, ma anche del ridisegno delle forme politiche del nostro Paese, dell’alto astensionismo tra i cittadini e tra gli stessi lavoratori, al punto che, oggi, una quota significativa del lavoro attivo ha deciso di non esercitare il diritto di voto.

Un argomento che non può lasciarci indifferenti, tanto più in un momento in cui ci apprestiamo ad affrontare la scadenza importante delle elezioni per il rinnovo delle Rsu nel pubblico impiego, che interesserà oltre tre milioni di persone.

Nei prossimi mesi saremo chiamati a un grande lavoro di squadra. Dovremo essere in grado di rispondere in modo corale ai tanti impegni che ci attendono. Piano del lavoro e Carta dei diritti continueranno a essere le piattaforme su cui la Cgil manterrà l’asse strategico della sua iniziativa, tenendo assieme la battaglia contro la disoccupazione giovanile con la lotta alle diseguaglianze e l’affermazione dei diritti.

L’Assemblea generale del 10-11 luglio 2017 ha delineato il percorso di lavoro della Cgil per i mesi che ci dividono dal congresso. Con l’Assemblea generale, che terremo a Lecce il 14 e il 15 settembre, poco prima della quarta edizione delle Giornate del lavoro, e nel tardo autunno con la Conferenza di programma, definiremo l’insieme degli elementi strategici di riferimento necessari per preparare la discussione congressuale.

Avremo così tutte le condizioni per avviare l’organizzazione effettiva del congresso. A questo riguardo, voglio sottolineare l’impegno del gruppo dirigente della Confederazione a definire, prima dei percorsi congressuali, le regole dello svolgimento delle assise, con l’obiettivo di realizzare il massimo di partecipazione delle lavoratrici e dei lavoratori.

Ed è proprio dalla stagione della partecipazione che dobbiamo ripartire, ricordandoci che è stato esattamente questo – con la tornata di migliaia di assemblee e in seguito con la raccolta di milioni di firme – l’elemento trainante della campagna dei diritti e che sarà ancora fondamentale per affrontare le nuove sfide che abbiamo di fronte. Dobbiamo, quindi, utilizzare bene i mesi che ci attendono, avendo sempre come priorità assoluta gli interessi delle donne e degli uomini che rappresentiamo.  

Si dice che con il piano nazionale Industria 4.0 il nostro paese sia finalmente tornato a fare politica industriale. Ma davvero con questo programma l’Italia può riuscire a cogliere la sfida dell’innovazione? Lo abbiamo chiesto a Leonello Tronti, economista del lavoro ed esperto di economia della conoscenza: “È un passo in avanti significativo – spiega –, soprattutto se lo confrontiamo con la situazione precedente. Ma non basta. Dai tempi dal pacchetto Treu che ormai ha vent'anni si è fatta una politica industriale 'implicita' su due pilastri. Il primo era costituito da benefici fiscali e altri vantaggi economici per mantenere in vita anche le piccole e piccolissime imprese non competitive. Il secondo pilastro era quello del lavoro: continue riforme hanno favorito chi faceva competizione sui costi, essenzialmente nel campo dei servizi alla persona, anche con un certo accanimento direi.

E sul fronte della politica economica cosa è successo?

Dalla fine degli anni ‘80 si è scommesso sulla capacità del mercato di produrre crescita, sviluppo, occupazione. Però questa scommessa è andata persa. Oggi, il fatto che il paese si doti di un piano che ha delle risorse nuove, basato sulla collaborazione con le università e con i centri di ricerca e sul coinvolgimento delle parti sociali almeno in termini di monitoraggio, è il segnale di un’Italia che comincia a pensare al futuro. Che però, se non lo si accompagna, è un ospite sgradito, non si comporta bene una volta entrato in casa. Bisogna capirlo e prevederne le necessità: solo in questo modo può diventare un amico. Ma anche se riuscisse ad ammodernare molto rapidamente una parte consistente delle industrie italiane, il piano Industria 4.0 non sarebbe comunque sufficiente.

Che cosa si dovrebbe fare secondo lei?

Servono tre gambe. Accanto all’innovazione e alla produttività, serve la domanda e bisogna dare la possibilità alle persone che perdono il lavoro di trovarne uno nuovo.I due principali problemi sono quindi sul fronte della domanda e sul fronte del lavoro. Occorre porsi il problema di come possano riqualificarsi le persone che svolgono compiti automatizzati, ragionando in termini di formazione e di politiche attive. Ma, soprattutto, è necessario creare una domanda 4.0: se aumenta la produttività, chi compra i beni prodotti?

Andiamo con ordine. Quale sarà l’effetto sull’occupazione? La digitalizzazione porterà alla distruzione o alla creazione di lavoro?

C’è in effetti un problema di relocation della forza lavoro: in questo senso la società deve pagare un sacrificio nei confronti delle trasformazioni. Ma dire che ci sarà disoccupazione di massa è sbagliato. Io sono contrario alle visioni pessimistiche. Comunque dipenderà dalla domanda. Se cresce almeno quanto la produttività, l’occupazione può persino aumentare. Su questo non sappiamo nulla perché non possiamo prevedere con certezza l'evoluzione dei mercati internazionali e interni.

Il punto centrale è quindi la “domanda 4.0”. Come stimolarla? Un aumento della produttività può riversarsi nella redistribuzione dell’orario e nello stesso tempo nell’aumento delle retribuzioni?

Sì, la prima condizione è che ci sia domanda. Solo così si generano risorse che poi si possono spendere in modi diversi: a favore del cliente, riducendo i prezzi; a favore degli azionisti, aumentando i profitti; a favore dei dipendenti, con aumenti salariali o riduzioni dell’orario. E la crescita delle retribuzioni potrebbe a propria volta stimolare la domanda interna. 

“Il populismo è una risposta collettiva, pubblica e in un certo senso anche 'pubblicitaria', ai partito-cartello che vivono solo di leaderismo verticale. Riesce a organizzare una grande massa di persone intorno a parole d'ordine carismatiche e mette insieme tante anime diverse su un modello di destra come di sinistra. Là dove non c’è più il partito di classe, arriva quello populista. Nella frattura tra la democrazia elitaria da una parte, e i movimenti di questo genere dall'altra, sta prendendo vita anche una terza forma, il cosiddetto populismo della tecnocrazia, vedi Macron. Inquietante anch'esso, perché presume un' imparzialità che nella realtà non c’è”. È il ragionamento di Nadia Urbinati, politologa, docente di Scienze politiche alla Columbia University in un confronto a due con il segretario generale della Cgil Susanna Camusso.

Al centro della discussione (teatro il “Revolution Camp” di Montalto di Castro, qui il podcast su RadioArticolo1), il tema della rappresentanza e della partecipazione. “La democrazia – ricorda la docente ai giovani in platea– non è fatta soltanto dalla parte formale, quella cioè legittimata dal voto delle urne. C'è anche un'altra gamba altrettanto importante, ovvero la partecipazione delle opinioni, il sentirsi parte di uno stesso progetto. Ma questo secondo aspetto non si misura con i voti: è percepibile attraverso forme come le contestazioni, le raccolte di firme o le petizioni, il cui aumento negli ultimi tempi rispecchia senza dubbio un allontanamento dalla sfera istituzionale. Il problema è che i politici continuano a legittimarsi solo con la parte 'contabile', ignorando completamente la partecipazione informale”.

In questo scenario nel quale corpi intermedi possono ritrovare il loro ruolo. Già oggi la rappresentanza sociale oggi è più forte di quella politica se guardiamo i dati di affluenza alle elezioni: crollati per le amministrative, ancora molto alti – in media tra il 70 e l’80 per cento – nei luoghi di lavoro. Ma non è questione di numeri. “La politica – osserva Susanna Camusso – vive da anni nella convinzione di essere totalmente autosufficiente rispetto alla rappresentanza sociale come dimostrano i casi del Jobs Act e della Buona scuola approvati nonostante le proteste. Non si ascolta la rappresentanza, indipendentemente dal grado di consenso o di dissenso che i soggetti hanno”.

Da qui la volontà della confederazione di corso d'Italia d'intraprendere un lungo cammino attraverso la Carta dei diritti, il Piano del lavoro e i referendum: “Ci siamo trovati in un contesto politico nel quale le opinioni organizzate, fossero del mondo del lavoro, delle associazioni o delle imprese, non erano più un punto di interlocuzione. La legge d’iniziativa popolare e i referendum sono nati da qui, confortati poi dalla lunga campagna delle assemblee, più di 40 mila, in cui abbiamo incontrato qualche milione di lavoratori e di pensionati che ci hanno chiesto di non delegare ad altri queste richieste. L’altro elemento confortante è il grande sostegno dei cittadini: sui 4 milioni e passa di firme raccolte, la maggior parte sono giunte da non iscritti alla Cgil, vuol dire che abbiamo acceso un faro nella crisi del lavoro e della rappresentanza”. Insomma, è evidente che in questo clima non bastano più le forme normali e tradizionali dell'agire sindacale per ottenere un'interlocuzione, ma bisogna provare a mettere in campo anche cose nuove.

La Cgil andrà avanti, stiamo lavorando sui ricorsi per il referendum, agiremo in Corte europea rispetto ai licenziamenti individuali e collettivi. Ma vogliamo anche rafforzare gli strumenti tradizionali, cioè il legame diretto con i luoghi di lavoro, con il grande problema di come organizzare la massa di persone escluse”. La chiave è forse nella contrattazione, una risposta collettiva che rompe l’idea secondo cui il rapporto può svolgersi tra il singolo e il suo datore di lavoro. “In effetti – riprende Urbinati – in un mondo in cui prevale l'individualismo, tutto ciò che è organizzato e collettivo sembra perdere valore, ma solo l’associazione oggi può salvare la democrazia, divenuta impotente proprio a causa della crisi di partecipazione. I partiti sono in declino, vincono le individualità. Ma non dobbiamo dimenticare l'importanza della partecipazione, che nella radice stessa della parola implica l'essere di parte, cioè schierati, una cosa oggi vista in maniera negativa”.

Qui sta il senso della Carta dei diritti, un'alternativa alle politiche economiche per ricostruire il rapporto con le persone, se necessario anche con il conflitto che può far avanzare la democrazia. “Se oggi siamo tornati al punto che il figlio di un operaio non riesce ad andare all’università – conclude Camusso –, la nostra battaglia contro le disuguaglianze non può che essere rilanciata. Costruire la rappresentanza è fondamentale per dare forza alla voce collettiva, è la prima condizione per contrastare la frantumazione del lavoro. Non è vero che non c’è un alternativa alle politiche economiche degli ultimi anni, non è vero che la finanza può fare quello che vuole, nulla è ineluttabile. La rappresentanza collettiva serve a questo”.

 

Il tempo che dobbiamo vivere non lo possiamo scegliere, ma se potessimo farlo, il momento storico dove le idee, le aspettative e l’organizzazione della società sono fondamentali è proprio l’attuale, nel pieno della crisi economico-sociale iniziata nel 2007. Molti Paesi hanno recuperato le posizioni iniziali, ma la sensazione è quella di una crisi di paradigma, e ogni giorno ne troviamo una nuova conferma.

La crisi dell’Italia è più lunga e profonda di quella del 1929. In molti sostengono che viviamo una crisi della teoria economica, della politica, del capitale e del lavoro. Senza esasperare la già severa analisi, dobbiamo anche sottolineare che la crisi del capitale italiano non ha precedenti storici. Quando il capitale sceglie di consolidare il proprio profitto attraverso il residuo del costo del lavoro, che non è tra le principali voci di spesa delle imprese, vuol dire che ha rinunciato al proprio ruolo di agente economico del cambiamento.

La crisi del lavoro nazionale è innanzitutto una crisi del capitale. Sebbene abbia perso contatto con le grandi trasformazioni della società, il capitale nazionale è diventato anche “feudale”, trasformandosi in un vincolo per il Paese. La crisi del capitale, inevitabilmente condiziona il lavoro e la sua rappresentanza. In un certo senso, il capitale italiano è diventato il rentier agricolo di ricardiana memoria.

Il fatto è che non attraversiamo una crisi ciclica. Paolo Leon parlava in proposito di Storia. Non è la prima volta che accade, ma questa crisi (Storia) sembra più difficile da sciogliere. Il dibattito politico e sociale richiama spesso le grandi “coppie” del capitalismo – capitale e lavoro –, ma il capitalismo non si esaurisce nella coppia capitale-lavoro. Nel frattempo, si è consolidata la finanza; è sempre esistita e ha spesso anticipato i cicli economici, così come li ha esasperati.

Se osserviamo lo stato di salute del lavoro e del capitale, possiamo solo rappresentare l’ininfluenza e l’incapacità di questi nel delineare degli equilibri superiori; un aspetto che richiama la rappresentanza di interessi particolari in un sistema economico diventato sempre più interdipendente. Pensando all’Italia, c’è ancora qualcuno che sostiene che Confindustria rappresenti il capitale? Specularmente si potrebbe dire che il sindacato non sia poi messo tanto meglio, ma solo nella misura in cui guardiamo al mondo del lavoro con il filtro della coppia capitale-lavoro.

Non solo il lavoro non è una merce come tutte le altre, ma la coppia capitale-lavoro è troppo piccola e, soprattutto, strutturalmente insufficiente per ricomporre-ricostruire la Storia del capitale. Il capitalismo evolve, e nella crisi ricostruisce se stesso su altre basi e fondamenta. In molti possono vedere Marx in questa banale constatazione, ma c’è qualcosa che la formula non può dirci: la storia dell’economia, del lavoro e del capitale, delle grandi e piccole crisi, è scritta con il concorso di capitale e lavoro, ma pur sempre con altre istituzioni.

Diversamente sarebbe inconcepibile la società del ben-essere, financo del cosiddetto diritto positivo del lavoro che ha mutato il segno e il contenuto della coppia capitale-lavoro. Norberto Bobbio declina il benessere in diritti di prima e seconda generazione.

Forse il capitalismo ha i secoli contati (Ruffolo), ma nel frattempo dobbiamo immaginare come vivere al meglio il futuro che ci attende. Lo Stato di Franklin Delano Roosevelt è un rifugio intellettuale solido, ma la rivoluzione culturale di Reagan degli anni ottanta del Novecento ha cambiato in profondità la società – lavoro, capitale e Stato –, lasciando qualcosa per sempre. Finanza, moneta, libertà di movimento dei capitali, tecnologia, divisione internazionale del lavoro hanno cambiato il contenuto del capitale.

La finanza, per esempio, non realizza i propri margini sul conto del “dare e avere” di un anno, piuttosto sulla singola operazione, prefigurando un conflitto tra capitale e accumulazione (Thomas Piketty commette dei grossolani errori sul punto). Rispetto al capitalismo che investiva in beni strumentali e lavoro l’accumulazione ha cambiato segno. Questo modello (leverage) è entrato in crisi nel 2007, pregiudicando le attuali istituzioni del capitale. Alcuni continuano a credere che stiamo vivendo un ciclo, passato il quale tutto ritornerà come prima, ma viviamo la Storia.

La Storia inizia sempre con delle nuove istituzioni del capitale, fossero pure embrionali. Se questa è la sfida della società moderna, in netto contrasto con la società post-moderna, tutti i soggetti sociali dovrebbero misurarsi con questa inedita e per alcuni versi necessaria consapevolezza. Il capitale, il lavoro e la sua rappresentanza, lo Stato diversamente declinato – difficile immaginarsi uno Stato nazionale nella situazione data, così come le attuali istituzioni sovranazionali –, hanno un compito paradigmatico.

Il lavoro e la sua rappresentanza come possono misurarsi con la sfida delle nuove istituzioni del capitale? Pensando alla Cgil, il segno dell’architettura del lavoro appare abbastanza solido se guardiamo alla Carta dei diritti, che non dovrebbe essere sganciata dal Piano del lavoro. In qualche misura, la Cgil è consapevole che la rappresentanza del lavoro non è attrezzata per declinare le nuove istituzioni e suggerisce delle azioni che solo in apparenza sembrano fuoriuscire dal solco storico della rappresentanza.

La politica, che teoricamente avrebbe un ruolo potente, è troppo “ignorante” (Leon), nel senso che fluttua tra la speranza di uscire dalla crisi conservando in tutto o in parte le istituzioni reaganiane, e la possibilità di un governo di stampo keynesiano, con delle rappresentazioni che non fanno giustizia né di Reagan, né di Keynes. Lo stesso dibattitto sul peso e il ruolo dell’euro, così come l’ipotesi di uscita dallo stesso, è costretto dentro modelli che, come già ricordato, non fanno i conti con la Storia. Infatti, le forme di mercato contano nella formazione dei prezzi e nell’organizzazione del lavoro.

C’è poi un altro e non banale punto su cui veramente dobbiamo avviare una discussione. Sebbene la spesa pubblica dovrebbe trovare una declinazione e dimensione adeguata per chiudere lo squilibrio tra domanda e offerta, quando sollecitiamo nuovi investimenti pubblici, dobbiamo pensarci molto bene. La banalità “le imprese non investono” deve lasciare il posto all’analisi dell’investimento e all’equilibro “economico” tra capitale e lavoro. La distribuzione del reddito, diversamente dalla redistribuzione del reddito (la prima fa capo alla contrattazione e la seconda al carico del prelievo fiscale), concorre alla specializzazione dell’offerta di beni e servizi attraverso una domanda effettiva che cambia nel tempo.

Non solo gli investimenti non sono mai uguali, ma la configurazione-specializzazione della produzione potrebbero rendere diseconomico realizzare investimenti pubblici. L’investimento conduce sempre a un aumento del reddito, ma potrebbe anche essere inferiore a quello atteso se una parte significativa provenisse dall’estero. Ricordiamo che il 60% della ricerca e sviluppo privata nazionale è realizzata solo da quattro imprese: Finmeccanica, Telecom Italia, Intesa San Paolo e Unicredit.

Qualcuno sostiene che gli investimenti pubblici per l’ambiente e la cura subiscono meno il vincolo estero. Vero, ma sempre in misura più ridotta di quello che si immagina. Anche questi investimenti sono interessati da un contenuto tecnologico che compromette e riduce il moltiplicatore keynesiano del nostro Paese. Cosa fare, allora? Forse sarebbe utile consegnare al Paese e al lavoro la realtà per quella che è, evitando soluzioni a portata di mano del tipo usciamo dall’euro. Se è finita un’era economica e politica, e nel mentre non si intravvedono le nuove istituzioni del capitale, è il momento di liberarsi dai pregiudizi e dalle aspettative personali.

Solo le idee possono cambiare il nostro tempo e quello che ancora ci appartiene. Se viviamo la Storia e non un ciclo economico-politico-sociale, dobbiamo almeno delineare la cornice della sfida culturale che ci attende. Senza un modello alternativo e coerente, i cittadini e il lavoro continueranno ad affidarsi alle pratiche conosciute, ancorché insufficienti. Capitale, lavoro, Stato (europeo) necessitano di grandi idee per superare gli interessi costituiti. Il Novecento non è scomparso con la fine dell’era reaganiana. Si tratta di trovare un equilibrio superiore e adeguato alla sfida che attende il mondo del lavoro. Senza scomodare i grandi del passato, servirebbe un riformismo rivoluzionario. Qualcosa di meno ambizioso riproporrebbe la quotidianità in salsa diversa, ma nel frattempo la Storia si incaricherebbe di presentare il conto.

È stato sottoscritto oggi, 28 luglio, in prefettura a Lecce, il protocollo d’intesa sul lavoro dei migranti stagionali in agricoltura nell’area di Nardò. Questo protocollo rappresenta, a nostro avviso, un passo importante nella lotta per la legalità in agricoltura. Per la prima volta, infatti, istituzioni, rappresentanti dei lavoratori e parti datoriali e sociali, in provincia di Lecce, siglano un accordo che mette al primo posto i lavoratori come condizione da cui partire per tutelare il settore e il territorio.

Per la prima volta inoltre si condivide l’utilizzo anche dei fondi comunitari europei Fse-Fesr per attivare azioni positive inerenti le tematiche dei trasporti, i centri per l’impiego, l’assistenza e l’integrazione. Non è stato facile raggiungere questo traguardo, e lo dobbiamo anche al buon lavoro fatto dalla prefettura. Pensiamo però che si possa, negli anni, puntare a migliorare ancora di più gli obiettivi da condividere. Siamo infatti ancora molto in ritardo con la programmazione di interventi che favoriscano la legalità nel lavoro e l'integrazione dei lavoratori stagionali nel contesto urbano e sociale in cui operano. Non possiamo definirci pienamente soddisfatti finché non saranno raggiunti questi obiettivi. Il caporalato è un reato che si combatte con le leggi e la repressione, ma è anche un problema culturale che deve essere risolto. Finché avremo ghetti, containers o moduli abitativi ai margini delle città non potremmo ritenere sconfitto il caporalato.

Dal 2011 la Cgil e la Flai sono sul campo in una lotta difficile e rischiosa, in difesa degli invisibili: centinaia di lavoratori (come riportato anche nel protocollo, nell’area di Nardò quest’anno se ne stimano circa 300, nonostante il dato disponibile dal centro per l’impiego di Nardò sia pari a 150 avviati al lavoro) non stanziali, costretti, nel periodo in cui sono impegnati nelle campagne del nostro territorio, a sottostare a condizioni di lavoro e di vita insostenibili, in alcuni casi tragiche, indegne di un paese civile.

Mettere sotto i riflettori queste situazioni ha prodotto, certamente, delle conseguenze positive: sono aumentati i controlli e le ispezioni; alcuni lavoratori hanno avuto il coraggio, non sentendosi più soli, di denunciare i soprusi subiti; c’è una legge, la 199 del 2016, per il contrasto al lavoro nero e allo sfruttamento del lavoro in agricoltura e per il riallineamento retributivo nel settore agricolo. La strada da fare si preannuncia però ancora lunga: il caporalato e il lavoro irregolare e nero in agricoltura continuano a essere largamente presenti nel territorio.

Così come siamo ancora lontani da un processo di integrazione nel tessuto sociale e civile di questi lavoratori che, come abbiamo spesso ribadito, dovrebbero poter vivere nel contesto urbano, in case affittate a prezzi calmierati (obiettivo perseguito quest’anno anche con il bando di Casa Amica), e non nelle tende. Solo così si potrà superare la ghettizzazione e l’isolamento di questi lavoratori, condizioni che favoriscono l’intermediazione illecita dei caporali.

Come rimarca l’ultimo rapporto sulle agromafie della Flai Cgil (2016), il Salento è, in Italia, uno degli 80 epicentri nei quali sono stati riscontrati fenomeni di grave sfruttamento in agricoltura e caporalato e più di 400 mila i lavoratori irregolari in agricoltura e potenziali vittime di caporalato. Il danno economico prodotto da questo numero di irregolari in agricoltura si aggira tra i 3,3 e i 3,6 miliardi euro.

Ecco perché serve l’alleanza di tutte le forze sane del territorio: l’interesse è collettivo e guarda a un vantaggio complessivo, civile ed economico.

Intanto anche quest’anno la Flai e la Cgil, con il camper dei diritti, continueranno a fare sindacato di strada, incontrando i lavoratori nei luoghi di lavoro o nei posti di ritrovo e operando un’azione capillare di contrasto al lavoro nero e al caporalato nei territori più esposti.

Una lotta per la legalità che da oggi, auspichiamo, possa essere ancora più efficace ed incisiva, grazie all’impegno di tutti coloro che hanno sostenuto e firmato l’accordo in prefettura.

* Valentina Fragassi è segretaria generale Cgil Lecce
* Monica Accogli è segretaria generale Flai Cgil Lecce

Nell’ultimo trentennio la quota di reddito nazionale andata ai salari si è ridotta in maniera generalizzata in tutti i Paesi dell’area Ocse, ma è soprattutto dal Duemila che tale riduzione si è fatta più decisa. Le cause di questa dinamica sono da qualche tempo all’attenzione degli economisti. In un recente lavoro un gruppo di autorevoli economisti (Autor, Katz, Dorn, Patterson e Van Reenen), ha avanzato l’ipotesi che alla radice di questa tendenza vi sia la crescente concentrazione di mercato e l’affermarsi in un gran numero di settori economici di quelle che si possono considerare imprese superstar, cioè imprese caratterizzate da mercati di sbocco sterminati, bassi costi del lavoro e capacità di introdurre innovazioni in modo continuo.

Imprese che – grazie anche alle nuove tecnologie e ai nuovi assetti istituzionali – riescono a sbaragliare la concorrenza nei loro mercati e a concentrare nelle loro mani quote di mercato enormemente più elevate di quanto si verificasse in passato. Siamo, cioè, di fronte alla situazione in cui, secondo la locuzione inglese, “the winner takes it all”. I nomi più noti sono, ovviamente, quelli di Google, Facebook, Amazon, Uber, e altri ancora. Gli studiosi osservano che la caduta della quota di reddito che va al lavoro finora non è stata messa in relazione con la crescente concentrazione nei mercati, per cui, senza entrare nel merito dei fattori che determinano questi assetti, sarebbe importante verificare – con riferimento agli Stati Uniti – se il primo fenomeno possa essere considerato una conseguenza, particolarmente fastidiosa, del secondo.

La quota del lavoro viene di norma calcolata come il totale dei salari pagati sul valore aggiunto o sul reddito prodotto; tuttavia, poiché gli autori del paper usano dati a livello di impresa, per carenza di informazioni sul valore aggiunto, sono costretti a misurarla come rapporto tra retribuzioni e vendite totali. Anche se misurata in questo modo, la quota del lavoro, che fino agli anni Duemila aveva seguito andamenti diversi nei vari settori, nell’ultimo decennio appare in netta flessione in ogni settore produttivo, con l’eccezione della finanza, dove è probabile che la quota dei salari sia cresciuta grazie ai lauti compensi e alle alte remunerazioni dei top manager del settore. È da notare la precipitosa e continua caduta della quota del lavoro nel settore manifatturiero.

Di converso, la concentrazione di mercato, definita in termini della quota di vendite delle imprese più grandi nel settore è in netta, quasi irresistibile ascesa in tutti i comparti dell’economia americana a partire dagli anni novanta. Tale andamento emerge con chiarezza sia che si faccia riferimento alle 4 che alle 20 imprese più grandi del settore. Si noti però che tale processo non è altrettanto marcato quando la concentrazione è riferita, anziché alle vendite all’occupazione, ovvero alla quota di occupati delle 4 o 20 imprese più grandi.

Dunque, poche imprese, le cosiddette imprese superstar, concentrano nelle loro mani un potere di mercato sempre maggiore, ma queste stesse imprese non espandono l’occupazione e i salari in modo corrispondente. Sulla base di questa evidenza gli autori del paper formulano l’ipotesi della “scala senza massa” (scale without mass), ovvero della possibilità che tali imprese non abbiano bisogno di aumentare gli occupati (o meglio il loro monte salari) per espandere la propria offerta e sbaragliare le imprese concorrenti nei mercati di riferimento.

Gli autori provano, quindi, a verificare empiricamente la relazione tra i due fenomeni. Dall’analisi econometrica emerge che la quota di lavoro si è ridotta proprio nei settori dove la concentrazione è aumentata. Più precisamente, l’analisi mostra come l’effetto delle imprese superstar si sia accentuato nel corso del tempo, al punto che l’aumento della concentrazione nel quinquennio 2007-2012 spiega fino al 30% della riduzione della quota del lavoro nella manifattura, il settore la cui quota lavoro è stata più falcidiata.

Il passo successivo dell’analisi consiste nel verificare se la caduta della quota del lavoro sia l’esito di un processo di ristrutturazione all’interno delle imprese o, invece, scaturisca da una ricollocazione dei fattori produttivi tra le aziende. Questa analisi viene condotta scomponendo la quota del lavoro nella componente between, cioè tra le imprese, e within, cioè all’interno delle aziende. In breve, gli autori si chiedono se la quota del lavoro cada perché cambiano le politiche salariali delle imprese (effetto within), oppure perché le imprese che hanno un monte salari più basso sul totale delle loro vendite sono quelle che più si espandono e conquistano quote sempre maggiori di ricavi (effetto between).

I risultati mostrano che la caduta della quota del lavoro è dovuta soprattutto alla componente between, coerentemente con l’idea della “scala senza massa”; si rafforza così l’ipotesi che siano proprio le imprese con una bassa quota del lavoro ad accaparrarsi una quota sempre maggiore della domanda. Una tendenza simile viene rilevata dagli autori anche in numerosi Paesi europei, tra cui i più grandi (Germania, Francia, Italia, Polonia ecc.): anche qui, infatti, la concentrazione di mercato gioca un ruolo rilevante nella riduzione della quota del lavoro in quasi tutti i settori economici.

Se questi sono i risultati dell’analisi empirica, le ragioni alla base dell’aumento della concentrazione di mercato restano abbastanza sullo sfondo. Gli autori richiamano due classiche spiegazioni, come la globalizzazione e il progresso tecnologico. A quest’ultimo riguardo, essi individuano una correlazione positiva tra i brevetti registrati, indicatori di sviluppo tecnologico e l’aumento della concentrazione a livello di settore. Non solo. Essi avanzano l’ipotesi che anche i differenziali di produttività tra le imprese di uno stesso settore si siano acuiti, per cui quelle che presentano un ritardo tecnologico faticano a stare al passo delle altre, aprendo la strada alla conquista del mercato da parte di pochi.

Sul fronte della globalizzazione viene documentata una correlazione tra l’aumento della concentrazione di mercato e l’esposizione alle importazioni cinesi, osservata a livello di comparto, sebbene non vengano analizzati i meccanismi per cui la maggiore esposizione alle importazioni debba condurre a una maggiore concentrazione. In sintesi, la tesi degli autori è che le imprese con costi più bassi, prodotti di migliore qualità o dotate delle ultime innovazioni vengono premiate dal mercato molto più che in passato. Nel processo di concentrazione in cui poche imprese in ciascun settore si spartiscono il mercato a rimetterci è il lavoro, che vede la sua quota sulle vendite o sul valore aggiunto assottigliarsi.

Assetti di mercato e nuove tecnologie che generano processi di rapida concentrazione di mercato, come non si erano mai visti nella storia economica recente, producono quindi un indebolimento del lavoro e della sua remunerazione. Gli autori non discutono se la politica possa intervenire in questo processo, e a che livello di governo, ma la questione è di grandissima rilevanza vista la palese sudditanza che la politica nazionale nei Paesi avanzati ha, in generale, mostrato finora nei confronti delle imprese superstar.

Stefano Filauro è dottorando in Economia politica presso l’Università di Roma La Sapienza

L’approdo, qualche giorno fa, nel porto di Bari di una nave militare britannica con oltre seicento migranti ha rappresentato, nell’emergenza dell’evento, un’altra bella pagina di generosità e spirito di solidarietà di tanti baresi. La macchina dell’accoglienza ha smosso associazioni di volontariato, forze dell’ordine, servizi sociali, comuni cittadini fino al massimo rappresentante della città. Tuttavia non vanno sottaciute le reazioni, alcune ben oltre il limite della calunnia e del più volgare razzismo, piovute sulla pagina social del sindaco De Caro, autore della gara di solidarietà dei suoi concittadini nella raccolta di beni di prima necessità da destinare ai passeggeri della nave, privi di tutto. Reazioni sulle quali è opportuno indagare e interrogarci, per approfondire le motivazioni e le possibili conseguenze di queste inquietudini, che spesso rasentano l’odio verso lo straniero, percepito come elemento di destabilizzazione, come invasore, nemico e quasi causa di gran parte dei mali degli Italiani. Un diverso, portatore di una cultura e una civiltà estranea, da cui diffidare.

Certo, dobbiamo distinguere tra accoglienza, protezione e garanzia di riconoscimento di diritti e integrazione. Perché la disponibilità e la generosità dei cittadini non va confusa né può sostituirsi all’accoglienza programmata e ad un successivo inserimento e all’integrazione, per cui occorrono serie politiche dedicate. Che comportano un tessuto associativo consistente, capace di accogliere gli stranieri e accompagnare l’inclusione, città che creano le condizioni migliori di alloggio in centri di accoglienza per gli emigranti: vale a dire forme di un’ospitalità che un governo deve avere la possibilità di mettere in atto e incentivare. Oltre che assicurare modalità strutturate, un margine di sicurezza rispetto a chi accoglie e rispetto reciproco delle culture che arrivano a fondersi. Che non può essere improvvisato.

Tuttavia, il primo gradino dell’integrazione rimane una percezione reale dell’immigrato, che dovrebbe essere filtrata da una buona politica e una informazione adeguata, anche attraverso la stampa, lontana dall’alimentare una rappresentazione degli immigrati scontata, narrata nella migliore delle ipotesi come massa omogenea anziché soggetti distinti, portatori di umanità, di identità e di storie personali. Nella peggiore delle ipotesi, gli stessi vengono connotati come persone legate ad episodi di criminalità. Connotazione che si traduce in percezione che diventa prevalente nell’opinione pubblica. Una percezione che ha come suo fondamento la graduale eppure continua perdita della sicurezza dei cittadini, collegata ad una loro fragilità che significa incertezza nel lavoro e delle prospettive di vita, contrassegnata da una flessibilità sempre maggiore del mercato del lavoro e della precarietà del quotidiano. Una fragilità esistenziale e un ridimensionamento di spazi e di certezze messi a rischio, in una società globalizzata, ancora di più con l’arrivo degli stranieri, nel comune sentire. Né rende un buon servizio quella politica – dispensatrice di odio per mero calcolo elettorale e per xenofobia convinta – che a fronte di 200 mila sbarchi in un anno parla di invasione e che invece rappresentano un fenomeno complicato ma doveroso da governare, senza creare allarmismi ma con un protagonismo e un’assunzione di responsabilità maggiore dell’Unione Europea tutta.

Al contempo, è ancora più inutile ripromettere limitazioni degli arrivi, perché i flussi migratori continueranno. L’idea che la chiusura delle frontiere possa limitare i flussi migratori è irreale e irresponsabile e ignora completamente la realtà delle migrazioni. E non farebbe che rendere gli spostamenti più precari, più costosi e pericolosi, trasformando il mediterraneo in un massacro. Perché aprire le frontiere significa prima di tutto consentire alle persone di viaggiare in condizioni sicure e degne e significa mettere fine alla tragedia che si gioca alle frontiere dell’Europa. E lo diciamo forte anche a Kurtz, ministro degli esteri austriaco, che minaccia di chiudere il Brennero se i migranti si muovono da Lampedusa. Non si può sbattere la porta alla disperazione ma bisogna gestire i flussi legali di migranti con la collaborazione responsabile dell’Europa.

E gli italiani, i cittadini, hanno il diritto di essere informati, e in modo esaustivo, sulle situazioni da cui fuggono questi migranti. Da paesi vittime da secoli di politiche predatorie da parte degli Stati europei, così come da guerre su cui soffiano per ragioni geopolitiche le potenze occidentali, che invece di finanziare e cooperare allo sviluppo di quei paesi, invece di trasferire competenze e offrire soluzioni tecnologiche, spingere per un riequilibrio nella distribuzione delle ricchezze a partire dal valore dei prodotti primari di cui sono spogliati molti paesi africani o asiatici, contribuire a creare stabilità politica, preferiscono piuttosto vendere armi ai tiranni o ai dittatori al potere.

Bando al buonismo terzomondista: noi parteggiamo affinché la complessità del fenomeno non si riduca a bieca propaganda populistica. Ad alimentare le paure contribuisce anche l’opacità e l’incapacità della politica europea di costruire risposte alla lunga crisi che ha condotto a un peggioramento generale delle condizioni di lavoro e di vita mentre il mondo della finanza ha continuato ad arricchirsi e speculare su questa diffusa insicurezza e precarietà. Sanare queste ingiustizie e queste iniquità, intervenendo nella ridistribuzione globale del reddito, è la questione fondamentale alla base del tema migrazioni.

L’immigrazione tuttavia è un fenomeno enorme e complesso, capace di cambiare il volto di una società e va governato. Presenta notevoli implicazioni economiche, sociali, culturali, di ordine pubblico. E ha ricadute sia problematiche che di benefici, che non sono un dato fisso e inevitabile ma il risultato della capacità di gestirlo.

Non possiamo trascurare, inoltre, l’aspetto legato alle opportunità che l’immigrazione rappresenta per un paese come l’Italia, sempre più anziano, con i giovani in cerca di un futuro all’estero, con un’economia in stallo da tempo ormai. Le statistiche ci dicono che gli immigrati integrati che lavorano, contribuiscono in maniera importante alla sostenibilità del nostro sistema economico e pensionistico. Per il presidente dell’Inps i contributi a fondo perduto degli immigrati valgono ogni anno 300 milioni di entrate aggiuntive nelle casse dell’Istituto. Pare necessario però l’inserimento stabile degli immigrati nel lavoro regolare.

La dimensione dell’immigrato-uomo tuttavia, spesso è trascurata anche da coloro che vedono nell’immigrazione una risorsa, perché proprio la dimensione di umanità può essere calpestata e offesa, se l’immigrazione è incoraggiata senza nessuna gestione o controllo e sfruttata come forza lavoro. E i casi di schiavitù selvaggia li ritroviamo con i braccianti nei ghetti come sulle impalcature di edili senza sicurezza. Ogni discussione su questo tema, infatti, non può essere una fredda comparazione di costi e benefici: parliamo di persone. La diffidenza verso lo straniero si combatte principalmente garantendo diritti e lavoro a tutti, amalgamando le differenti culture con un senso di sicurezza esistenziale nel campo del lavoro, della salute e dei diritti. Non basta cancellare ideologicamente il razzismo, a scuola o nei media, ma va fatto attraverso il riconoscimento degli stessi diritti a tutti. 

Qualche giorno fa sono rimasto molto toccato da un brano letto da Elio Germano che sembrava rappresentare plasticamente l’immaginario collettivo di una gran parte della popolazione nei confronti degli immigrati, uomini neri, brutti, sporchi e puzzolenti. Mi ha fatto molto riflettere poi, quando ho scoperto che non si parlava degli immigrati dei nostri tempi ma di una relazione presentata dall’Ispettorato per l’immigrazione nel Congresso degli Stati Uniti del 1919, che così dipingeva gli italiani. Forse un bagno di umanità e guardarci indietro non può che farci bene. All’epoca i meridionali sfuggivano a condizioni di miseria ed erano considerati appestati. Che però con la loro manodopera hanno costruito benessere per sé stessi e nei paesi in cui sono emigrati. Ora tocca a noi costruire accoglienza, umanità, dignità e diritti per chi quelle condizioni vive in un’epoca ancora più aspra e difficile. Oltretutto, dobbiamo guardare e vivere la diversità non con la paura della contaminazione o come attacco alla nostra civiltà ma come arricchimento prodotto dalla fusione delle culture. Programmando una inserzione nello Stato italiano che riparte da uno ius soli che apre le braccia a quei bambini con genitori già da tempo residenti in Italia e uno ius culturae che concretizza una cittadinanza diventata attiva attraverso l’istruzione. Leggi avanzate che aprono anche culturalmente la strada ad una assimilazione reale e ad un incrocio di civiltà.       

Un ultimo aspetto da considerare riguarda un altro pregiudizio sull’immigrato, considerato come colui che sottrae lavoro agli italiani. In realtà il tema vero è quello del dumping, di una concorrenza sleale, alimentata ad arte da imprenditori senza scrupoli, che giocano sul bisogno e sulla pelle del migrante per abbattere salari e tutele. Questo danneggia tutti, la ricchezza collettiva e il diritto del singolo. Per evitare questo, va affrontata e risolta in prima istanza la condizione di disuguaglianza sociale che rende ricattabile il migrante, e spetta alla politica farlo. Costruire cioè le condizioni per renderlo uguale agli altri, con gli stessi diritti e gli stessi doveri. Da parte nostra continueremo a informare i lavoratori, denunciare le situazioni di illegalità, rappresentare le battaglie per il rispetto dei contratti e dei diritti, che sono uguali per tutti, a prescindere dal colore della pelle e dal paese di nascita. L’unità del lavoro e dei lavoratori è assieme traguardo di civiltà e di legalità.

Questi gli strumenti con cui la Cgil combatte ogni forma di discriminazione, odio e paura. Lo dice Camusso:“Quando parliamo di immigrazione non si può ragionare in termini emergenziali, perché lo sfruttamento dei lavoratori migranti è il prodotto di grandi disparità”. Noi possiamo contribuire ad abbatterne tante. La Cgil è da sempre multietnica e multiculturale. Perché i diritti non hanno colore né conoscono differenze. Sono uguali per tutti.

* Pino Gesmundo è segretario generale della Cgil Puglia

Se in questi giorni, a differenza dei casi precedenti, le inchieste e gli arresti in Abruzzo hanno acceso i riflettori sulla ricostruzione pubblica dopo il terremoto - i palazzi istituzionali e i monumenti - la causa non è soltanto la fame di denaro e ricchezza di qualche impresa o funzionario pubblico. Quanto accade è favorito da leggi che non funzionano, da norme sugli appalti pubblici che vanno cambiate. Ancora una volta la Cgil è costretta a ricordare che gli appalti al massimo ribasso sono un meccanismo che non funziona. Che non aiuta la qualità delle opere, che espone a rischi le imprese oneste, non garantisce le maestranze e favorisce la corruzione.

Un esempio? Proprio la vicenda messa in luce dall’ultima inchiesta aquilana, ovvero il fatto che prima si assegna un appalto pubblico al massimo ribasso (i lavori cioè, in teoria, si affidano alla ditta che per eseguirli chiede meno denaro) ma successivamente, durante le varie fasi di esecuzione, la ditta vincitrice recupera il denaro chiedendo e ottenendo varianti ai lavori. Un meccanismo legittimo, ovviamente, ma nell’inchiesta i giudici hanno evidenziato che l’ammontare delle varianti in corso d’opera non raggiunge il 20% del valore dell’appalto. Infatti, se il valore raggiungesse il 20%, una variante, per legge, dovrebbe essere trasmessa all’Anac, l’Autorità nazionale anticorruzione. Tra le accuse mosse ai vari soggetti coinvolti c’è proprio questa: l’aver tenuto il valore economico delle singole varianti sotto il limite del 20% per evitare il controllo dell’Anac.

Accanto a questo c’è un altro problema fondamentale, che la Cgil sta ponendo fin dall’inizio della ricostruzione aquilana e che interessa tutti i lavori, sia pubblici che privati. Cgil e Fillea (il sindacato degli edili, ndr), come si ricorderà, più volte hanno promosso inchieste e indagini che hanno fatto luce su fenomeni di sfruttamento e caporalato nei cantieri privati. Ma anche qui poniamo una domanda: come si tutelano i lavoratori delle aziende che sfruttano le maestranze e chiudono i cantieri dopo essere finite nel mirino dei magistrati? La legalità al primo posto dunque, con iniziative delle quali il sindacato è stato e sarà ancora protagonista.

Resta il problema però di non far pagare soltanto ai lavoratori (peraltro quelli delle ditte finite sotto inchiesta per sfruttamento) per il comportamento illecito del loro impresario. Ovvero: a quali ammortizzatori sociali si sta pensando per non lasciare nella disperazione gli operai? Una battaglia che la Cgil continuerà, ma che deve interrogare anche la politica e le istituzioni.

E neppure possiamo sottacere il fatto che un indagato in una intercettazione telefonica afferma che per ottenere un incarico dal ministero dei Beni culturali ha provato ad utilizzare l’influenza e le pressioni del suo sindacato. Un episodio che ricordiamo per sottolineare ancora una volta il comportamento lineare e coerente che la Cgil e altri sindacati hanno tenuto nel corso della ricostruzione, e per chiedere che di quel sindacato sia fatto nome e cognome, rendendone noto (se c’è) ogni coinvolgimento in questa brutta vicenda.

Per concludere poche parole sulle risate di chi pensava agli affari della ricostruzione. La rabbia è tanta, certo, ma vogliamo esprimere anche solidarietà e vicinanza, tanto più sentite da chi una tragedia l’ha già vissuta sulla propria pelle, come la provincia aquilana terremotata nel 2009. Una solidarietà vera, non di maniera, verso Amatrice e i territori vicini e “fratelli” dell’Italia centrale, quelli sui quali nell’ultimo anno si sono accanite le scosse dei terremoti.

* Sandro Del Fattore è segretario generale della Cgil Abruzzo
* Umberto Trasatti è segretario generale della Cgil L’Aquila

Attaccata da conservatori di vario colore, ostacolata dall’arretratezza del nostro sistema produttivo e dall’ideologia dei governi, messa alla berlina dalla stampa che racconta solo le esperienze dequalificate, l’alternanza scuola lavoro merita di essere sostenuta perché è uno strumento strategico per innovare la scuola e il sistema produttivo nella quarta rivoluzione industriale. Nonostante l’assedio a cui è sottoposto, l’obbligo all’alternanza scuola lavoro appare sempre più una delle poche scelte di politica scolastica orientate al futuro.

Alternanza, sapere nel lavoro e centralità dello studente

Fin dalle sue prime esperienze l’alternanza scuola lavoro è stata sostenuta dalla parte più innovativa del mondo della scuola, convinta che il sapere del lavoro fosse interessante per l’azione educativa. Questo sapere, insieme alla dignità e alla libertà della persona, ha sempre fatto la differenza tra un lavoratore e un mezzo di produzione: anche nella quarta rivoluzione industriale farà la differenza tra un lavoratore e un robot. La scelta di una metodologia didattica basata sull’interazione con il sapere nel lavoro afferma che la scuola non è autosufficiente nell’educare i giovani a diventare lavoratori e cittadini competenti e liberi. Con l’introduzione dell’obbligo all’alternanza scuola lavoro, inoltre, diventa evidente che nella Repubblica fondata sul lavoro la cultura del lavoro è parte essenziale del bagaglio di conoscenze e competenze da assicurare a ogni cittadino. Con l'arrivo dell'obbligatorietà, l’alternanza acquisisce carattere curricolare e diventa inevitabile superare la centralità delle discipline a favore della centralità dello studente.

Per questo l’obbligo all’alternanza scuola lavoro è uno strumento per garantire a ogni studente la possibilità di apprendere competenze che si acquistano meglio o si apprendono solo attraverso l’interazione tra la scuola e i contesti lavorativi. Si tratta di capacità necessarie per essere lavoratori occupabili e cittadini consapevoli: per esempio affrontare efficacemente l’ingresso, la permanenza nel mercato del lavoro e le transizioni ormai inevitabili tra diversi lavori; saper prendere decisioni autonome, risolvere problemi, lavorare in gruppo; saper apprendere lungo tutto il corso della vita intrecciando studio e lavoro.

Sono capacità che si acquisiscono con una didattica per competenze in cui gli studenti apprendono in modo attivo realizzando e rielaborando esperienze reali. Ciò è possibile se il mondo della scuola e il mondo del lavoro si aprono all’innovazione, altrimenti l’obbligo all’alternanza si riduce a un adempimento burocratico dannoso per tutti. Le scuole devono superare la separazione disciplinare, riconoscere che si apprende anche fuori dalla scuola, co-progettare i percorsi in alternanza integrando apprendimenti nella scuola e nel contesto lavorativo. I contesti lavorativi – strutture ospitanti secondo la terminologia ministeriale – devono sviluppare capacità formativa nei confronti delle diverse tipologie dei soggetti con cui condividono l’interesse all’apprendimento (lavoratori, apprendisti, studenti in alternanza, tirocinanti).

Le difficoltà dell’obbligo all’alternanza

È proprio per questa sua valenza fortemente innovativa che l’alternanza scuola lavoro obbligatoria continua a essere una riforma a rischio. Il Governo deve al più presto varare un piano operativo condiviso con le parti sociali, finalizzato a promuovere le condizioni per la qualità delle esperienze di alternanza. Occorre innanzitutto promuovere e incentivare la capacità formativa delle imprese. Nonostante l’instancabile narrazione ideologica che dipinge un mondo imprenditoriale pronto a mettere sotto assedio le scuole per piegarle alle proprie esigenze di addestramento della manodopera, la realtà è un’altra: la maggior parte delle imprese italiane è disinteressata a interagire con scuole e università, pochissime si sono iscritte al registro delle imprese dell’alternanza nonostante la gratuità. Non di rado, infatti, si assiste a paradossali elencazioni dei mali dell’alternanza in cui al “regalo di manodopera gratuita alle imprese” si somma il “tempo perso” dalle scuole per la difficoltà a trovare imprese disponibili a ospitare studenti. Una perdita di tempo, questo continua ad essere l’alternanza obbligatoria per la scuola dei programmi. Resiste in una parte consistente del mondo della scuola la convinzione che le istituzioni formative debbano essere protettivi mondi a parte, in cui l’interazione con i contesti reali è inutile, spesso dannosa e, se va bene, un utile ma non necessario arricchimento.

Allo stesso modo molte imprese considerano improduttivo realizzare percorsi di apprendimento co-progettati con le scuole e con le università e anche quando assumono apprendisti lo fanno soprattutto per risparmiare sul costo del lavoro: sono le stesse imprese che non formano i lavoratori e non investono nella qualità del lavoro e nell’innovazione. Due atteggiamenti entrambi inadeguati ad affrontare le sfide poste dalle profonde trasformazioni in corso, centrati sull’idea di proteggere invece di attivare. Sono perdenti le imprese che puntano sulla protezione per competere attraverso la svalutazione del lavoro (precarizzazione), della moneta (uscita dall’euro) e il ritorno alle chiusure nazionali e alle barriere doganali (sovranismo). E sono perdenti le strategie educative che non attivano i giovani “esponendoli” in esperienze reali nelle quali le conoscenze sono messe in atto affrontando situazioni-problema (didattica delle competenze).

Scuola e lavoro nella quarta rivoluzione industriale

Questi atteggiamenti devono essere superati perché un nuovo rapporto tra scuola, università e sistema produttivo è la chiave per orientare in senso inclusivo e sostenibile la profonde trasformazioni in corso. Il complesso di radicali innovazioni che investono il sistema economico (Industria 4.0), prodotte dall’effetto integrato di digitalizzazione e automazione, può avere effetti sociali più o meno dirompenti in relazione al contesto socio-culturale in cui si sviluppa. In particolare, le competenze presenti sono decisive per la traiettoria e gli esiti del processo di innovazione tecnologica: il livello e la tipologia delle competenze della popolazione attiva svolgono un ruolo essenziale nell’orientare il processo innovativo verso modelli ad alta o bassa intensità di lavoro, ad alta o bassa intensità di lavoro qualificato. In assenza di un governo politico del processo di innovazione tecnologica e produttiva e in assenza di una efficace strategia delle competenze si accentuano i rischi di una polarizzazione sociale costituita da una minoranza di lavoratori ad alta intensità di conoscenza e una maggioranza di occupazioni dequalificate, frammentate, ricattabili e sostituibili. Una polarizzazione tendente a superare le qualificazioni intermedie e, con esse, quel ceto medio che, insieme alla mobilità sociale, ha costituito il perno sociale delle democrazie occidentali.

Un strategia delle competenze adeguata ad evitare questi effetti dirompenti deve naturalmente puntare a innalzare i livelli di istruzione di tutti. Di qui la necessità di innalzare l’obbligo scolastico a 18 anni per assicurare la base culturale sufficiente per continuare ad apprendere per tutta la vita. Nell’era dell’innovazione continua il diritto all’apprendimento permanente è il nuovo diritto all’istruzione. Non basta però una formazione generale centrata sulla trasmissione di contenuti teorici, ma priva delle competenze necessarie per interagire con il mondo del lavoro e con i processi di innovazione che lo investono: radicali, continui, veloci, pervasivi e capaci di sostituire non solo attività manuali e routinarie ma anche lavori e professioni di livello medio-alto. Un quadro che rende del tutto impossibile per la scuola e l’università prevedere all’inizio degli studi di un giovane quali saranno le professionalità e le competenze richieste dal mercato al momento in cui vi farà ingresso.

Appare quindi in tutta la sua evidenza l’impossibilità per la scuola e l’università di rincorrere l’incessante mutare delle tecnologie e delle professionalità. Ma non per questo scuola e università possono rassegnarsi a rinunciare a formare i giovani al lavoro, ostacolando e allungando le già lunghe e difficili transizioni tra scuola, università e lavoro. Solo l’interazione tra istituzioni formative e contesti lavorativi dotati di capacità formativa può coniugare l’esigenza di assicurare una formazione culturale di base solida con l’apprendimento di competenze curvate sulla occupabilità: esigenze del sistema produttivo in cui il giovane si appresta a entrare, tendenze a medio termine dei processi di innovazione, nuovi profili professionali previsti. Attraverso le esperienze di alternanza e apprendistato duale i giovani imparano a saper intrecciare studio e lavoro, un’abilità fondamentale per un giovane che dovrà vivere e lavorare nell’era di Industria 4.0 e nella società dell’innovazione continua. Inoltre l’interazione tra scuola, università e contesti lavorativi, attraverso la formazione sul campo e l’esperienza diretta, sviluppa competenze di tipo trasversale che, per la loro connessione con il saper essere delle persone, sono le meno sostituibili dalle macchine intelligenti.

L’azione sindacale per la buona alternanza

L’azione sindacale per la promozione della qualità dell’alternanza scuola lavoro è coerente con le politiche di sviluppo rivendicate dal sindacato. Le imprese formative sono le più aperte all’innovazione: promuovere la loro diffusione, anche attraverso i percorsi di interazione con le scuole e le università, è una parte essenziale della politica industriale rivendicata dalla Cgil per riposizionare il nostro sistema produttivo sulle filiere produttive caratterizzate da più alta intensità di conoscenza, qualità del lavoro e formazione dei lavoratori. L’investimento nella formazione delle competenze dei giovani studenti in alternanza e degli studenti-lavoratori in apprendistato tipologia 1 e 3 contrasta le spinte alla precarizzazione del lavoro, perché sviluppa tendenze alla fidelizzazione delle relazioni lavorative. Al contrario l’insicurezza del rapporto di lavoro precario disincentiva l’investimento in formazione da parte sia del datore di lavoro che del lavoratore.

Inoltre, l’impegno sindacale per la buona alternanza è coerente con lo sviluppo di una strategia contrattuale sempre più fondata sulla valorizzazione delle competenze dei lavoratori. La valorizzazione dell’alternanza scuola lavoro è infatti un obiettivo del documento unitario per il nuovo modello contrattuale. Dopo l’introduzione dell’obbligo all’alternanza, il protagonismo delle parti sociali e l’azione sindacale sono essenziali per sviluppare le condizioni della qualità delle esperienze di alternanza e per controllare e contrastare i rischi di dequalificazione e sfruttamento. Il monitoraggio sulla prima attuazione e l’iniziativa “Fai l’alternanza giusta” (Guida per genitori e studenti e numero verde) realizzate dalla Cgil insieme alla Rete degli Studenti, Flc Cgil e Fondazione Di Vittorio hanno rappresentato una prima risposta che deve essere proseguita e sviluppata insieme all’iniziativa politica finalizzata a promuovere la partecipazione attiva delle parti sociali e a ottenere sedi stabili di coordinamento (cabina di regia con istituzioni e parti sociali) e di governance. Occorre ora sviluppare una nuova capacità di azione sindacale utilizzando tutte le opportunità di dialogo sociale (accordi, tavoli stabili, cabine di regia, osservatori, eccetera) e di contrattazione a livello nazionale e territoriale, generale e settoriale.

Sono possibili, a livello nazionale e territoriale, accordi (tavoli e cabine di regia) per promuovere l’alternanza scuola lavoro e per lo sviluppo della capacità formativa delle strutture ospitanti. Nel contesto italiano, dove prevalgono piccole imprese povere di conoscenza, occorre prevedere percorsi di graduale e progressivo avvicinamento all’obiettivo di accreditare la capacità formativa da parte di soggetti terzi, attivando anche facilitazioni e incentivi a sostegno delle imprese che migliorano la propria capacità formativa. In particolare occorre qualificare e diffondere la figura del tutor aziendale: definizione del profilo delle competenze professionali ed educative e delle procedure di certificazione, attivazione di un’offerta formativa adeguata per la formazione anche attraverso l’utilizzo dei fondi interprofessionali, valorizzazione contrattuale, retributiva e normativa. A livello territoriale sono possibili accordi per la ricognizione del fabbisogno di competenze in relazione ai piani di sviluppo: individuazione delle competenze e dei profili professionali alla cui formazione orientare le attività di alternanza scuola lavoro in relazione a piani di sviluppo locale o territoriale (piano del lavoro, patti per lo sviluppo, accordi di politica industriale, …).

A livello di categoria gli accordi per la buona alternanza possono prevedere forme di tutela e controllo da parte delle Rsu: diritti di informazione  per verificare l’applicazione della Carta dei diritti degli studenti (in corso di approvazione); controllo della definizione delle competenze al cui apprendimento è finalizzato il percorso formativo in alternanza con il contesto lavorativo e verifica della loro coerenza con le effettive competenze e condizioni di apprendimento dello specifico luogo di lavoro; verifica dell’adeguatezza del rapporto numerico tra tutor e studenti assegnati; controllo della qualità dei percorsi di alternanza scuola lavoro realizzati in periodo estivo; controllo dell’applicazione della normativa sulla sicurezza sul lavoro nei confronti degli studenti; tutela degli studenti in relazione a eventuali costi posti a loro carico per lo svolgimento dell’esperienza nel luogo di lavoro.

Infine, il sindacato può contribuire direttamente nella realizzazione dei percorsi di alternanza, come avviene già da parte di molte strutture Cgil con il supporto del coordinamento nazionale Lab Scuola Lavoro. Le organizzazioni sindacali, in qualità di rappresentanti del mondo del lavoro, si rendono disponibili a co-progettare con le scuole percorsi formativi mettendo a disposizione il proprio patrimonio culturale e di competenze professionali sul mondo del lavoro. Gli esiti di apprendimento previsti riguardano storia e diritto del lavoro, mercato del lavoro e orientamento al lavoro, storia e cultura del lavoro, salute e sicurezza del lavoro. Il sindacato naturalmente è portatore anche di un punto di vista, insito nella sua funzione di rappresentanza dei lavoratori, che permette ai giovani di cogliere la dialettica di interessi e di valori presente nel mondo del lavoro. Un contributo essenziale per lo sviluppo di una visione delle relazioni lavorative che non si limiti all'adattamento, ma coltivi l’educazione allo spirito critico e l’esercizio della cittadinanza attiva.

Fabrizio Dacrema è responsabile istruzione e formazione area welfare Cgil nazionale

Perché le madri abbandonano il loro posto di lavoro? È la domanda che ci si pone leggendo i dati contenuti nella relazione annuale sulle convalide delle dimissioni e risoluzioni consensuali di lavoratrici madri e lavoratori padri per l'anno 2016. Numeri importanti ed in crescita, segno quindi di elementi di difficoltà che persistono e per i quali non si sono ancora adottate le giuste contromisure.

Il contributo necessario della occupazione femminile al prodotto interno lordo di ogni paese è ormai un dato consolidato nella letteratura sul mercato del lavoro. Ma sicuramente l'obiettivo del 75% della occupazione nel 2020 è un traguardo ancora molto lontano, che si traduce in perdita di ricchezza collettiva.

Alla domanda una donna risponderebbe: guadagno poco, mi costa più andare a lavorare che rimanere a casa; non riesco a conciliare il lavoro con i miei figli a casa. Dimissionarsi significa dunque avere un posto di lavoro e rinunciarvi per entrare, nella maggior parte dei casi per le lavoratrici madri, nelle schiere delle disoccupate prima e inoccupate poi. Se si pensa che il livello di scolarizzazione delle donne è mediamente superiore a quello maschile, che la capacità resiliente delle donne permette una alta adattabilità a mansioni e funzioni diverse, che ormai in tutte vi è la consapevolezza dell'importanza della indipendenza economica, dobbiamo veramente chiederci per quale motivo una donna rinuncia al reddito e ad una sua realizzazione.

Un primo elemento crediamo stia nel fatto che le donne vengono per lo più occupate in ambiti di lavoro povero, con scarse tutele e scarsa retribuzione (lavori di cura e settore servizi con contratti part time) oppure in ruoli qualificati ma senza riconoscimento di status ed economico. Questo, in assenza di politiche di sostegno al reddito e conciliative, rende spesso paradossalmente più remunerativo l'abbandonare il lavoro.

Un secondo elemento sta nel modello organizzativo della produzione, specie nei servizi e commercio. Qui la deregolamentazione è molto avanzata. Si pensi ai centri commerciali, anche in Emilia, dove le donne e gli uomini vengono impiegati con una flessibilità di orario modello Toyota senza nessuna correlazione con i tempi i delle scuole, degli asili, dei mezzi di trasporto. Si pensi al lavoro domenicale e festivo che si traduce per molti nuclei monogenitoriali in una perdita secca di salario che va trasferito in una struttura a pagamento di appoggio o ad una baby sitter. E siamo in un ambito di retribuzioni medio basse.

In ambito servizi e commercio la frammentazione dell'orario di lavoro non permette di gestire le situazioni personali o famigliari. Gli orari cambiano giornalmente nella grande distribuzione, in considerazione di un nastro orario molto ampio e vario, che rende estremamente difficile la gestione della giornata. Le donne sono quelle che maggiormente hanno l'onere di pianificare ed organizzare la loro vita, ed in questo, mancando una rete famigliare, sono da sole.

La riforma pensionistica, sulla quale da tempo i sindacati hanno aperto una vertenza col Governo, ha aperto inoltre ad una ulteriore penalizzazione per le donne, il prolungamento della vita lavorativa fa venire meno le basi di una rete famigliare di appoggio da una parte ed un più facile inserimento lavorativo dall'altra.

Un terzo elemento è nello scollamento tra i tempi del lavoro ed i tempi delle città a cui ci si richiamava poc'anzi. I luoghi di produzione o di erogazione servizi sono concentrati nelle aree urbane e/o quartieri industriali ai margini della città mentre parte della popolazione risiede spesso nelle periferie urbane o nelle aree di provincia a scarsa presenza di siti produttivi. Non vi sono mezzi pubblici adeguati per raggiungere i siti e se vi sono si limitano ad un servizio molto ristretto. Percorrere 50 km per recarsi al lavoro comporta per una donna madre, ma non solo, una organizzazione dei tempi familiari che coinvolge pesantemente anche il ritmo di vita dei figli, specie se piccolissimi. Si aggiunga la stanchezza derivante dalla prestazione lavorativa, lo stress del viaggio. Non è un caso che i dati sugli infortuni in itinere coinvolgano più donne che uomini.

I tempi delle città sono anche nella mancanza di strutture che adattino i loro orari compiutamente agli orari richiesti dal modello economico produttivo che persistiamo a percorrere. Occorrerebbe ritornare ad un modello produttivo a misura d'uomo, rispondente ad un modello sociale in cui il cittadino è persona e non consumatore. Dovremmo impegnarci tutti e di più per questo. Ma per non morire nei tempi lunghi occorre ridurre il danno e fare in modo che il gap diminuisca a favore della buona e serena occupazione femminile.

Dunque come invertire questa tendenza? Diverse le azioni possibili: promuovere una cultura di genere, delle pari opportunità a partire dai trattamenti retributivi, da una contrattazione della conciliazione, dal ridimensionamento della flessibilità in ambito di lavoro festivo; consolidare le reti dei servizi territoriali a favore della occupazione femminile e il sostegno al reddito per le famiglie mono genitoriali e non; istituire luoghi di ascolto preventivo per le donne che intendono dimettersi, per valutare assieme a loro tutte le residue possibilità prima di questa decisione che impoverisce prima di tutto loro ma anche noi intesi come collettività. Le dimissioni non sono una questione privata.

Lisa Gattini è responsabile delle Politiche di Genere per la Cgil Parma

Il 20 giugno è stato presentato il cosiddetto dossier Gutgeld, relativo agli effetti della Spending Review. Sebbene la traduzione dall’inglese di Spending Review sia “revisione della spesa”, il significato economico è molto più semplice: taglio della spesa pubblica. Questo perché, dopo la recente riforma del bilancio pubblico, la Spending è diventata linea di politica economica pubblica, linea che tra poco sarà ancora più stringente attraverso un provvedimento attuativo. In questo modo, il bilancio pubblico, a tutela degli interessi dello Stato, diventa a tutti gli effetti un bilancio “aziendale”, venendo meno al ruolo di governo dei processi economici.

È l’effetto del Fiscal Compact europeo, che fortunatamente sarà ridiscusso in autunno. Se l’Europa o un solo Paese valutasse il Fiscal Compact inefficace per l’economia nel suo insieme, l’architrave europeo delle politiche di austerità non diventa “diritto comunitario”, aprendo una discussione e un dibattito “inedito” sul ruolo economico della Commissione. Quanto ha inciso la Spending Review nell’esercizio del bilancio pubblico? Troppo e male. Gutgeld, con “orgoglio”, ha rivendicato la cancellazione di capitoli di spesa e/o riduzione cumulata della stessa spesa per 30 miliardi di euro tra il 2014 e il 2017: meno 3,6 miliardi nel 2014; meno 18 miliardi nel 2015; meno 25 miliardi nel 2016; meno 31,5 miliardi nel 2018.

Sebbene i risparmi (tagli) siano importanti, il dossier nasconde un fatto economico (politico) enorme: con il passare degli anni il risparmio di spesa legato ai tagli della spesa pubblica è diventato sempre più difficile, soprattutto in un Paese in cui la spesa pubblica è tra le più basse a livello europeo. Durante il primo anno il taglio via Spending Review è pari a 14,5 miliardi; il secondo anno è pari a 7 miliardi; il terzo anno è pari a 4,5 miliardi di euro. In altri termini, non c’è più “grasso” da tagliare, sempre che di grasso si possa parlare quando ci riferiamo alla spesa pubblica.

Gli effetti finanziari sono rilevanti. Se consideriamo che la manovra finanziaria per il 2018 non può essere inferiore a 19 miliardi in ragione delle cosiddette clausole di salvaguardia, cioè anticipo di spesa (i famosi 80 euro e altre sciocchezze simili), a cui deve coincidere un taglio di spesa pubblica in misura equivalente, oppure un aumento di Iva e accise nella stessa proporzione, la caduta tendenziale dei risparmi potenziali legati alla Spending Review diventa un problema rilevantissimo. Naturalmente, non manca l’orgoglio governativo: il personale pubblico è diminuito di circa 84 mila unità. In quanti sanno che il personale della pubblica amministrazione italiana è di molto inferiore alla media europea, e che il blocco del turnover consegna al Paese una pubblica amministrazione “anagraficamente” vecchia?

Un bel problema, se consideriamo che al di sotto di un certo livello (economico, finanziario, conoscenza, anagrafico) la pubblica amministrazione è strutturalmente incapace di trattare, non dico risolvere, i problemi del Paese. Ma il governo persegue nelle sue politiche. Qualche ministro sottolinea la necessità di ridurre le tasse e il cuneo fiscale. La politica economica del Paese rimane un mistero. È mai possibile che la crescita passi dal taglio della spesa pubblica e la riduzione delle tasse a favore delle imprese e dalla riduzione del costo del lavoro?

Se il trend di risparmi tende a ridursi, rimane sempre aperto il cantiere della spesa sociale (337 miliardi di euro) e, soprattutto, la tax expenditure (detrazioni-deduzioni). Cosa si può fare in alternativa? Rispondo con un metodo di lavoro: l’efficacia o meno della spesa pubblica non dipende solo dalla sua dimensione, aspetto comunque non trascurabile, ma anche dalla composizione delle entrate e delle spese. I metodi della programmazione del bilancio hanno visto lo sviluppo di diverse metodologie (costi-benefici, bilancio a base zero ecc.), ma sempre con la finalità di governare la formazione della spesa pubblica, superando la logica del risparmio più o meno necessario. Solo in questo modo la scelta della composizione e della formazione della spesa diventa politica economica pubblica.

Nel primo trimestre del 2017 l’aumento delle denunce di infortunio sul lavoro è stato del 5,9% rispetto al corrispettivo periodo del 2016, pari a 134 mila nei primi tre mesi dell’anno, con un segno più di 7.430 incidenti segnalati all’Inail, di cui 112 mila avvenuti nel luogo di lavoro e 22 mila “fuori dall’azienda”, vale a dire durante il percorso casa lavoro e viceversa. Questo veniva segnalato nella nota trimestrale congiunta di Ministero del lavoro, Istat, Inps e Inail, pubblicata il 27 giugno scorso.

Poi però una settimana dopo (il 5 luglio), lo scenario è cambiato e il presidente dell’Istituto assicuratore, Massimo De Felice, in occasione della presentazione del rapporto annuale Inail, dedicando all’argomento tre minuti scarsi, ha annunciato un ridimensionamento del fenomeno, segnalando un modesto +0,66%, riferito all’andamento delle denunce tra il 2015 e il 2016, senza aggiungere nessun altro elemento utile alla riflessione. Si dirà che le due indagini non sono comparabili, considerando i diversi periodi analizzati presi a riferimento, ma resta pur sempre il dubbio che sugli infortuni e le malattie professionali da qualche tempo a questa parte si sia diventati un po’ troppo reticenti.

Da qui la ragionevole certezza che chi ha poca dimestichezza con i numeri, fa fatica a farsi un’idea di cosa sia effettivamente migliorato negli ambienti di lavoro, in materia di sicurezza e prevenzione, tanto da giustificare il decremento. I dati nudi e crudi ci dicono che gli incidenti professionali sono rimasti sostanzialmente stabili se si prende a riferimento un anno, con grande soddisfazione dell’Istituto assicuratore che può annunciare addirittura una riduzione del fenomeno di circa il 14% allungando il periodo analizzato fino al 2012, ma crescono quasi del 6 per cento nel primo trimestre di quest’anno, dovuto “in buona parte, a un maggiore numero di giorni lavorativi nel primo trimestre 2017 rispetto ai primi tre mesi dell’anno precedente (64 giorni contro 62), con conseguente maggiore esposizione al rischio infortunistico”, come si legge nella nota congiunta del 27 giugno.

Nessuno può negare che la crisi economica abbia inciso profondamente negli ultimi 10 anni e che le aziende, pur di sopravvivere, hanno ridotto la manodopera con licenziamenti, resi più liberi per effetto del Jobs act, oppure stipulando con i propri dipendenti sempre più frequentemente contratti di lavoro a tempo determinato (a scapito di quelli a tempo indeterminato), che non a caso sono cresciuti di 322 mila solo nel primo trimestre 2017, oppure ricorrendo al lavoro a chiamata, anch’esso dato in aumento del 13,1% nei primi tre mesi di quest’anno (pag.2 della nota congiunta).

Il moltiplicarsi di tante forme contrattuali, oltre a rendere sempre più precaria l’occupazione, ha reso ancora più macroscopica la già marginale capacità istituzionale di controllare come si lavora oltre i cancelli di una fabbrica o di un capannone. La stessa azione ispettiva dell’Inail si ferma mediamente a poco più di 20 mila visite l’anno, su un bacino di 3 milioni e 760 mila posizioni assicurative territoriali. E quando le ispezioni si fanno, la realtà viene fuori. Nell’ultimo rapporto, l’Istituto segnala che su 20.876 aziende controllate nel 2016 (il 73% del terziario e il 23% dell’industria), l’87,6% è risultato irregolare; 57.790 i lavoratori sono stati regolarizzati e 5.007 quelli scovati “in nero”.

In questo contesto, l’ottimismo espresso dall’Inail negli ultimi 4 anni sugli infortuni e le malattie professionali si infrange perciò contro una situazione ben più articolata, che richiederebbe un maggiore approfondimento soprattutto da parte dello stesso Istituto.

“Il dato più inquietante – spiega Silvino Candeloro, del collegio di Presidenza Inca – è che si ha l’impressione di come la crisi abbia ‘anestetizzato’ l’attenzione delle istituzioni sul fenomeno degli infortuni e delle malattie professionali fino a farlo diventare una sorta di ritualità che si consuma ogni anno, in occasione della presentazione del rapporto annuale dell’Inail. Dal nostro punto di osservazione, infatti, possiamo affermare che la sottostima delle denunce sia tutt’altro che marginale. I lavoratori, sempre più precari, subiscono il ricatto occupazionale che li induce a rinunciare a segnalare i rischi per la salute nei luoghi di lavoro e addirittura a far emergere ‘episodi’ compromettenti”.

“Per il Patronato della Cgil, il problema resta quello di smascherare quei licenziamenti, giustificati spesso dalla inidoneità alla mansione, causata da un infortunio o da una malattia professionale”. Un argomento per il quale l’Inail stesso, nonostante l’ottimismo dei dati, ha mostrato una certa sensibilità stanziando per quest’anno 21 milioni di euro per il reinserimento lavorativo dei disabili. “L’auspicio – spiega ancora Candeloro – è che queste risorse vengano spese davvero in progetti concreti, da realizzare con il concorso di datori di lavoro, sindacati e patronati, per dare delle risposte adeguate a una domanda di tutela sempre più crescente e che sfugge alla fredda lettura dei dati statistici sul fenomeno complessivo”.

Una montagna di 957 pagine, complicata da scalare. E' l'ultima Relazione annuale della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo, presentata lo scorso 22 giugno, che riassume l'intensa attività preventiva e repressiva svolta nel periodo luglio 2015 - giugno 2016. Sfogliarla è lungo e pesante ma utilissimo per gli aggiornamenti, gli spunti e la conferma sulle cose da fare nella società e riguardo alle strutture produttive esposte agli affari malavitosi

E la Cgil cerca di stare sul pezzo, ogni giorno, nelle relazioni con i lavoratori e le controparti datoriali ed istituzionali. In questa nota ci limiteremo ad analizzare i numerosi e puntuali riferimenti che il report rivolge all’Emilia Romagna. Perché subito a metà della prima pagina, dopo le presentazioni, la nostra regione è citata per la "presenza della ‘ndrangheta al nord, notevolmente diffusa, che non presenta però ovunque le stesse caratteristiche". E la spiegazione che poi viene fornita è chiara.

Mentre in Veneto e in Friuli Venezia Giulia "l'organizzazione criminale reinveste i cospicui proventi nel settore immobiliare", Piemonte, Lombardia ed Emilia Romagna "sono regioni in cui, invece, vari sodalizi hanno ormai realizzato una presenza stabile, con accordi e sinergie fra le varie mafiosità". Intercettando prestanome, imprenditori e professionisti di riferimento e flussi economici nei territori; radicando la loro presenza capillare nei vari settori ormai conosciuti – edilizia, trasporti, commercio, servizi, ecc. – e cercando di governare "il bisogno di lavoro" fuori dalle regole contrattuali e, a volte, manovrando con "sindacati di comodo" (p. 23).

Tralasciamo l'ampia documentazione e le tante conferme negli atti e sedute in corso del maxi processo Aemilia, che vede anche i sindacati confederali presenti quali parti civili.

L’Emilia Romagna fa registrare, anche in questo ultimo anno considerato, una intensa attività investigativa, sostenuta da segnalazioni trasmesse dalla Dia regionale, con ben 237 citazioni antimafia e 3 di antiterrorismo: è la terza regione, dopo Campania e Lazio, e la prima in tutto il centro-nord. Il capitolo della Relazione dedicato all’Emilia Romagna documenta come nell'anno in questione siano "sopravvenuti 124 procedimenti contro noti" presso il Distretto antimafia di Bologna, descrivendo le evoluzioni delle mafiosità nostrane che hanno gli obiettivi di: "penetrare nella realtà economica locale per riciclare i proventi criminali, lasciando/facendo posto a figure professionali ed imprenditoriali locali"; "mimetizzarsi nel tessuto sociale locale ed investire anche nelle attività economiche legali"; "intestazioni fittizie e false fatturazioni… lavoro irregolare… avvicinamento al sistema degli appalti, subappalti di lavori pubblici e privati, con metodi corruttivi".

A tale proposito, il capitoletto emiliano-romagnolo cita solo alcuni esempi, casualmente in prevalenza modenesi: società Bianchini e Dueaenne (riconducibile al gruppo Bianchini) per il filone ‘ndrangheta; CPL Concordia e Pi.Ca. srl sul filone camorra (p. 508). Un’attenzione e un allarme particolare sono rivolti al possibile "pesante condizionamento dell'attività politico-amministrativa, come dimostrato dallo scioglimento del comune di Brescello… e le preoccupanti interferenze rilevate nel comune di Finale Emilia".

Un particolare rilievo ai nostri territori è rivolto al delicato filone dei "reati spia" riferiti alla "criminalità ambientale". La Relazione nazionale, pacatamente, rimprovera una certa sottovalutazione in tal senso. Ma l'Emilia Romagna è citata positivamente per essere sul podio delle "iscrizioni per delitti ambientali": al secondo posto nazionale con 17 procedimenti e 91 indagati, dopo Campania con 22, e prima del Piemonte con 16. E' questo un fenomeno malavitoso in crescita perché "le imprese delinquono di più in materia ambientale".

Nel terzo capitolo, riguardante la "criminalità organizzata di origine straniera", è interessante il dato relativo alla distribuzione territoriale che vede l'Emilia Romagna collocarsi al sesto posto, tra le regioni italiane, con 26 procedimenti aperti nell'anno e 117 indagati stranieri (38 marocchini e 29 albanesi), dopo Lombardia, Campania, Toscana. Ma siamo pure la quinta regione con otto procedimenti aperti per reati di "riduzione in schiavitù", il peggio del caporalato.

Da due anni, la seconda “a” di Dnaa sta per antiterrorismo, considerata l'attualità e l'urgente necessità di individuare, prevenire e colpire un crescente fenomeno epocale. Il report valorizza e riconosce il merito della Dda-Emilia Romagna quale unica procura distrettuale ad aver attivato due procedimenti di prevenzione antiterrorismo (p. 224). E si potrebbe continuare ancora; gli spunti sono tanti e fondati su dati e fatti concreti, spesso sottovalutati anche in queste nostre realtà locali.

Anche questa "lettura" deve perciò spingere tutte le nostre reti sociali, civili ed economiche - e il sindacato c'è - a fare ancora meglio e di più nei nostri territori. Facendo camminare bene e in fretta l'ottima legge regionale sul Testo unico sulla legalità, a partire dai territori locali. Dalla trasparenza e premialità negli appalti alla solida applicazione delle norme anticorruzione; dai migliori controlli contro il lavoro irregolare alle segnalazioni antievasione fiscale dai comuni; dai pesanti dati regionali sulle operazioni sospette di riciclaggio alla definizione di protocolli con i nostri tribunali per l'utilizzo sociale dei patrimoni sequestrati alle mafie; da investimenti strutturati, per una solida cultura della legalità nelle scuole, imprese e professioni, alla radicata prevenzione di situazioni di degrado per rifugiati ed immigrati.

* Franco Zavatti è coordinatore Cgil Emilia Romagna sicurezze urbane e legalità nel territorio

Nei dibattiti che con sempre maggior frequenza si tengono sul ruolo e sulla strategicità delle politiche industriali, il settore della logistica viene spesso indicato come marginale rispetto alla sfida competitiva del Paese, mentre, al momento di passare alle proposte concrete, ci si limita quasi sempre a rivendicazioni riguardanti nuove dotazioni infrastrutturali. In realtà, affrontare il rapporto fra logistica e industria di fronte alle trasformazioni in atto, significa partire da dove si è determinato quello che abbiamo più volte definito il “cambio di paradigma” della digitalizzazione.

Stefano Musso, docente di storia contemporanea all’Università di Torino, rispondendo lo scorso ottobre alle domande di Rassegna Sindacale, ha osservato che mentre per le prime due rivoluzioni industriali le definizioni sono oramai consolidate, sulla terza si può affermare che l’elemento caratterizzante è rappresentato dal computer che flessibilizza la produzione da un lato e globalizza i mercati finanziari dall’altro. Al quale si affianca il container, che globalizza il mercato delle merci, accelerando la velocità delle transazioni e l’abbattimento dei costi di trasporto.

Computer e container, produzione e logistica, un modello che è stato egemone per circa 20 anni. Questo modello ha però fondato la sua forza sulla prima globalizzazione, quella che ha inseguito la competitività, rincorrendo i Paesi a minor costo del lavoro (la delocalizzazione competitiva). Una globalizzazione ancorata a una divisione internazionale dell’economia, che affidava all’Occidente i mercati e la finanza e agli altri, soprattutto ai Paesi del Pacifico, quella produttiva. Per rispondere a quel modello si sono modificate navi e scavati porti, allargate aree di interporto, costruiti nuovi corridoi e nuovi flussi per le merci. La logistica è diventata una fase esterna al ciclo produttivo.

Le esternalizzazioni di queste attività hanno favorito la crescita e anche la nascita di veri e propri colossi logistici globali e di un pulviscolo di tante piccole imprese locali con condizioni di lavoro e sfruttamento spesso non dissimili da quelle dei Paesi dove si delocalizzava. Nel frattempo però la globalizzazione è cambiata, i Paesi emergenti hanno conquistato posizioni sia nella finanza che nei consumi e sono a tutt’oggi importanti mercati. Non vi è dubbio che questo cambiamento impatti profondamente anche sull’economia del container. Cambiano i saldi commerciali tra Stati, cambiano qualità e intensità degli scambi. Già nel 2010, per fare un esempio, il 45% dei container che partivano da Port Elisabeth, alla periferia di New York, erano vuoti. Più recentemente la terza società mondiale di shipping è fallita. Alcune delle grandi navi porta container non solcano più gli oceani, ma si sono convertite in magazzini galleggianti.

È in ragione di processi come questo che, contrariamente a tanta retorica sulla progressiva riduzione della manifattura nei Paesi avanzati a favore di quelli in via di sviluppo, si assiste negli Usa e in Europa alla nascita di iniziative governative di “Rinascimento industriale”. L’Europa si è data l’obiettivo di raggiungere il 20% di contributo dell’industria alla formazione del Pil entro il 2020. È in questo nuovo ambito che va ripensata la sfida industriale e il suo rapporto con la logistica. Rapporto che con l’avvento della digitalizzazione esce persino rafforzato, perché è chiaro che se l’Europa vuole evitare che i leader del settore digitale (tutti operanti nell’area californiana) le portino via la produzione industriale, deve realizzare rapidamente la fusione tra questi due mondi. Così come è altrettanto chiaro che questa fusione può avvenire solo attraverso un progetto di politica industriale.

Riguardo al ruolo della logistica, Wolfang Schroeder, docente dell’Univeristà di Kassel, nel descrivere le opportunità offerte dalla digitalizzazione, indica quattro ambiti di intervento: il miglioramento del processo produttivo, il miglioramento nel rapporto con i clienti, il miglioramento nei prodotti ibridi e negli smart service correlati e, appunto, il miglioramento della logistica, per la quale con la digitalizzazione si riescono a ottenere flussi di merci e informazioni più efficienti, una riduzione dei tempi di stoccaggio, per una maggiore efficienza degli impianti, offrendo inoltre nuove opportunità commerciali.

Basti vedere come la Mercedes Veicoli Industriali, lavorando in just & time e just & sequence, assicuri l’approvvigionamento della linea di assemblaggio direttamente e in tempo reale dalla catena di subfornitura globale, grazie a un articolato sistema logistico interno che conta oramai più addetti diretti di quelli della linea stessa. In questa realtà, la logistica non solo non è esternalizzata, ma rappresenta un fattore strategico della qualità e del successo di tutta l’azienda. Allo stesso tempo, assistiamo a processi diversi, dov’è la logistica che integra la propria missione, come nel caso dell’apertura da parte di Amazon di un proprio supermercato (Amazon Go), sfruttando la propria capacità logistica per entrare direttamente nel mercato dei consumer. O ancora, il concorso Robotics Challenge di Dhl, che apre alla open innovation per poi investirci direttamente.

Tutto questo non rappresenta purtroppo il baricentro della situazione italiana, caratterizzata non solo da un eccesso di frantumazione, ma da un sistema di imprese destrutturato, fondato in molti casi sul dumping sociale e imprenditoriale, figlio della logica del massimo ribasso, a partire da quelle false cooperative dove si determinano condizioni di lavoro più vicine alla schiavitù che al lavoro dipendente. Contraddizioni e abusi che andranno obbligatoriamente risolti.

La complessità della sfida, ma anche la sua ineluttabilità, è tutta qui. Non si tratta, come crede qualcuno, di mettersi o dalla parte del lavoro o da quella delle macchine, ma di come salvare il lavoro nel tempo delle nuove macchine. Il Paese ha già perso molte occasioni, nonostante si resti la seconda manifattura europea; è sceso molto il nostro “rango”, siamo arrivati in ritardo sulla prima globalizzazione e corriamo il rischio di esserlo anche sulla seconda.

Il capitalismo italiano è lento, aggrovigliato, opportunista. Nonostante ciò, deve capire che siamo a un passaggio cruciale: deve spostare sul terreno del valore la sfida competitiva, nella consapevolezza che non ci sono né scorciatoie, né alternative. Gli anni già trascorsi di questa crisi certificano la nostra debolezza, abbiamo perso un quarto della capacità produttiva, posti di lavoro e investimenti e non certo a causa dell’innovazione, dal momento che circa i tre quarti delle imprese cessate non usavano Internet. Bisogna quindi rimettere in moto il processo che da troppo tempo si è bloccato.

Questo vuol dire investimenti in innovazione, in organizzazione, in internalizzazione, tornando a mettere le risorse nelle imprese e non nelle rendite. Significa considerare il fattore umano, la persona che lavora, la sua creatività e responsabilità come la prima ricchezza intangibile dell’impresa. Una ricchezza da valorizzare con luoghi aperti, meno gerarchici, più attenti ai processi formativi.

Chiarito tutto questo, le notizie che seguono sono – come nella più classica delle tradizioni – di segno opposto, una buona e una cattiva. La buona è che siamo in una transizione che è appena iniziata, questo significa che c’è il tempo per fare scelte giuste e condivise che possano colmare il ritardo. Diego Ciulli, Policy manager di Google, ci ricorda che gli stessi Usa utilizzano solo il 18% del proprio “potenziale digitale”. La cattiva notizia è data dal fatto che il tempo che abbiamo a disposizione è breve. Non avremo piu fasi nelle quali per raggiungere la propria massa critica una tecnologia impiegava decenni (68 l’auto, 50 il telefono…). Oggi siamo passati dai 14 anni del Pc ai sette di Internet, ai due di Facebook.

Non è solo la legge di Moore ad accelerare questo processo. I prezzi e la concorrenza stanno dando una grande mano in questa direzione. Basti pensare al fatto che in soli 10 anni nel campo degli smartphone si è passati da un oggetto che non esisteva a miliardi di esemplari connessi con una rete di migliaia di aziende. Da una costosa novità a un prodotto low cost. È abbastanza evidente, quindi, come il tempo non sia una variabile indipendente se il nostro Paese non vuol essere tagliato fuori. Abbiamo un buon vantaggio sulla manifattura, ma secondo l’apposito indicatore messo a punto dalla Commissione europea per misurare il livello di digitalizzazione dell’economia sui 28 Stati membri, l’Italia occupa un poco lusinghiero 25° posto.

Anche per questo non abbiamo contestato il provvedimento di Industria 4.0 del ministro Calenda, indicandone anzi i punti di forza e di debolezza con spirito costruttivo. Perché tutti noi sappiamo che quel provvedimento è un passo importante e nuovo, ma che da solo non può bastare. Non ci si può occupare troppo delle tecnologie e poco delle necessarie politiche di sostegno sociale, senza affrontare in primo luogo il tema delle competenze dei lavoratori occupati con un grande piano formativo per l’inclusione digitale. Perché senza competenze non avremo mai un ambiente favorevole all’innovazione. Non è più tempo di indugi.

Lo dico consapevole di essere tra coloro che credono che l’innovazione sia una delle espressioni dell’intelligenza e della creatività dell’uomo, così come resto convinto dell’attualità del pensiero di Cesare Luporini quando affermava che “la ferita inferta dall’uomo alla natura può esser recuperata solo dalla tecnologia sviluppata dall’uomo”. Ma non possiamo nascondere il fatto che siamo di fronte a un passaggio nel quale il rapporto tra uomo e macchina, tra umanità e scienza, fra tecnologia e lavoro è cambiato. Senza un governo di questo processo si rischia di compromettere la coesione, a partire dal tema dell’occupazione. È una responsabilità storica: se non vogliamo che anche questo tema sia agito dai populismi è del tutto evidente che c’è bisogno di definire un nuovo compromesso sociale.

Un compromesso fondato sull’inclusione e non sulla discriminazione, sulla responsabilità e non sulla subalternità. Sul valore del lavoro. Non possiamo essere certo noi a sottovalutare i rischi o a manifestare un atteggiamento passivo e deterministico verso questo cambio di paradigma e considerarne oramai ineludibili gli approdi. Cito ancora, su questo punto, il professor Musso, il quale ci segnala il rischio di come le tendenze in atto possano muovere all’indietro gli assetti socio-economici, in direzione del lavoro ottocentesco. Il Jobs Act è lì a testimoniarlo.

Oggi, ovviamente, i contesti sono diversi e però per chi ritiene che la democrazia economica sia fondamentale componente della democrazia tout court, potrebbe valere l’osservazione che assai breve nella storia è stata l’affermazione di una democrazia sostanziale. Quell’età dell’oro fu pagata con il lavoro monotono, ripetitivo e rigidamente disciplinato, e per questo oggi non è più riproponibile. Così come non lo è il pensiero unico neoliberista che ha prevalso negli ultimi 30 anni, consegnandoci un quadro inedito di crescita delle disuguaglianze.

Industria 4.0 sembra aprire opportunità di miglioramento della qualità del lavoro, di riduzione della dimensione gerarchica e autoritaria dell’impresa, di flessibilità capace di compenetrare le esigenze delle imprese e dei lavoratori. Si tratta però di un esito per nulla garantito, che forse sarà ottenibile con una mobilitazione che attivi, attraverso un fattivo confronto sociale, adeguate politiche contrattuali e un processo capace di ridefinire il profilo dei diritti nel rapporto di lavoro. Ciò che sta provando a fare la Cgil con la Carta dei diritti universali e con il Piano del lavoro.

Formazione continua, welfare, innovazione e partecipazione sono i terreni sui quali occorre incentrare l’impegno nell’allestimento dei cantieri progettuali che indirizzino i cambiamenti verso le opportunità positive di Industria 4.0 e ne smussino i contraccolpi negativi in termine di rischi di esclusione. Sindacalizzando questo processo, con proposte e interventi che rivendichino investimenti in qualità, in sostenibilità, in salute e sicurezza. Incrociando su questi temi antichi le opportunità tecnologiche più avanzate e provando a perseguire, anche attraverso la contrattazione, quella ricomposizione della catena del valore e della filiera necessari per dare un modello di specializzazione più alto al nostro apparato produttivo.

Alessio Gramolati è il responsabile del coordinamento Politiche industriali della Cgil nazionale

Sei mesi fa, su sollecitazione sindacale, è partito un lungo lavoro di contrattazione con la Regione Liguria e le parti sociali per il rilancio economico e produttivo della regione. Tra le priorità individuate c’era la necessità di intervenire nella lotta al dissesto idrogeologico per il recupero e la messa in sicurezza di ampie porzioni del nostro territorio. Per una regione fragile e martoriata come la nostra, la cura del territorio rappresenta una sorta di prerequisito per poter attrarre investimenti e scommettere sul futuro: per questo il protocollo sul dissesto idrogeologico è una buona notizia.

Non è ancora lo shock di cui avrebbe bisogno l’economia ligure per marciare almeno al ritmo del resto del paese, ma la direzione è quella giusta. Si tratta di un accordo importante, perché finalmente partono i lavori. 42 milioni di euro di fondi europei per lo sviluppo regionale (Fesr) a cui andranno ad aggiungersi altri 22 milioni di residui dell’alluvione 2014. Una boccata di ossigeno per un settore come quello delle costruzioni, che fatica ad uscire dalla crisi e che nel primo trimestre del 2017 ha perso qualcosa come 17mila posti di lavoro. Allo stesso tempo, è una prima importante risposta al crescente disagio sociale visto che in Liguria, come certifica la Banca d’Italia, la povertà assoluta è cresciuta ed è aumentato il divario con le regioni del Nord-Ovest.

Un accordo importante perché si definiscono nuove regole per l’aggiudicazione degli appalti. I lavori verranno infatti aggiudicati con il criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa e non del massimo ribasso. Nei bandi di gara il prezzo peserà solo per il 20 per cento, valorizzando gli aspetti qualitativi e sostenendo lo sforzo per riorganizzare il nostro tessuto produttivo che è prevalentemente costituito da imprese piccole e piccolissime.

Le novità non finiscono qui: i contratti da applicare sono i contratti nazionale e provinciali del settore edile, mentre per tutti gli appalti superiori ai 2 milioni di euro l’accordo prevede la contrattazione d’anticipo, in altre parole l’obbligo di confronto sindacale prima dell’inizio dei lavori. Tra i criteri di qualità si riconosce un punteggio in più per quelle imprese che conoscono il territorio. E soprattutto si introduce una clausola sociale, ovvero un criterio premiale nell’ordine di 15 punti per quelle imprese che si impegnano ad assumere i lavoratori svantaggiati, coloro che hanno perso il lavoro durante la crisi e fanno fatica a ritrovarlo.

Il meccanismo prevede che, per prendere i 15 punti, metà delle nuove assunzioni debbano essere fatte tra i lavoratori svantaggiati e la novità sta nel modo in cui è stata individuata la platea dei lavoratori svantaggiati. Non si parla genericamente di disoccupati di lunga durata come prescrivono le direttive europee. Si dà una risposta immediata ai lavoratori liguri del settore delle costruzioni, per i quali è svantaggiato chi è disoccupato con almeno 500 ore di contributi versati nelle casse edili liguri. E poi si mettono le basi per rafforzare gli strumenti di contrasto alla povertà, nella convinzione che il lavoro è il migliore antidoto alla povertà. Pertanto sono considerati svantaggiati anche i percettori del sostegno per l'inclusione attiva (Sia) e dell’assegno sociale di disoccupazione (Asdi), strumenti di sostegno al reddito per chi ha finito tutti gli ammortizzatori sociali e si trova in condizione di particolare disagio sociale.

Dal 1° gennaio Sia e Asdi confluiranno nella nuova misura di contrasto alla povertà che va sotto il nome di reddito di inclusione sociale. Con il Rei si ha diritto ad un sostegno economico e i componenti della famiglia vengono presi in carico dai servizi sociali per aiutarli nel reinserimento sociale. Coloro che possono lavorare vengono segnalati ai centri per l’impiego ed è tra questi che le imprese dovranno pescare per rispettare gli impegni assunti. Attraverso il Rei è possibile individuare con più precisione chi si trova in una condizione di reale svantaggio sociale. Rispetto ad oggi dove nella migliore delle ipotesi i centri per l’impiego offrono percorsi formativi o tirocini, quanto prevede l’accordo consente di offrire posti di lavoro veri.

Con l’accordo sul dissesto idrogeologico prende forma il piano del lavoro in salsa ligure. Si tratta di un primo segnale concreto per sostenere lo sviluppo, vera emergenza della regione, ma resta ancora molto da fare. Per fare ripartire la Liguria ci vuole una politica con le idee chiare che decide in tempi certi: per questo, Cgil Cisl Uil hanno chiesto alla Regione di accelerare sull’utilizzo dei fondi europei. Bene gli interventi sul dissesto idrogeologico, ma bisogna partire subito con un grande piano per l’efficientamento energetico del patrimonio immobiliare pubblico. Una misura di vera e propria politica industriale per costringere il nostro tessuto produttivo a crescere e ad accettare la sfida dell’innovazione. Di fronte al rischio che la Liguria diventi una regione sempre più piccola e sempre più anziana, la Cgil Liguria incalzerà la Regione per costruire una diversa idea di sviluppo che sia in grado di dare un futuro alle nuove generazioni.

 Federico Vesigna è segretario generale della Cgil Liguria

Ieri la graduatoria degli atenei stilata dal Censis in base a parametri decisamente opinabili, oggi una ricerca che arriva dagli Stati Uniti sul presunto nepotismo in alcune università italiane. I quotidiani a larga diffusione si sono lanciati in una sorta di processo alla condizione universitaria che non solo non coglie gli aspetti veri e drammatici del problema, ma finisce per alimentare il discredito nei confronti degli atenei, tranne che per le “solite” eccellenze, in una stagione cruciale per centinaia di migliaia di famiglie, che dovranno decidere se e dove immatricolare i figli appena maturati.

Lo abbiamo detto più volte e lo ribadiamo ancora: non esiste alcun criterio scientifico nell'elaborazione delle graduatorie per gli atenei. Esiste però una certezza: in questi anni le poche risorse dell’università sono state distribuite a favore di alcune università penalizzando gran parte del sistema e contribuendo a indebolirlo. In sostanza i tagli sono stati ripartiti in modo disuguale colpendo le aree più deboli a partire dal Mezzogiorno, ma non solo. Nessuno nega che esistono patologie nel sistema universitario ma le cicliche “giornalate” che nascono dal caso specifico di nepotismo o presunto tale sono state in questi anni lo strumento per legittimare tagli impensabili in qualunque altro paese, e interventi normativi i cui effetti deleteri ormai non nega nessuno.

Non può sfuggire che  l'accanimento verso alcuni atenei in particolare, sia pure ingenuo e "per diritto di cronaca", alimenta la già massiccia fuga dei giovani dal Sud verso il Nord guarda caso proprio quando si tratta di scegliere la sede. Nel 2016 sono stati 25mila gli immatricolati del Sud in atenei del Nord, il 10 per cento sull'intera massa degli studenti, ma il 30 se si considerano solo quelli meridionali. E poiché il sistema universitario è stato congegnato come un cane che si morde la coda, meno iscritti uguale a meno risorse, e meno risorse uguale a minore offerta formativa.

Quando finirà questa retorica dell’eccellenza funzionale a precisi interessi territoriali che si sostanzia nei fatti verso un attacco a tutto il sistema universitario? Quando alcune università saranno costrette a chiudere? Davvero questo si vuole? E i media non si fanno, loro malgrado, complici, dal momento che difficilmente raccontano la verità complessa e articolata del sistema? Il fatto è che esiste, e lo abbiamo denunciato ormai da anni, un vero e proprio allarme per l'alta formazione universitaria, che colpisce in modo violentissimo proprio il Mezzogiorno e le aree depresse del Paese, suscitato proprio da quella barocca e inefficace ideologia della "eccellenza" e del "merito", che crea inutili competizioni tra atenei, inutili sfide, inutili graduatorie.

Quando finalmente anche l'opinione pubblica sarà in grado di considerare un docente, un dipendente, un laureato, uno studente della Federico II di Napoli (giunta ultima nella graduatoria del Censis) degni della stessa autorevolezza e dello stesso rispetto accademico e scientifico degli altri, allora saremo davvero fuori dall'allarme. Se invece si persegue nella definizione di classifiche usando parametri molto contestabili, allora vuol dire che siamo ancora sulla stessa rotta distruttiva. Occorre cambiare segno e politiche verso l'alta formazione universitaria: investire risorse raggiungendo i grandi Paesi europei, stabilire criteri diversi per la distribuzione delle risorse, e infine lavorare per rendere davvero universale l'accesso partendo da investimenti veri nel diritto allo studio.

Francesco Sinopoli è segretario generale della Flc Cgil

Del doman non v’è certezza”: potrebbe iniziare così la sintesi dell’impatto che la rivoluzione dei processi produttivi delineata nel progetto denominato Industria 4.0 può portare nella manifattura italiana legata ai settori artigiani e alle piccole e medie imprese della moda e della chimica. Si parla molto (forse troppo) di Industria 4.0 e poco di Manifattura 4.0: l’innovazione legata a tale processo non è infatti circoscritta alle sole realtà industriali, ma a tutte le attività di produzione.

La Filctem ha il compito di interrogarsi su quali potranno essere le conseguenze di questa trasformazione sull’occupazione dei lavoratori oggi impiegati nelle aziende artigiane e nelle Pmi, che per la stragrande maggioranza svolgono la propria attività al servizio, e in committenza, delle grandi realtà industriali.

Le fasi e la complessità non saranno uguali per tutti, in considerazione dell’innovazione tecnologica basata principalmente su tre livelli di evoluzione, da quello base, legato ai sistemi di assistenza, a quello medio dei sistemi cyber-fisici e a quello elevato dell’intelligenza artificiale. L’utilizzo di tali tecnologie nei processi produttivi delle grandi imprese, pensando nello specifico alle produzioni nei settori della moda, consentiranno alle aziende l’internalizzazione di fasi produttive oggi esternalizzate in funzione della riduzione dei costi.

Le filiere produttive della moda, così come quelle della chimica e gomma plastica, sono fatte da piccole, piccolissime e medie aziende specializzate in fasi di lavorazione dei semilavorati, che per la maggior parte rappresentano lavori a basso valore aggiunto e a bassa specializzazione professionale. Per i soli settori artigiani questa massa di lavoro rappresenta circa 250 mila addetti, escludendo le Pmi.

Sono queste le lavorazioni che da subito potranno essere, con investimenti non eccessivamente costosi, internalizzate dalle aziende, avendo come vantaggio il controllo interno e diretto su tutta la filiera e un’ulteriore riduzione dei costi, tagliando le lavorazioni in conto terzi oggi destinate alle aziende in sub-fornitura. Dobbiamo perciò supporre che il primo impatto negativo della quarta rivoluzione industriale lo subiranno i livelli occupazionali dei lavoratori dell’artigianato e delle Pmi. Mentre paradossalmente i livelli occupazionali delle grandi imprese potrebbero aumentare nelle fasi di controllo e sviluppo della nuova filiera produttiva interna.

Ci sarebbe da comprendere come poter accompagnare questa fase di transizione che vedrà l’espulsione dai processi produttivi di lavoratori poco professionalizzati in favore di lavoratori più altamente qualificati. Affinché l’evoluzione tecnologica a cui stiamo assistendo diventi fattore di crescita inclusiva e non di distruzione di lavoro, e soprattutto affinché non scateni una guerra sociale, occorre rivalutare la centralità del fattore umano a fronte della sua flessibilità e adattabilità al cambiamento.

Attorno a tale rivoluzione va rimodulato l’intero sistema sociale e di vita fuori e dentro il posto di lavoro. La maggiore produttività dovrà essere reinvestita in politiche sociali atte ad accompagnare la fase di transizione e di cambiamento strutturale, evitando di lasciare il lavoratore disoccupato in balia degli eventi. Ciò che va detassato sono gli investimenti in questo senso, con un meccanismo virtuoso di controllo tra le maggiori entrate e il mantenimento dei livelli occupazionali.

La ricollocazione e la riqualificazione dei lavoratori non possono essere costi lasciati a carico della collettività, ma ripartiti tra tutto il sistema produttivo, pubblico/privato. Ci deve essere un monitoraggio e una presa in carico di responsabilità tra la perdita di posti di lavoro nelle aziende artigiane e Pmi conto terziste e le fasi di internalizzazione e digitalizzazione delle imprese committenti.

Se non si procederà al monitoraggio di questi processi, le conseguenze di tali trasformazioni saranno percepite come negative, anziché essere utilizzate come opportunità di cambiamento e di miglioramento sia delle condizioni di lavoro che di qualità della vita.

Sonia Paoloni, segreteria nazionale Filctem Cgil

Nella crisi il reddito da lavoro autonomo è quello che ha subìto il calo maggiore e il maggiore aumento del rischio “bassa intensità lavorativa”. Lo dice l’Istat (vedi “Reddito e condizioni di vita”, 6 dicembre 2016) in merito all’abbassamento dei compensi. Ma, del resto, non servono neanche troppi studi: è sufficiente discutere con i diretti interessati per rendersi conto di quanto i professionisti, gli autonomi, i freelance stiano soffrendo un calo del reddito importante, che arriva alle volte al fenomeno del “lavoro gratuito”, in cui – in un’eterna corsa verso una formazione perenne – si remunera l’opera del lavoratore con l’esperienza, con il curriculum, con “l’odore del lavoro”, con l'aver “lavorato accanto a uno come me”.

Ora questo atteggiamento non è da demonizzare sempre, a mio parere. Non è scandaloso che un ragazzo appena uscito da un corso di studi passi un periodo di formazione on the job, che impari a lavorare o che, per due o tre mesi, apprenda cosa sia un posto di lavoro, abbia a che fare con un capo, con dei colleghi, con dei compiti da portare a termine. Le cose si complicano quando si accerta che a permettere questa infinita corsa verso il basso della remunerazione è l’attuale situazione di stagnazione, una crisi la cui unica risposta è stata la diminuzione drastica dei costi e dei diritti del lavoro.

Risposta non solo ingiusta, ma che si è peraltro dimostrata “inefficace”, non andando a incrementare la domanda interna a causa della quota di redditi da lavoro che (nella crisi) è rimasta al palo (tra le cause soprattutto salari reali fermi, alto tasso di disoccupazione e diseguaglianza tra lavoro autonomo “storico” e lavoro autonomo “povero”) e di conseguenza non incrementando gli investimenti, mancando del resto una leva pubblica e un indirizzo degli stessi investimenti verso i nuovi bisogni e l’innovazione. Risultato: lavori che, quando ci sono, vengono sottopagati o malpagati.

Se per i dipendenti esiste l’ombrello del ccnl, per i freelance siamo davvero nella giungla. In questo mondo, i rapporti di forza sono stati – storicamente – determinati dal singolo professionista per sé, come individuo forte della sua professionalità e competenza che riusciva a stabilire il giusto prezzo per la sua opera, aiutato, se fosse stato necessario, da un tariffario minimo depositato presso l’ordine. Negli ultimi anni antecedenti la cancellazione dei minimi (decreto 223/06 “Bersani”), in realtà, questo sistema era già andato in crisi. Le prime avvisaglie di un mercato asfittico, l’aumento dei professionisti in un sistema economico non pronto a servizi di qualità, spesso rendeva necessario bypassare le tariffe minime, fatturando una prestazione inferiore a quella effettivamente svolta.

Il 13 maggio scorso c’è stata nella capitale una manifestazione abbastanza partecipata, organizzata da alcuni ordini, specie quelli degli avvocati di Roma e Napoli (per onor di cronaca, va detto che la partecipazione a questa iniziativa consentiva l’attribuzione di tre crediti formativi). La manifestazione chiedeva la reintroduzione delle tariffe minime imposte per legge – che andrebbero, quindi, probabilmente, decise dagli ordini –. Specificando con chiarezza fin da subito che il ritorno alle tariffe minime non ci piace (salvo alcune eccezioni molto rare) ci sentiamo di ammettere che la domanda espressa da quella manifestazione era una domanda reale e forte. Una domanda giusta. Una domanda di diritti, su tutti il diritto principale dei lavoratori, ovvero il diritto a un compenso/salario/retribuzione/pagamento dignitoso della propria opera.

Come risolvere allora il problema? Credo si debba lavorare su tre direttrici, come tre, a mio parere, sono i gruppi in cui è possibile suddividere i committenti dei freelance. Innanzitutto, il pubblico, che dovrebbe essere Benchmark di lavoro di qualità e ben pagato, e che invece è spesso il peggior committente, quello che paga meno, che ha meno vergogna a chiedere lavoro gratuito, e che fa scontare i maggiori ritardi nei pagamenti. Se Il pubblico, lo Stato e le sue articolazioni, fosse un buon pagatore, se i tanti professionisti che lavorano per il pubblico (avvocati d’ufficio, restauratori e professionisti dell’arte, geometri ecc.) fossero ben pagati, i loro compensi diventerebbero di certo un riferimento.

Secondo gruppo di committenti, le imprese. In questi casi, il lavoro di un professionista si inserisce in un processo che crea un valore di cui l’azienda si appropria. Credo sia giusto che il costo della prestazione dell’autonomo risulti almeno pari al costo del lavoro equivalente se fosse stato svolto da un dipendente dell’impresa stessa. Se non fosse ravvisabile una professionalità equivalente, si potrebbe consultare il contratto studi professionali. È aberrante che il lavoro autonomo possa diventare un metodo per fare dumping verso il lavoro dipendente. Se il lavoro dipendente ha un certo costo, vi è un motivo. Una serie di motivi, anzi. Intanto, i ccnl non li fanno solo i sindacati dei lavoratori, ma sono fatti con le controparti. Significa che una firma sotto un contratto dovrebbe certificare che quel “prezzo” è sostenibile per qualcuno, ed è dignitoso per l’altro.

Il lavoro autonomo deve essere utilizzato per sopperire a professionalità mancanti nell'organizzazione aziendale, o per progetti specifici. Utilizzare lavoro freelance per non assumere, per ricattare i dipendenti o anche semplicemente per abbassare il costo di una prestazione rappresenta quanto di peggiore un’azienda possa fare verso il lavoro e verso il sistema economico in generale. Significa aderire al paradigma euro liberista, approfittando della debolezza degli accordi collettivi dovuta a una crisi che questa sorta di free riding ha creato o ha comunque alimentato.

È comunque evidente che, qualora il sindacato non riuscisse a contrattare anche per i non dipendenti nei contratti nazionali o di secondo livello, sarebbe necessaria una norma di legge che sancisca questo principio, e che magari conceda del tempo per incrementare questa parte ulteriore dei contratti nazionali, coinvolgendo anche le associazioni di professionisti per elaborare delle tabelle di equivalenza prestazione/tempo/professionalità, la cui complessa redazione non è così immediata, e che di certo non fa ancora parte della cassetta degli attrezzi del sindacato confederale. E se un professionista volesse vendersi a un prezzo inferiore per essere maggiormente competitivo, per guadagnare quote di mercato, o se volesse scambiare un basso costo unitario per un numero elevato di prestazioni che un grosso committente gli può assicurare?

In tali circostanze, la legge e i contratti potrebbero trovare delle deroghe ai minimi e individuare dei parametri attraverso un confronto con i professionisti e le loro associazioni; se tuttavia questa composizione risultasse insanabile, si potrebbe anche accettare di non fornire questa possibilità ai professionisti nei confronti delle committenze organizzate in impresa, allo stesso modo in cui non si permette a un dipendente di scendere sotto il contratto nazionale.

Ma il luogo naturale della concorrenza da wild spirits, è il mercato dei clienti/consumatori. In questo caso, è difficile individuare un’asimmetria paragonabile a quella per cui sono nati i contratti nazionali. È facile individuare chi sia la parte debole tra il dominus di uno studio legale e l’avvocato suo collaboratore che scrive per lui atti per 10 ore al giorno 6 giorni a settimana. Così come si capisce immediatamente chi sia la parte debole tra l’azienda che vuole un sito Internet e uno sviluppatore di pagine web. Ma chi è debole tra l’architetto e il proprietario di casa che si rivolge a lui per una ristrutturazione? E quando un idraulico viene nella nostra abitazione chi è la parte debole? Noi o il lavoratore autonomo? Per questo assume un carattere prioritario agire sugli altri due tipi di committenze, al fine di creare un ambiente “cuscinetto” alla concorrenza selvaggia.

Ciò non vuol dire che non si possa fare nulla nelle attività verso i consumatori. Pensare a tariffe consigliate che assicurino la qualità della prestazione, contrattate da ordini e associazioni di autonomi con le rappresentanze dei consumatori può essere una strada.
Così come sarebbe utile che nel contratto preliminare (obbligatorio) tra cliente e professionista fossero specificate tutte la fasi del lavoro, il prezzo unitario di ognuna, ed eventualmente vi fosse l’obbligo di segnalare il motivo dell’applicazione di una tariffa inferiore a quella consigliata. In questo modo, pur nella libera concorrenza, ogni cliente sarebbe a conoscenza delle parti del lavoro che saranno svolte per un prezzo inferiore alla “tariffa di qualità”. Ovviamente, sono solo ipotesi di lavoro, ma sarebbe opportuno sviluppare un dibattito in merito all'argomento.

A tutto ciò, si aggiunga il fatto che la redazione di un contratto preliminare così dettagliato potrebbe essere anche uno strumento utile per porre rimedio all'altro grande problema che affligge molti professionisti: la difficoltà di incassare i pagamenti per le prestazioni svolte. Se tutti i professionisti avessero sempre un contratto controfirmato dal cliente, questo potrebbe essere addotto come prova dell’accordo sottoscritto tra le parti. E anche in merito al tema dei mancati pagamenti sarebbe possibile un intervento del sindacato, se fosse disposto a tornare alle origini e alla mutualità. Sarebbe infatti interessante immaginare che un’organizzazione dei lavoratori, all’atto di iscrivere autonomi, o professionisti, o freelance, permettesse anche l’adesione a un fondo comune di assicurazione per i crediti non riscossi.

Anche qui, si tratta solo di ipotesi di lavoro, ma sarebbe opportuno un dibattito in merito a quali siano i servizi che quei lavoratori, che per il sindacato sono nuovi, potrebbero chiedere al sindacato confederale che ambisce a rappresentarli. Per rappresentare tutto il mondo del lavoro, nelle sue mutazioni, c’è necessità di mutare anche noi.

Cristian Perniciano è responsabile della Consulta del lavoro professionale Cgil

Le stime preliminari di Istat su Mezzogiorno e occupazione confermano un quadro di tendenza dell’economia al Sud e in Basilicata che abbiamo definito in chiaroscuro nella presentazione del recente rapporto Ires Cgil. E sono gli elementi che ci spingono a dire che la partita finale per il Mezzogiorno non è ancora stata giocata, sia per quanto riguarda la sua reattività alla lieve ripresa, sia per quanto riguarda una prospettiva più strutturale di economia avanzata e duratura.

Tre gli aspetti programmatici che si segnalano: qualità del lavoro, produttività e investimenti pubblico/privati nel Mezzogiorno. La lieve crescita che si riscontra è una crescita dettata più da ragioni congiunturali che da ragioni strutturali (investimenti pubblici e privati, settori nuovi, infrastrutture e logistica).

Certo un Pil che cresce dello 0,9% al Sud e che si mostra più dinamico di altre aree del Paese inverte, anche percettivamente, una tendenza di lungo corso e di matrice storica, quella del divario Nord/Sud, ma è altresì importante focalizzare l’attenzione sulle condizioni che soggiacciono all’avanzata del Pil: fattori congiunturali dovuti alla crescita più generale, al Sud e in Basilicata legati all’abbattimento del costo unitario di lavoro, con meccanismi che continuano a rendere più precario e meno duraturo il lavoro, specie dei più giovani con basse condizioni reddituali.

La ripresa dell’occupazione del 2016 ha coinciso, con una lieve flessione delle persone in cerca di occupazione (circa 500 unità pari al -1,6%); di conseguenza, il tasso di disoccupazione regionale si è ridotto di quasi mezzo punto percentuale passando dal 13,7% del 2015 al 13,3% del 2016, a fronte di una modesta crescita nel Mezzogiorno (dal 19,4% al 19,6%). Calo analogo a quello del Centro-Nord, area nella quale il tasso di disoccupazione è passato dall’8,8% all’ 8,4%. Ma ancora una volta non è secondario l’aspetto legato alla precarizzazione del lavoro e alla netta diminuzione (per non parlare di quasi azzeramento) di trasformazioni da lavoro a termine a lavoro a tempo indeterminato.

Poi la produttività, il grande tallone di Achille della Basilicata e del Mezzogiorno. Va vista la qualità delle imprese e la capacità di innovare, al Sud ed in Basilicata in particolare. La quota di export regionale in beni a “crescita dinamica” (quelli che inglobano competenze, investimenti e capitale umano qualificato) è frutto del decisivo contributo della filiera dell’automotive; numero e consistenza, per addetti, delle imprese localizzate in Basilicata con proprietà estera appaiono relativamente esigui.

I territori interessati da fenomeni di sviluppo accelerato negli ultimi vent’anni hanno visto, praticamente ovunque, il contributo decisivo di imprese estere. Non che la possibilità di acquisire i vantaggi competitivi in grado di favorire un avanzamento nelle catene del valore sia appannaggio delle sole filiali di multinazionali; tuttavia queste spesso costituiscono un “traino” a favore di imprese locali. Tutti questi fattori spingerebbero ad innalzare la produttività del lavoro ed a recuperare punti di Pil che si orienterebbero verso una crescita più strutturale e meno congiunturale.

Infine il grande tema degli investimenti, pubblici e privati,  ancora una volta a doppia velocità, che mettono il Nord del paese in condizioni migliori, seppure gli ultimi indicatori di Pil riequilibrano a vantaggio del Sud la partita. Al Nord continuano a crescere gli investimenti privati, malgrado la pessima performance italiana su quelli pubblici. In Italia, secondo gli ultimi studi Svimez, “gli investimenti che costituivano il 21,6% del Pil prima della crisi del 2007 sono scesi al 17% nel 2014 e sono 2% al di sotto della media Ue.  Più degli investimenti pubblici, sono diminuiti quelli privati, scesi di 3,2% del Pil.”

Il cosiddetto “decreto Mezzogiorno” fissa la quota delle risorse ordinarie delle spese in conto capitale, a favore delle regioni del Mezzogiorno,  al 34% del totale nazionale, valore raffrontabile al peso che la popolazione meridionale ha sull’aggregato demografico nazionale. Ciò rappresenterebbe una decisa inversione di tendenza rispetto alle “privazioni” di questi anni: la quota di spesa pubblica in conto capitale era passata, nel Mezzogiorno, dal 40,4% del 2001 al 35,3% nel 2007, disattendendo ogni impegno programmatico dei Dpef successivi.

Gli ultimi dati ci dicono che l’economia del Mezzogiorno, nonostante tutto, è reattiva, è viva. Ma non basta a decollare e non può fare a meno di interventi selettivi e qualificati a modificare l’orientamento e la prospettiva. Non basta una lieve inversione di tendenza a far dimenticare i problemi di cui il Mezzogiorno soffre, né il segno più di alcuni settori per dimenticare che il manifatturiero in generale ha bisogno di innovazione, investimenti, infrastrutture e strategie di ampio respiro e che si colleghino alle opportunità commerciali. L’economia meridionale ha un’elevata elasticità agli investimenti pubblici e a quelli in opere pubbliche in particolare, questo a causa dell’estrema debolezza dell’economia “di mercato” nel Sud, per l’appunto debolezza strutturale, così che la spesa in conto capitale rappresenta un volano molto potente per far ripartire il Mezzogiorno. Proprio per questo, la partita per il Sud non è che sospesa, è la madre di tutte le partite, la finalissima da vincere, per poter orientare strategicamente il Mezzogiorno verso un definitivo rafforzamento e un riposizionamento strutturale.

Angelo Summa è segretario generale della Cgil Basilicata

Sta andando avanti da alcune settimane su Rassegna un interessante ragionamento circa la possibilità di “rispondere” all’economia delle piattaforme con un modello che in qualche modo sia uguale e contrario. Uguale in quanto usa lo stesso concetto di condivisione; contrario in quanto lo applica non alla massimizzazione del profitto, ma alla diffusione di nuove forme di rappresentanza. Se le piattaforme vogliono disintermediare, Idea Diffusa, questo il nome del sistema proposto dalla Cgil, intende invece integrare competenze e opinioni per governare il nuovo (che non sempre è migliore del vecchio, almeno non per tutti) “dalla parte del Lavoro” (scritto con la maiuscola, come raccomanda Aris Accornero) .

Dell’effetto della digitalizzazione del lavoro si è scritto di tutto e il contrario. Alcuni studiosi hanno lanciato avvertimenti catastrofici (fine del lavoro, disoccupazione di massa, scomparsa di centinaia di mansioni e mestieri, lavoratori rimpiazzati da robot mossi da intelligenza artificiale) tanto che un’idea intellettualmente provocatoria, come quella di lavorare a retribuzione zero, rischia di passare da pratica simil-schiavistica a vero programma politico. Dall’altra parte, invece, studiosi altrettanto seri confidano nella capacità – dimostrata in fin dei conti in migliaia di anni di progresso dell’umanità – delle tecnologie innovative di creare prodotti sempre migliori e fantastici che richiamano nuovi consumatori (si pensi alla diffusione a decine di milioni di esemplari di auto, smartphone e robot industriali non solo in Asia, ma anche in Africa) e di conseguenza creano nuove occasioni di lavoro, e magari di migliore qualità.

Impossibile dire, senza prese di parte ideologiche, chi abbia ragione. Se proprio dobbiamo fare previsioni, queste, almeno, traguardino ben oltre la nostra morte. Entrambe le schiere, in ogni caso, portano seri dati statistici e ragionamenti raffinati a supporto delle proprie tesi. D’altronde, anche Marx si era trovato davanti a un dilemma simile: nei famosi “Frammenti sulle macchine”, parte dei Grundrisse, aveva notato che con lo sviluppo della grande industria, “la creazione della ricchezza reale viene a dipendere meno dal tempo di lavoro e dalla quantità del lavoro impiegato (…) ma dipende invece dallo stato generale della scienza e dal progresso della tecnologia, o dall’applicazione di questa scienza alla produzione”. Vale a dire che la scienza si sostituisce al lavoro umano, una condizione che all’epoca era vista come disastrosa e oggi è invece assai ben accolta, almeno da parte del sistema industriale e politico, anche se non dai lavoratori che perdono il posto per l’introduzione di nuove tecnologie.

Qui si innesta, a mia avviso, la domanda che Marco Tognetti pone in un recente contributo apparso su Rassegna: “Possibile che non si possano sfruttare i benefici del digitale senza perdere la qualità, la profondità e la protezione che i corpi intermedi offrono alla società da oltre un secolo?”. In effetti il discrimine è proprio questo: a chi un impiego non lo avrà più, cosa bisogna offrire? Un reddito di sussistenza – o una pensione anticipata – erogato per compensare la pena di non poter più esercitare la propria professione? Processi di formazione che lo rendano adatto ad assumere nuovi incarichi in un mondo della produzione che lo ha reso obsoleto? E davvero la formazione, che sappiamo essere risolutiva per i giovani, può riuscire a “resettare” un lavoratore nella fase finale della sua vita lavorativa? Si tratta di domande alle quali, nonostante i molti sforzi, non abbiamo sinora risposte che convincono pienamente. Anzi, come spesso accade, l’idea della leva formativa diviene una risposta generica a una mancanza di progettualità.

Tanto per fare un esempio: Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee, nel loro libro del 2011 Race Against The Machine, partono dalla constatazione che tra il 1995 e il 2011 l’America – nonostante la crisi del 2007-09 in cui si sono persi 12 milioni di posti di lavoro – ha fatto misurare una importante crescita del Pil. Ciò nonostante la forza lavoro impiegata è diminuita del 5 per cento, e i nuovi lavori creati a partire dal 2010 non sono sufficienti neanche a far fronte all’aumento della popolazione. Una prognosi senza appello, quindi. Che viene poi corretta con il libro successivo (The Second Machine Age, del 2014) che offre una ricetta tutt’altro che semplice per fronteggiare l’impatto sociale dell’innovazione: ripensare i sistemi educativi alla luce delle nuove esigenze della “seconda era della macchina”; sostenere e incoraggiare l'imprenditorialità, necessaria per sostituire molti dei posti di lavoro che andranno persi; introdurre un’imposta negativa sul reddito (noi la chiameremmo reddito di cittadinanza), ricetta fatta propria – sebbene all’inverso: tassare l’introduzione di macchine - anche da Bill Gates.

A me pare che confidare così tanto in soluzioni strategiche di lungo respiro non renda un buon servizio a chi il lavoro lo perderà probabilmente in un futuro vicino. Sarà quasi metà dell’umanità, come affermano Frey e Osborne, oppure solo l’8-10 per cento degli occupati come stimato da Stefano Scarpetta dell’Ocse? Certo le quantità sono importanti, ma ancor di più a me paiono cruciali i tempi. Le tecnologie avanzano con enorme rapidità e il matrimonio tra economia, lavoro e piattaforme digitali ha un effetto di iper-accelerazione.  Lavori che oggi sono considerati tutto sommato “al sicuro” per quanto lo saranno ancora? A te che sei un insegnante hanno spiegato che gessetto e lavagna andavano sostituiti con slide e computer. Ti sei adeguato, e ti pare di fare un lavoro migliore che in passato. Poi ti hanno detto che i libri andavano sostituiti con ebook, lo hai fatto anche se ti pare che l’apprendimento sia un po’ peggiorato. Infine, ti hanno detto che dovevi diventare un animatore di comunità di apprendimento online, e che era inutile far venire in classe i discenti. Infine, ti hanno detto che il tuo lavoro era ormai standardizzato, tanto valeva sostituirti con una piattaforma.

Spero che Idea Diffusa serva a ragionare di un mondo digitale che sia per tutti noi, non solo per pochi, e che riesca a realizzare, tramite un modello nuovo di rappresentanza degli interessi  collettivi dei lavoratori, l’ideale che le tecnologie devono portare progresso, non disastri.

Patrizio Di Nicola è docente di Sistemi organizzativi complessi alla Sapienza Università di Roma

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