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Un anno fa, il 18 gennaio, la tragedia di Rigopiano: 29 i morti in tutto, ma 10 di loro erano dipendenti del resort di lusso, a 1.200 metri di altitudine sul versante pescarese del Gran Sasso. Erano al lavoro come sempre, quando, poco prima delle 17, furono travolti da una valanga di neve e detriti, che si era staccata dal Monte Siella, insieme agli ospiti dell’hotel, 40 in tutto. Un destino crudele, che oltre ad aver macchiato di sangue quel paradiso di montagne, per molti meta di vacanze, ha anche cancellato l’unica risorsa produttiva di Farindola, azzerandone l’intera economia.

Proprio in questo piccolo comune abruzzese di 1.800 abitanti, tanti anni fa, il proprietario dell’albergo, Roberto Del Rosso, deceduto insieme ai suoi dipendenti, aveva costruito le basi per rilanciare lo sviluppo di un’area, precipitata in una forte crisi per le ondate migratorie dei decenni precedenti, con un’azienda di 30 dipendenti e un indotto importante, capace di favorire la valorizzazione delle colture locali, facendo leva non solo sul turismo, ma anche sulla difesa e il rispetto dell’ambiente. Temi rispetto ai quali la comunità farindolese, negli anni, ha mostrato una particolare sensibilità, facendo nascere il primo regolamento applicato nell’area, successivamente adottato dalla Regione Abruzzo su tutti i parchi, dalla Maiella al Gran Sasso.

Sono passati 12 mesi da quella brutta giornata e gli strascichi di quel dramma sono ancora tragicamente presenti, non soltanto nell’inchiesta della magistratura ancora in corso per accertare le responsabilità dell’accaduto, ma anche nella vita delle famiglie dei caduti sul lavoro, alle quali in parte le istituzioni pubbliche non hanno riservato adeguate tutele. Su questo specifico punto, il patronato della Cgil di Penne-Pescara, che ha preso in carico le domande di riconoscimento delle prestazioni Inail, ha qualcosa da dire: “I genitori di due ragazzi, deceduti poco più che trentenni, non hanno avuto alcun aiuto – spiega Tito Viola, responsabile dell’ufficio Inca di Penne-Pescara –, in quanto l’Inail, appellandosi rigorosamente al rispetto della normativa vigente, ha rigettato le loro richieste di riconoscimento della rendita, e quindi non hanno avuto alcun indennizzo”.

Il presupposto normativo non prevede alcun contributo se i genitori eredi, pur risultando conviventi con la vittima, non risultano a carico del defunto. La morte è arrivata troppo presto per questi due ragazzi, prima ancora di formarsi una famiglia; perciò nulla è dovuto. Ma non è così per il patronato della Cgil: “Per noi dell’Inca i caduti sul lavoro sono tutti uguali – continua Viola –. È vero che bisogna rispettare le leggi, ma in questa occasione emergono delle disparità di trattamento che potrebbero essere superate modificando le norme. Sarebbe auspicabile che si procedesse in tal senso per dare pari dignità al dolore dei familiari, che hanno subito il più innaturale dei lutti”.

Non solo. Per l’Inca, oltre all’accertamento delle responsabilità del dramma, competenza della magistratura, c’è l’esigenza di una presa in carico di tutte le vittime del lavoro e delle loro famiglie, che è in capo alle istituzioni pubbliche. Proprio per ribadire questo concetto, il patronato della Cgil ha rivolto una richiesta specifica all’Inail; quella di porre a Rigopiano, nel luogo della tragedia, in occasione della festività del Primo maggio, una lapide in memoria di tutti i caduti del lavoro.

La radice del nome criptos (κρυπτς = nascosto, coperto) evidenzia la natura oscura di questo nuovo fenomeno finanziario in vertiginosa crescita. Opaco a partire dal meccanismo di coniazione, che si basa su algoritmi complessi, una sorta di esoterismo tecnologico comprensibile a pochi eletti. Come se ciò non bastasse, il possesso e la compravendita di criptovalute avviene nell’anonimato.

Una definizione standard di valuta dice che essa è “la moneta in circolazione e i titoli fiduciari che la rappresentano”, oppure “uno strumento per facilitare lo scambio di beni e servizi in una determinata area geografica”. Alla sua smaterializzazione dalla forma di monete metalliche o banconote a moneta scritturale siamo già abituati da molto tempo: a partire dagli antichi “pagherò” fino ad assegni, bonifici, righe di saldo in un conto corrente, carte plastificate. Tra non molto sarà sufficiente uno smartphone per lo scambio di beni e servizi, anche al di fuori della nazione di emissione.

La virtualità delle criptovalute non è quindi una novità. Inedite sono, piuttosto, altre caratteristiche: nessuna Banca centrale le emette e ne controlla il corso; non sono emesse da alcuno Stato o federazione di Stati e, di conseguenza, non ne rappresentano, seppure nel modo fittizio cui ci hanno abituato gli artifici del capitalismo, il valore della sua produzione nazionale o la potenza militare nello scacchiere internazionale. L’unica legge che determina la quotazione delle criptovalute è la legge di mercato della domanda e dell’offerta. Per questa caratteristica vengono esaltate dagli ultraliberisti, ma godono di qualche simpatia anche a sinistra, perché si sottraggono (apparentemente) al giogo coercitivo delle banche e degli Stati.

Non solo. Alcune criptovalute nascono per scopi sociali e di beneficenza, come AidCoin, creata da CharityStars. Senza contare che, nel campo della raccolta fondi, le valute elettroniche potrebbero garantire trasparenza nella raccolta e rapidità nell’utilizzo dei fondi come mai accaduto prima, tramite l’utilizzo del protocollo Blockchain e degli Smart Contract. Nei Paesi poveri iniziano a essere usate per finanziare microcredito, oppure per aggirare il blocco finanziario, come ha annunciato il presidente venezuelano Maduro con la criptovaluta nazionale Petro

Per capire l’impatto che potrebbero avere sull’economia reale dei prossimi anni, è necessario conoscerne almeno per sommi capi l’origine e il funzionamento. Bitcoin, la prima e più famosa criptovaluta, è nata nel 2009 da un ignoto creatore sotto lo pseudonimo di Satoshi Nakamoto. Fu stabilita all’origine anche la quantità massima di Bitcoin coniati, per scongiurare l’inflazione: 21 milioni, e a oggi ne sono stati coniati i tre quarti. Altre criptovalute nate successivamente non hanno alcun limite di coniazione. Teoricamente ognuno di noi con il proprio Pc potrebbe coniare una criptovaluta, ma nella realtà occorre una grande potenza di calcolo per elaborare i complessi e misteriosi algoritmi che ne determinano l’estrazione (mining).

Per acquistare e conservare criptovalute si deve aprire un portafoglio elettronico (wallet web, software o hardware). La sicurezza delle transazioni è garantita dalle chiavi crittografiche, una privata dell’utente e una pubblica verificata dalla rete. Un sistema di verifiche multiple degli utenti valida la transazione; tutte le transazioni, dalla nascita di Bitcoin in poi, sono scritte nei nodi di un database distribuito, la Blockchain (letteralmente catena di blocchi), e questo garantisce la storia e la sicurezza delle transazioni stesse. Possiamo immaginare la Blockchain come un grande Libro Mastro scritto sulla rete, un registro pubblico, un protocollo di certificazione di identità digitale che si sta affermando anche in altri ambiti, per esempio proprio nelle banche e assicurazioni. Queste ultime sono interessate a tutta la tecnologia che sta dietro il mondo delle criptovalute, non solo Blockchain (anche Ethereum e Smart Contract), e ne stanno studiando l’applicazione.

Decentralizzato e a partecipazione pubblica, il protocollo Blockchain è trasparente e democratico. Inizialmente pensato per essere gratuito, nel meccanismo di fatto sono state introdotte delle commissioni per velocizzare il processo di validazione delle transazioni. In meno di dieci anni, sono nate decine e decine di criptovalute, tanto che i siti web stilano una hit parade delle top 10 o top 20, una bolla in continua espansione che nel 2017 ha superato i 200 miliardi di dollari. Proprio sulla velocità di transazione degli scambi potrebbe giocarsi il destino di quelle che resteranno in vita nei prossimi anni.

Possiamo considerarle un nuovo mezzo di pagamento o una speculazione finanziaria? Pur chiamandosi monete virtuali, finora la diffusione e l’utilizzo preponderante può assimilarsi maggiormente a una speculazione alimentata dai lauti guadagni dati dalla crescita del cambio con le valute reali. Bitcoin nel 2017 ha avuto un incremento del 1.500%, l’astro nascente Ripple del 36.018%. Alti guadagni, ma anche alti rischi, a cominciare da quelli dovuti all’esposizione a virus e truffe informatiche, a eventuali perdite accidentali del portafoglio virtuale, alla totale assenza di regole.

Oggi il controllo dell’affidabilità degli operatori e il controllo delle truffe è nelle mani dell’accortezza del cliente. Le Ico (Initial coin offering) con cui si possono finanziare le startup comprando criptovalute sono terreno fertile per le truffe. La Cina le ha vietate e sta adottando misure per controllare gli scambi in criptovalute a tutela dello yuan, pur avendone coniata una made in China (Neo). Analogo blocco a tutela del rublo è stato messo dal governo russo. E tuttavia la criptovaluta si sta affermando anche come mezzo di pagamento, sebbene la lentezza delle verifiche Blockchain e la volatilità delle quotazioni, al momento ne ostacolino una rapida diffusione (www.coinmap.org è la mappa di chi accetta i pagamenti in criptovalute).

Ma qual è, sull’intricata vicenda fin qui descritta, la posizione del sindacato? Per la Fisac Cgil, che auspica l’abolizione o quanto meno la drastica riduzione dell’uso del contante come fattore anticorruzione e antievasione, le criptovalute, in qualità di moneta elettronica, possono assolvere a questo compito? Il fatto è che, in assenza di qualsiasi regolamentazione e garantite dall’anonimato, le criptovalute oggi rappresentano potenzialmente un diffuso paradiso fiscale su web e una ghiotta occasione di riciclaggio. Negli Usa è allo studio un disegno di legge per bloccare l’evasione fiscale e imporre l’antiriciclaggio anche alle criptovalute, mentre si stanno sviluppando dei software per stanare gli evasori.

E in Italia? Nel nostro Paese nel 2015 la Polizia postale ha sequestrato migliaia di portafogli elettronici utilizzati per riciclare proventi da traffico di armi, droghe e altri illeciti. Tramite prestanome, su piattaforme sicure come PayPal e con carte prepagate, possono essere trasferiti fondi e acquistate criptovalute, rivendute poi in pacchetti, riciclando in poche ore migliaia di euro. Per contro, la Bitcoin Foundation Italia replica che in realtà si sta creando un allarme mediatico non avvalorato dai dati, peraltro molto difficili da reperire. Secondo Bfi a venir garantito è lo pseudoanonimato e non l’anonimato, mentre è possibile risalire al possessore reale anche tramite software specializzati. Sta di fatto che a fine 2016 nessuna indagine della magistratura italiana è stata in grado di rintracciare chi si nasconde dietro gli intermediari del riciclaggio virtuale. Quel che è certo è che c’è molto da fare, e che non può essere fatto con i tempi del secolo scorso, sia in termini di adeguamento da parte del legislatore che di controllo da parte degli enti preposti (operatori finanziari, banche, Banca d’Italia).

Perché la verità è che questa bolla che sta gonfiandosi, totalmente slegata da produzione e merci, fuori controllo, generata da algoritmi, ci riguarda, perché nelle crisi chi paga di più non è l’oligarchia che l’ha provocata, ma sono gli ultimi, i meno abbienti, la classe dei lavoratori. E mentre le valute a corso legale stanno svalutandosi in rapporto alle criptovalute, mentre queste ultime stanno affermandosi come la maggiore valuta internazionale nelle capitalizzazioni del mercato, è impossibile per le Banche centrali, oltre che per quelle d’affari, restare fuori dal gioco. Ma si tratta di un gioco pericoloso, in quanto in grado di mettere in crisi la sovranità monetaria degli Stati, sostituita da una moneta speculativa in mano a privati, e con la quantità di circolante fuori controllo. Un potenziale fattore di destabilizzazione molto preoccupante, che lascia le redini dell’economia a quelle “acciarpature monetarie” da cui Marx ci metteva in guardia.

Pubblichiamo un estratto da Valerio Strinati, La Costituzione e il lavoro, supplemento a «Rassegna Sindacale», novembre 2009 (qui il PDF della guida integrale)

La Costituzione della Repubblica affronta il tema del lavoro essenzialmente nella prima parte (princìpi generali: artt. 1, 2, 3 e 4) e nel titolo III (rapporti economici, artt. 35-40 e 46), oltre a contenere alcuni riferimenti distribuiti in altri articoli. Il fatto che questo argomento sia stato affrontato con notevole ampiezza nell’atto di nascita del nuovo Stato costituisce di certo un evento di grande rilievo, ma l’elemento di vera e profonda novità è costituito dalla solenne dichiarazione di apertura della Carta costituzionale (art. 1, 1° comma), che pone il lavoro alla base dell’ordinamento democratico, quale fondamento di esso. Da questo punto di partenza, e in stretta connessione con esso, si dipanano poi diversi corollari, in forza dei quali il lavoro, segnatamente nel titolo III, viene considerato più specificamente nella sua funzione economica e sociale come destinatario di una tutela particolare proprio in ragione del ruolo centrale che gli è riconosciuto nella vita associata e, di conseguenza, nel quadro istituzionale, “quale forza propulsiva e dirigente in una società che tende ad essere di liberi e di eguali” (così M. Ruini, nella relazione al Progetto di Costituzione, 1947).

Conferendo centralità al lavoro e ai suoi istituti, la Costituzione repubblicana si inquadra inoltre coerentemente nella linea evolutiva del costituzionalismo democratico novecentesco, che, differenziandosi profondamente dalle carte liberali del XIX secolo, non si è limitato a delineare la fisionomia degli organi di vertice dello Stato, e a regolare i loro reciproci rapporti e i rapporti con i cittadini, ma ha definito i punti fermi di una cittadinanza che estende i confini dei diritti e dei doveri dalla sfera civile e politica a quella sociale, mediante il riconoscimento e la regolazione dei diritti che i cittadini possono vantare nei confronti delle istituzioni pubbliche riguardo a materie quali l’occupazione, l’istruzione, la salute e la sicurezza sociale.

La finalità è la tutela e lo sviluppo della persona umana, in contrapposizione ai regimi fascisti

La costituzionalizzazione dei diritti sociali, che ha rappresentato una grande conquista per lo sviluppo democratico della vita pubblica in Italia e in Europa, non è nata dal nulla. Affonda le sue radici in un processo storico più che secolare, che ha visto come protagonista il movimento del proletariato industriale e agricolo, impegnato in una battaglia di emancipazione che solo dopo la fine della Seconda guerra mondiale ha portato, non senza forti opposizioni, a uno stabile riconoscimento dei diritti del lavoro e della sua centralità sociale e politica. Per tutte queste ragioni, non si può sottovalutare la straordinaria portata innovativa dell’art. 1: fondare sul lavoro la Repubblica democratica fu, infatti, una scelta dirompente, di chiara discontinuità non soltanto con il regime fascista, ma anche rispetto al precedente ordinamento liberale che, sia pure tra forti conflitti sociali, era rimasto saldamente ancorato al primato dell’iniziativa economica privata, del diritto di proprietà e della posizione di supremazia sociale da esso derivante, quando non della differenziazione di casta e dei privilegi della nascita.

Per comprendere il salto di qualità realizzato in Italia con la Costituzione sarà sufficiente ricordare che il termine “lavoro” con il quale essa esordisce non compare invece mai nello Statuto del 1848. Con l’art. 1 sono dunque enunciati due princìpi fondamentali dell’ordinamento: quello democratico (l’Italia è una Repubblica democratica...) e quello lavorista (...fondata sul lavoro) che, congiuntamente al principio egualitario e al principio personalista, di cui si dirà più avanti, costituiscono la trama connettiva delle diverse norme della Costituzione (non solo di quelle sul lavoro). Sono proprio questi princìpi a conferire alle norme costituzionali reciproca coerenza (Bonifacio, 1968), a segnare i limiti posti all’attività di revisione della Costituzione stessa, a consentirne una interpretazione evolutiva, tale, cioè, da assicurare l’adeguamento di princìpi e regole enunciati più di sessanta anni or sono all’evoluzione della realtà culturale, sociale, politica ed economica del paese.

Nei princìpi fondamentali, inoltre, si compendiano gli indirizzi di fondo sui quali si realizzò la convergenza delle culture politiche liberaldemocratica, cattolica e marxista, rispetto all’obiettivo di dare vita a un sistema democratico con un avanzato contenuto sociale. Ognuna di queste culture ha apportato un contributo fondamentale alla messa a punto della Costituzione, ma nessuna può vantarne la paternità esclusiva: basta scorrere gli atti dell’Assemblea Costituente per constatare come ogni singola disposizione rechi l’impronta di un confronto e di una contaminazione particolarmente fecondi, che hanno sedimentato una riserva di princìpi e valori alla quale si può ancora, e largamente, attingere.

Nelle tre vertenze più note e dibattute degli ultimi tempi – Amazon, Ikea, Melegatti – è emersa una comune e fondamentale novità: l’ingresso del consumatore nell’arena delle relazioni industriali. Così ha sintetizzato Dario Di Vico nell’editoriale del Corriere della Sera del 13 dicembre scorso il significato più emblematico di tali esperienze. Come non essere d’accordo? Stiamo parlando, tra l’altro, di vertenze che parlano più che di presente/passato, di presente/futuro: la vicenda Amazon sembra addirittura annunciare una nuova epoca, i termini del conflitto sociale del domani in una delle aziende leader del capitalismo digitale.

Il dato veramente nuovo che mi preme sottolineare è però un altro. Provo a sintetizzarlo come segue: la discesa in campo dei consumatori è stata determinante anche nel successo – inteso in particolare come rottura dell’isolamento – che le lotte di cui sopra hanno ottenuto. Addirittura, il nuovo protagonismo dei consumatori è riuscito, attraverso iniziative mirate (come nel caso della vertenza Melegatti), a far conquistare simpatie al sindacato dentro la Community degli innovatori, che rappresenta il nocciolo duro degli utilizzatori del servizio Amazon.

La “ipertecnologica” Amazon, la “democratica” Ikea, immagini aziendali costruite con un investimento di tali e tante risorse pubblicitarie e sapienza mediatica, in grado di metterle al riparo – tra gli altri obiettivi – proprio dalle iniziative “veterosindacali”, si sono dovute scontrare anche con un secondo fronte, quello rappresentato dai consumatori (più o meno organizzati). Bisogna metterle a fuoco queste novità, farne tesoro. Perché, è vero, i consumatori stanno acquisendo sempre più un potere di condizionamento. Che può essere attivato al fianco del potere di condizionamento che gli stessi lavoratori esercitano per mezzo delle loro organizzazioni di rappresentanza. Oppure può essere lasciato al suo stato inerziale. Due parallele che non si incontrano mai.

Il messaggio che arriva da tali esperienze sociali è inequivocabile: i consumatori possono diventare forza attiva nella grande contesa tra capitale e lavoro. Per questo costruire un nesso permanente tra lavoratori e utenti, tra sindacato e organizzazioni dei consumatori, per definire insieme una linea strategica comune, può rivelarsi decisivo e utile: fino al lancio di campagne di boicottaggio in comune dei prodotti di quelle aziende che violano apertamente i diritti  fondamentali del lavoro.

A questo preciso riguardo, Federconsumatori, con i protocolli di intesa sottoscritti con la Fiom, la Fisac e con altre categorie della Cgil, sta cercando di aprire da anni un nuovo fronte di intervento. Protocolli che, vale la pena di ricordarlo, si reggono su due concetti di fondo. Il primo: il consumo condiziona sempre più le decisioni di investimento. La relazione tra produzione, distribuzione e consumo, che per decenni è stata pensata come essenzialmente gerarchica (è l’offerta che crea e governa la domanda), sta diventando sempre più circolare. La reputazione dell’impresa e del prodotto, il marchio, sta assumendo sempre più un valore determinante, che può, per ciò stesso, passare dal positivo al negativo, diventare cioè il tallone di Achille di qualsiasi impresa e prodotto. Il secondo: nel corso dell’attuale Grande Crisi, il tema del modello di consumo (consumismo, spreco, rifiuti, sicurezza) ha finito per acquisire la stessa rilevanza – per la prima volta nella storia – del tema relativo al modello produttivo. Nell’altra Grande Crisi, quella del 1929, non era stato affatto così.

È possibile trarre un insegnamento dalle vertenze sul lavoro che con sempre maggior frequenza vedono implicate grandi multinazionali nei settori più disparati? C’è modo di far tesoro della qualità – nella fattispecie, dell’eterogeneità – dei soggetti coinvolti, del tipo di risultati ottenuti? L’unica certezza che dai conflitti in questione possiamo ricavare è che la strada intrapresa, perfezionata, organizzata e governata, può portare buoni frutti agli Achei, per dirla con L’Iliade di montiana memoria. Sia ai lavoratori che ai consumatori.

Luigi Agostini è coordinatore della Fondazione Isscon (Istituto studi sul consumo)

Se c’è una professione che in Italia sembra non conoscere crisi, questa è quella di “esperto di pensioni”, come conferma, tra le altre cose, la continua attenzione al tema dedicata da stampa e talk show. Con cadenza praticamente annuale, esattamente da 25 anni – la prima “grande e definitiva riforma” fu realizzata dal governo Amato nel 1992 – il tema è al centro del dibattito di politica economica e ogni volta che una riforma viene introdotta la si definisce come “ultima ed epocale”.

Così avvenne quando a dicembre 2011, durante i giorni dell’emergenza economico-finanziaria, venne introdotta la “riforma Fornero”, che, con durezza e mancanza di gradualità del tutto inedite nella storia delle continue riforme italiane, stabilì fra le altre cose, un repentino incremento dell’età pensionabile, riducendo in misura consistente le possibilità di ritiri anticipati. Così era avvenuto, due soli anni prima, quando con l’allora governo Berlusconi si definì il principio, tuttora in vigore, in base al quale tutti i requisiti per il pensionamento crescano automaticamente con l’evoluzione dell’aspettativa di vita.

Oltre all’asprezza e alla mancata gradualità dell’intervento del 2011 – e alla problematica relativa a chi, disoccupato, si ritrovò all’improvviso a vedere molto lontano il momento della pensione – ciò che stupì i commentatori più attenti agli equilibri economici e sociali, e non interessati ai soli saldi del bilancio pubblico, fu l’aver incrementato l’età pensionabile in modo omogeneo per tutti, senza tener adeguatamente in conto le molteplici eterogeneità individuali nella possibilità di prosecuzione dell’attività, a causa, ad esempio, di problemi di salute, vincoli familiari e, più in generale, di una limitata occupabilità.

Meritoriamente, il governo, nel nuovo piano di intervento di riforma previdenziale definito nella seconda metà del 2016, aveva individuato nell’assenza di flessibilità dell’età pensionabile un limite del sistema e aveva, da una parte, introdotto l’Ape sociale, per consentire il ritiro anticipato senza penalizzazioni economiche per alcune categorie di lavoratori svantaggiati e, dall’altra, aveva indicato fra le linee guida della cosiddetta “fase 2” della riforma – che si sarebbe dovuta delineare nel corso del 2017 – la definizione di ulteriori forme di flessibilità in uscita, che consentissero anche di tener conto delle differenze nella longevità, considerando che la vita attesa differisce in misura molto ampia fra individui con diverso status socio-economico, penalizzando in misura consistente i meno abbienti: basti citare che, fra gli uomini, un operaio non qualificato vive, in media in Italia, 5 anni meno di un dirigente.

L’aver previsto un intervento di riforma “in due tempi” faceva presagire che, nel corso del 2017, il governo avrebbe finalmente avviato una riflessione approfondita, basata sui più dettagliati studi a disposizione, per valutare gli effetti del continuo e omogeneo incremento dell’età pensionabile, sia dal punto di vista dell’equità – ovvero il trattamento di persone con diverse opportunità lavorative e condizioni di salute – che dell’efficienza – relativamente all’impatto del continuo e omogeneo aumento dell’età pensionabile sulla produttività complessiva del sistema economico e sulle stesse opportunità occupazionali dei più giovani.

La speranza era, dunque, che si sarebbe giunti a interventi che una volta per tutte, e fuori da contesti emergenziali, delineassero un quadro normativo maggiormente coerente con gli obiettivi appena richiamati e con la stessa logica di un sistema di assicurazione sociale come quello pensionistico, che dovrebbe fornire tutele differenziate contro rischi che per loro natura si distribuiscono in modo fortemente eterogeneo fra la popolazione. Il dibattito che si è succeduto nelle scorse settimane e le decisioni di policy a cui si è giunti – bloccare per un biennio per 15 categorie di lavoratori l’aumento di 5 mesi dell’età pensionabile (che rimarrà, dunque, ferma a 66 anni e 7 mesi, anziché crescere a 67 anni, come avviene invece per la generalità dei lavoratori) ed estendere ad altre 4 categorie l’accesso all’Ape sociale laddove si rispettino i requisiti relativi alla definizione della gravosità dell’occupazione – hanno rappresentato invece l’ennesima occasione persa per ragionare in modo approfondito su una questione con ricadute rilevanti, sia per gli individui che per il sistema economico italiano.

Sebbene si avesse il tempo per avviare una riflessione, trasparente e scientificamente fondata, sul complesso dei nodi ancora aperti – limitata flessibilità nel pensionamento, trasferimento sull’obbligo al lavoro di qualsiasi guadagno di aspettativa di vita media (quando la logica vorrebbe, peraltro, che i guadagni di aspettativa di vita venissero distribuiti fra vita attiva e fase di ritiro), disattenzione alle differenze di longevità –, si è scelta una soluzione di piccolo cabotaggio. Tale soluzione rischia addirittura di accentuare le iniquità fra lavoratori simili, il diritto a ritirarsi o meno sulla base di requisiti più vantaggiosi dipendendo da fattori abbastanza casuali.

Certamente, le questioni da affrontare non sono semplici. Al contrario, lo studio dei legami fra invecchiamento, aspettativa di vita, età pensionabile e funzionamento del sistema economico è un tema molto complesso, rispetto al quale non appare per nulla facile stabilire semplici ricette di policy. E tuttavia, un’evidenza empirica abbastanza consolidata inizia a emergere. Su questa base, si sarebbe dovuta avviare una seria riflessione su cosa condizioni le diverse opportunità dei lavoratori e quali siano le ricadute delle possibili linee di intervento sul sistema economico. Al contrario, ci si è limitati a stabilire esogenamente le risorse pubbliche che si potevano destinare alla definizione di regole più favorevoli e, in modo abbastanza discutibile, si è stabilito fra quali categorie di lavoratori distribuire le limitate risorse a disposizione, introducendo alcune eccezioni alla regola generale.

Dal punto di vista dell’equità, la letteratura epidemiologica è unanime nell’evidenziare quanto ampie siano le differenze nelle condizioni di salute e nei rischi di mortalità di individui di diverso status socioeconomico. Un’età pensionabile uguale per tutti – e, in prospettiva, nel sistema contributivo, un meccanismo di calcolo attuariale della pensione basato sulla sola aspettativa di vita media – comporta, di fatto, una chiara redistribuzione in senso regressivo della ricchezza pensionistica (il totale delle pensioni che si riceverà nella vita) da chi vive di meno, dunque i meno abbienti, a favore dei più abbienti, che vivono in media di più. Emerge anche il rischio che l’aumento forzoso della vita attiva per persone impegnate in lavori di diversa gravosità, oltre che lo stress associato ai rischi di disoccupazione in età anziana – dato che non tutti fronteggiano le stesse opportunità occupazionali da anziani – possano ulteriormente amplificare i differenziali sociali di salute e mortalità.

D’altro canto, se vari vincoli che agiscono dal lato sia dell’offerta che della domanda di lavoro non influenzassero le scelte e le possibilità di prosecuzione della carriera non si osserverebbero ampie differenze nei tassi di occupazione dei lavoratori anziani in base al loro titolo di studio. Dai dati Eurostat si nota, invece, che nel 2016 fra gli uomini di età 60-64 anni, il tasso di occupazione di chi ha al massimo un diploma di scuola media è in Italia pari al 33,8% ed è inferiore alla media Ue a 15 (36,8%), mentre fra i laureati il tasso di occupazione risulta pari al 79,3% (inferiore solo alla Svezia nell’Ue), a fronte di una media Ue a 15 del 63,9%.

Differenze così ampie – non imputabili unicamente alle diverse possibilità di accesso al pensionamento anticipato da parte dei lavoratori “precoci” – dovrebbero portare a riflettere a fondo sulle cause retrostanti e a interrogarsi su cosa aumenti indiscriminati e continui dell’età pensionabile possano implicare per il funzionamento del sistema economico, oltre che per il benessere individuale. In questo quadro, l’evidenza recente per l’Italia segnala come il cospicuo e omogeneo incremento dell’età pensionabile introdotto durante la recente fase recessiva abbia determinato una riduzione delle possibilità occupazionali dei più giovani e come l’aver impedito l’uscita dei lavoratori anziani più deboli abbia generato un effetto negativo sulla produttività.

Certamente, la materia è complessa. Se è chiaro che chi è più abbiente vive in media di più e, dunque, anche in uno schema apparentemente neutrale dal punto di vista distributivo come quello contributivo, riceverà di più, non è chiaro quale sia il fattore che causa la più elevata aspettativa di vita – migliori cure, condizioni di vita e di lavoro più salubri, minore stress, maggiore prevenzione – e, dunque, in base a quali caratteristiche individuali (o della storia lavorativa) andrebbero concessi trattamenti differenziati per quanto riguarda i requisiti per il pensionamento o il calcolo dei coefficienti di trasformazione nel sistema contributivo. Analogamente, modelli complessi sarebbero necessari per valutare sotto quali condizioni si massimizzerebbe il potenziale produttivo di un Paese, fermo restando che un incremento indiscriminato dei requisiti di pensionamento non costituisce, con ogni probabilità, una strategia di first best.

Resta, tuttavia, fermo il punto che una crescita uniforme e continua dell’età pensionabile appare subottimale sotto il profilo sia dell’efficienza che dell’equità. Se soluzioni di first best si dimostrano utopistiche, la politica dovrebbe, comunque, cercare di utilizzare al meglio le informazioni disponibili, definendo un quadro normativo coerente e stabile, anziché ricadendo in risposte di corto respiro, basate sugli equilibri politici da raggiungere prima dell’approvazione di ogni legge di stabilità. Le risposte oggi proposte potrebbero, peraltro, ulteriormente amplificare alcune differenze difficilmente giustificabili (per esempio, perché si può accedere all’Ape sociale se si sono trascorsi 6 degli ultimi 7 anni in attività gravose, anziché 5 negli ultimi 6?) e condizionare in negativo il futuro percorso di riforme che intendano rispondere in maniera più adeguata alle sfide oggi sul tappeto.

Michele Raitano è docente di Politica economica alla Sapienza Università di Roma

Anno nuovo, ma vecchia vita. Sebbene sia l’ultima manovra del Governo Gentiloni e di questo Parlamento, sciolto a fine 2017 in vista delle elezioni politiche del prossimo 4 marzo, la legge di Bilancio 2018 varata il 23 dicembre al Senato (con 140 voti favorevoli e ben 94 contrari) non assume tratti particolarmente propagandistici e, dunque, espansivi come ci si sarebbe potuti aspettare.

In realtà, sin dalla Nota di aggiornamento del Def 2017 di settembre erano noti il segno e l’entità della manovra economico-finanziaria per il triennio 2018-2020. In estrema coerenza con le leggi di stabilità e Bilancio precedenti, come rivendicato da subito dal ministro dell’Economia, la legge di Bilancio 2018 (assieme al cosiddetto decreto fiscale che garantisce buona parte delle coperture) resta nel “sentiero stretto” dell’austerità, seppur dilazionata, e della politica di svalutazione competitiva. Anche questa legge rinvia il famigerato pareggio di bilancio (deficit strutturale intorno allo 0,5), continuando però a generare avanzi primari sempre più ampi, ossia nuovi tagli della spesa e ricomposizioni inique delle entrate, tali da deprimere la domanda aggregata e la stessa crescita potenziale su cui si basa l’aggiustamento dei conti pubblici.

L’Italia continua ad avere l’avanzo primario più alto d’Europa (dall’1,7 del 2017 al 3,5 per cento del 2020). In termini di entrate ciò equivale a una riduzione netta di circa 9,4 miliardi di euro per quest’anno (4,8 miliardi nel 2019 e addirittura un incremento del gettito per 1,5 miliardi nel 2020). Stavolta almeno le maggiori entrate sembrano derivare principalmente dalla lotta all’evasione fiscale e dalla web tax.  A queste corrispondono incrementi netti delle spese inconsistenti, pari a 1,6 miliardi, poco più dei tagli strutturali previsti. Tecnicamente nel 2018 da un livello di indebitamento netto della Pa pari all’1 per cento del Pil in termini tendenziali (cioè senza interventi, prima della manovra) è stato fissato, d’accordo con la Commissione europea, il nuovo obiettivo di 1,6 punti di deficit (anziché 1,2 per cento come previsto ad aprile).

Tuttavia, il margine espansivo continua a contrarsi, visto che nel 2017 il deficit era del 2,1 per cento, mezzo punto in più per l'economia reale. E non dimentichiamo che il vincolo europeo di deficit spending è del 3 per cento, come ben ricordano altri paesi europei quali la Francia, la Spagna e il Regno Unito nelle proprie leggi di bilancio 2018. In poche parole, si tratta di una manovra “cauta”, che non rilancia l’economia e l’occupazione del nostro Paese. Una manovra che non affronta il tema centrale dell’aumento delle diseguaglianze e dell’indebolimento generalizzato del lavoro. Una manovra di desistenza.

Nonostante il ciclo economico internazionale temporaneamente positivo abbia portato nel nostro Paese una crescita superiore alle aspettative di inizio anno – anche se visibilmente inferiore a quella delle altre economie industrializzate, europee e non solo – i nuovi decimali di Pil (da 1,2 a 1,5 per cento nel 2017, che dovrebbero “trascinare” la stessa cifra nel 2018) e di possibile stimolo dell’economia pubblica non vengono utilizzati. La prima dimostrazione è data dalla cosiddetta clausola di salvaguardia che pende sull’aumento dell’Iva, scongiurato anche quest’anno con 15,7 miliardi di euro su un totale di 28 miliardi di manovra complessiva.

Malgrado la distanza dal livello del 2007 degli investimenti nell’economia reale sia ormai pari al 30 per cento, il Governo pianifica per il triennio un contenimento degli investimenti pubblici e istituisce un fondo per le infrastrutture con sole cifre nominali che – guarda caso – valgono dal 2019 al 2033. Si pone molta enfasi sul “Piano nazionale Impresa 4.0”, ma le poche risorse a supporto (appena 1,2 punti di Pil in 5 anni per prorogare gli incentivi, tra cui iperammortamento e nuova Sabatini, a cui si aggiunge un credito d'imposta del 40 per cento per la formazione digitale) confermano una linea troppo liberista che presta attenzione solo alle poche imprese che hanno resistito alla crisi innovando processi e prodotti (non oltre il 20 per cento dell’intero sistema privato).

Restano così lontanissimi dai già modesti livelli pre-crisi sia il tasso di disoccupazione, sia i redditi da lavoro, che il Governo programma di contenere ulteriormente anche nel prossimo futuro delineato dal quadro macroeconomico programmatico 2018-2020. In pratica si scommette solo sugli investimenti delle imprese, a partire da quelle che esportano, ignorando completamente gli squilibri sistemici dell’economia globale e le debolezze strutturali del nostro sistema produttivo. Ogni onesto analista economico vede segnali dal futuro dell’Europa e, in generale, del contesto globale poco rassicuranti.

Se nei saldi e dal punto di vista macroeconomico appare chiarissima la politica economica perseguita, osservando i singoli provvedimenti della manovra si alternano segni opposti. Certo, molti dei 1.247 commi – dovuti al maxiemendamento e all’ennesimo voto di fiducia – descrivono la frenetica ricerca di consenso nei confronti di interessi molto specifici o localizzati da parte delle forze politiche presenti nell’emiciclo piuttosto che dei singoli parlamentari. Le modifiche apportate dalla prima lettura alla versione finale si traducono in appena 541 milioni di impieghi aggiuntivi (maggiori spese e minori entrate) contro 561 di risorse a copertura, per un effetto addirittura positivo sul deficit di 20 milioni di euro.

I “ritocchi” al sistema pensionistico hanno catturato buona parte del dibattito sindacale, pur avendo il Governo disatteso gli impegni presi la scorsa estate, soprattutto sui giovani, a cui peraltro gli annunci anticipavano la dedizione dell’intera manovra. Da questo punto di vista, invece, la misura più significativa resta la proroga e la revisione degli incentivi alle assunzioni (sgravio contributivo del 50 per cento per i primi tre anni di contratto a tutele crescenti, valido per gli under 35 nel 2018 e per gli under 30 a decorrere dal 2019, che sale al 100 per cento per il Sud), che già hanno dimostrato la loro scarsa efficacia e le loro contraddizioni. In effetti, la politica economica e industriale del Governo, così come la legge di Bilancio, sono tutte basate su proroghe, incentivi e bonus (casa, figli, eco, sisma, cultura, ecc.). Anche la maggiore attenzione al Mezzogiorno si traduce in proroga e aumento degli incentivi alle imprese.

Appaiono più interessanti le disposizioni a favore delle zone terremotate del Centro Italia e i meccanismi di accelerazione della spesa contro il dissesto idrogeologico. Il sostegno al riequilibrio di bilancio di Regioni ed enti locali è cresciuto al passo con l’iter parlamentare della legge. Per le pubbliche amministrazioni, senza dubbio, il risultato più importante riguarda il rinnovo del contratto nazionale, dopo otto anni di blocco, rifinanziato con 2,8 miliardi per un aumento medio a regime di 85 euro (ritoccando anche il famoso bonus Irpef di 80 euro per evitare che gli aumenti causino l'esclusione automatica di alcuni lavoratori). Per scuola e università, inoltre, arrivano fondi per la stabilizzazione dei docenti e del personale amministrativo.

Di sicuro, però, il welfare non rappresenta una direttrice di investimento: si riduce di fatto il Fondo per il sistema sanitario nazionale e aumentano marginalmente le risorse dedicate al contrasto della povertà attraverso il Reddito di inclusione (Rei). Ricordiamo che uno dei temi politici più dibattuti al Senato ha riguardato il superticket per le prestazioni di assistenza specialistica, esentate solo parzialmente per le categorie più deboli.

Eppure, la stragrande maggioranza dei canali di propaganda mediatica continua a sottolineare il cambio di segno della legislatura, a partire dal Pil e dall’occupazione, ignorando completamente la distanza dai livelli “normali” di crescita e, ancor più grave, dai livelli potenziali di sviluppo e occupazione, ampissimi nel nostro Paese proprio per l’elevata inattività e l’eccessiva sottoccupazione, soprattutto giovanile e femminile. Il meglio è nemico del bene. Basta volgere lo sguardo agli andamenti delle altre economie avanzate che compongono i vertici “G” e dove la nostra posizione è sempre più periferica. A un cambio di segno dell’economia non ha corrisposto un cambio di passo. Senza contare la forza di lavoro potenziale, rispetto al 2008 mancano oltre 1 milione e 200 mila unità di lavoro (equivalenti a posti di lavoro a tempo pieno). Il bicchiere non è mezzo pieno, non siamo nemmeno a metà. Inoltre, la forte incidenza dei contratti a termine e, in generale, delle forme di impiego precarie tra i nuovi occupati dell’ultimo triennio indica un problema nella qualità del lavoro creato, oltre che un basso livello di redditi e di consumi, soprattutto per le nuove generazioni.

Non a caso nel dibattito parlamentare gli avanzamenti in tema di ammortizzatori sociali, politiche attive e tutele del lavoro sono insufficienti e sono stati persino ritirati gli emendamenti – benché avessero largo consenso parlamentare – che avrebbero limitato l'uso dei contratti a termine e migliorato i diritti dei lavoratori a tutele crescenti.

Con quest’ultima legge di Bilancio, dunque, si può tracciare un bilancio dell’intera legislatura. I Governi Letta-Renzi-Gentiloni, oggi come 5 anni fa, hanno dimostrato più attenzione agli interessi costituiti, ossia alla finanza e al mercato, gli stessi celati dietro la tecnocrazia europea. Allo stesso modo, le principali misure e le più imponenti riforme strutturali – tra cui spiccano quelle del mercato del lavoro e del sistema previdenziale, della Pa e della scuola – sono state caratterizzate da un netto sbilanciamento in favore del mondo delle imprese e, di conseguenza, per l’assenza di confronto con le organizzazioni sindacali.

L’occasionalità del cosiddetto dialogo sociale – tanto raccomandato dalle istituzioni europee – anche nell'ambito del semestre europeo, di cui il Def e la legge di Bilancio fanno parte, si riflette anche nel mancato confronto sulle manovre di fine anno, a cui resta solo la formalità delle audizioni preliminari in Parlamento. Non c’è da stupirsi. Una politica economica equa ed espansiva richiede deliberazione collettiva, confronto e monitoraggio. Un metodo ben scandito anche nel Piano del Lavoro della Cgil. Chissà se il prossimo Governo farà meglio o farà bene.

Riccardo Sanna è capo area Politiche di sviluppo della Cgil nazionale

“Il risultato più interessante riguarda l’occupazione. Nel nostro campione di circa 900 aziende, meno del 20 per cento utilizza le tecnologie digitali, ma queste imprese da sole hanno creato il 75 dei posti in più. Se una parte del dibattito vede la tecnologia come distruttrice di lavoro, la nostra ricerca mostra come al contrario l'innovazione accresca il numero di occupati, in particolare quelli più istruiti”. A dirlo è Dejan Pejcic, ricercatore dell'Università Ca’ Foscari di Venezia, tra gli autori dell’indagine “Industria 4.0 in Veneto”. A lui abbiamo chiesto di darci qualche dettaglio sui risultati.

Come si caratterizzano le imprese più innovative?

In generale c'è una conoscenza superficiale da parte aziendale rispetto alle tecnologie, perciò occorre formare chi prende le decisioni. Nelle imprese più virtuose, invece, l’innovazione è un processo evolutivo portato avanti da anni. Dalla ricerca emerge che chi punta su robotica collaborativa, internet delle cose, prodotti smart, stampa 3D, realtà aumentata e virtuale, big data, cloud computing e tecnologie di virtualizzazione dei sistemi It, era già sulla frontiera tecnologica del proprio settore ed era più dinamico anche sul mercato del lavoro. Dal punto di vista dimensionale generalmente le imprese più innovative sono quelle grandi o medio-grandi.

Questo ha un effetto sul territorio oppure le grandi imprese agiscono in maniera piuttosto isolata?

Un effetto sulla filiera c'è. Se una grande azienda innova, questo si riflette sui fornitori, anche quelli piccolissimi, soprattutto dal punto di vista degli standard tecnologici e di qualità che devono essere rispettati. Ciò è ancora più vero quando l'azienda è inserita in contesti internazionali. Mi aspetterei anche un impatto sull’occupazione, ma al momento non riusciamo a misurarlo.

Dal punto di vista della performance economica delle imprese, che cosa si è notato?

Le aziende all'avanguardia sono più produttive in termini di valore aggiunto, ed è una cosa che ci aspettavamo. Invece, per quanto riguarda la redditività, al momento non vediamo grandi differenze tra chi adotta e chi non adotta nuove tecnologie. Questo anche perché, nel periodo di riferimento, gli investimenti sono stati fatti con capitale proprio, quindi la crescita si potrebbe osservare nel medio-lungo termine.

Le imprese hanno manifestato particolari problemi o bisogni legati alla capacità di innovare?

Un limite è proprio quello del capitale umano. Fanno fatica a trovare le persone giuste che lavorino insieme su queste tecnologie. Ciò di cui le aziende hanno bisogno è quindi personale con competenze e conoscenze specifiche, ma spesso non riescono a trovarlo e sono costrette a formalo all'interno. Questo in parte viene considerato inevitabile, in un contesto in cui le tecnologie cambiano molto velocemente: non ci si aspetta che le persone siano “pronte” con le giuste competenze specialistiche, ma che abbiano conoscenze di base per adattarsi alle mutevoli esigenze.

Il sindacato può avere un ruolo in questi processi?

Spesso è marginale, al momento, ma il sindacato può avere un ruolo in particolare nella formazione continua, per evitare che un lavoratore si trovi in difficoltà, in balia di quello che decide l’azienda. In questo campo il sindacato può intervenire.

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Si usano spesso, in occasione di momenti significativi e di passaggi rilevanti nello scorrere del tempo, metafore e modi di dire che richiamano la necessità di nuove responsabilità e del coraggio del cambiamento. Un esame importante, una relazione sentimentale, la nascita di un figlio, l'avvio di una attività, sono quasi sempre momenti e occasioni per un bilancio di quanto realizzato e di impegni per il futuro. Così come avviene quando un anno sta per terminare e si attende l'anno nuovo.

Senza alcuna retorica, possiamo proprio dire che l'anno che sta per arrivare è davvero per l'Unione europea il banco di prova per misurare quantità e qualità delle sue ambizioni e delle sue possibilità. È l'anno che ci separa dalle elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo, un test da sempre indicativo non solo degli orientamenti dei cittadini ma anche delle prospettive del processo di costruzione e di integrazione dell'Europa. Per questo, non è banale o di routine affermare che sarà un anno decisivo per il futuro del progetto europeo, un anno in cui le grandi famiglie politiche dell'Europa avranno il compito di presentare le proprie proposte per la fase che si avvierà con le elezioni del 2019.

Da dove partiamo? Come in molte altre circostanze, da un bivio, metafora di scelta e di decisione. E il bivio di fronte al quale si trova l'Europa, analogamente ad altri momenti cruciali nella sua storia recente, è tra innovazione e status quo, tra coraggio di visione e rassicurante continuità. Non vi è dubbio che, al momento, il progetto europeo sia in una situazione di stallo. Il mordere della crisi, gli effetti negativi delle politiche economiche e sociali sbagliate (a partire dal Fiscal Compact), i timori legati alla sicurezza e al fenomeno migratorio, il carattere incompiuto dell'architettura istituzionale dell'Ue, tutto ciò ha prodotto la crisi tanto del processo di integrazione quanto della fiducia verso l'intero progetto europeo. Da parte dei cittadini comuni e dei lavoratori, degli appartenenti a quelle classi medie e popolari che hanno subito i contraccolpi più negativi sulle proprie condizioni di vita e di lavoro a causa delle politiche di austerità e di rigore cieco praticate dalle autorità dell'Ue, vi è un atteggiamento sempre più freddo e critico rispetto alla proposta europea. I governi nazionali hanno preso il sopravvento facendo prevalere il metodo intergovernativo (e il conseguente potere di veto utilizzabile quando serve l'unanimità delle decisioni) rispetto al modello decisionale comunitario, i vantaggi del comune cammino europeo hanno cominciato a sbiadire rispetto alla ripresa di forza delle dimensioni nazionali, la difesa degli standard di welfare e protezione sociale da parte dei paesi più forti ha accresciuto chiusure ed egoismi.

In questo contesto, non stupiscono gli esiti del referendum in Gran Bretagna sull'uscita dall'Unione europea o quelli delle elezioni politiche che in tanti paesi hanno fatto segnare l'avanzata (in qualche caso consistente ed allarmante) di partiti che all'euroscetticismo e all'ostilità verso la moneta comune aggiungono i tratti di una cultura autoritaria, xenofoba, razzista, di destra estrema. Per fare solo qualche esempio, basterà ricordare le recenti elezioni in Austria, in Germania, in Francia, elezioni che sia pure con esiti diversi hanno evidenziato il malessere dei cittadini e la crisi di credibilità del disegno europeo. Così come gioverà tenere a mente i casi dell'Ungheria e della Polonia, su cui le autorità europee si sono mosse male, oscillando tra ritardi e colpevoli sottovalutazioni; due situazioni che dimostrano come sia a rischio la tenuta democratica e la difesa dei diritti civili, sociali, politici, nello stesso cuore dell'Europa.

Si tratta, dunque, di scegliere la direzione giusta di fronte al bivio e di districarsi tra i segnali contraddittori che arrivano. Perché, sì, l'idea di Europa è in crisi ma qualche spunto positivo di recente si è verificato. Nello scorso novembre, dopo vent'anni in cui discutere di Europa e di modello sociale era diventato una sorta di tabù, il vertice straordinario dei capi di stato e di governo dell'Ue riunito a Göteborg ha proceduto alla proclamazione del "Pilastro europeo dei diritti sociali". È vero, si tratta di un documento di impegni non vincolanti, di un catalogo di buone intenzioni che i singoli paesi dovranno mettere in atto. E, tuttavia, al di là e oltre i singoli contenuti, quel documento ha il merito di riportate la questione della dimensione sociale dell'Europa al centro della discussione pubblica, dopo due decenni di predicazione neoliberista nella direzione esattamente contraria. 

Tra gli altri segnali di segno positivo possiamo annoverare la comunicazione della Commissione europea sul completamento dell'Unione economica e monetaria, con la proposta di trasformare il fondo salva stati Esm in un vero e proprio Fondo monetario europeo e di istituire un ministero europeo dell'economia, con funzioni di coordinamento dell'economia e delle politiche di investimenti. Nella direzione giusta, sia pure in modo non del tutto in linea con le richieste del sindacato europeo, va la scelta di varare una direttiva sulla forma scritta dei contratti di lavoro con garanzie più nette del passato per i lavoratori dipendenti, gli atipici, i parasubordinati, gli autonomi. E anche la revisione della direttiva sui distacchi transnazionali dei lavoratori, con l'obiettivo di contrastare la concorrenza sleale tra paesi e sistemi economici e di combattere il dumping sociale e salariale, è un altro piccolo segno positivo.

Per restare nel campo delle buone notizie, vanno segnalati due recenti pronunciamenti della Corte di giustizia dell'Ue, uno su Uber e uno sui guidatori di camion. Riguardo Uber, la Corte ha stabilito che non si tratta semplicemente di una applicazione per smartphone ma di una vera e propria azienda di trasporto. In quanto tale, Uber deve sottostare alle regole che ogni stato membro dell'Ue definisce per il servizio di trasporto. Tra queste regole vi è il rispetto dei diritti sindacali, ivi compreso quello alla contrattazione collettiva. Siamo in presenza di un pronunciamento importante, perché consente di avviare una discussione sulla natura giuridica delle piattaforme digitali e di ipotizzare la creazione di uno spazio per la contrattazione di salari e condizioni di prestazione per i lavoratori delle piattaforme, come da tempo chiedono sia la Confederazione europea dei sindacati che la Cgil. Sul caso dei guidatori di camion, la Corte ha precisato che il loro riposo settimanale non può essere effettuato a bordo dei mezzi da essi condotti, affermando quindi il diritto a riposare in ambienti adeguati e riconoscendo quanto da tempo i sindacati del settore trasporti sostengono circa la dignità del lavoro e la lotta ai fenomeni di sfruttamento selvaggio dei conduttori di mezzi pesanti, soprattutto da parte di imprese localizzate nell'Europa orientale.

C'è un altro aspetto positivo che va ricordato. Qualche settimana fa l'Eurogruppo (il club dei ministri economici del paesi della zona euro) ha designato un nuovo presidente. Al posto dell'olandese Jeroen Dijsselbloem, un olandese tiepido sull'integrazione e poco amichevole verso i paesi dell'Europa meridionale, è stato nominato Mário José Gomes de Freitas Centeno, ministro dell'economia del governo del Portogallo, la nazione che ha sperimentato direttamente le misure di austerità e di disciplina di bilancio imposte dalla Commissione europea e che, forse proprio in ragione di ciò, alle ultime elezioni ha premiato la sinistra socialista e comunista, oggi al governo del paese con buoni risultati in termini di crescita economica e di riduzione delle disuguaglianze.

Quello che occorre è che questi cenni di una possibile inversione di tendenza rispetto al corso recente degli avvenimenti europei assumano un carattere di strutturalità. Per far questo, occorre che si ingaggi una coerente battaglia politica all'interno di tutti gli schieramenti che si fronteggiano in Europa (i popolari, i socialisti e democratici, i liberali, la sinistra più radicale) per mettere in un angolo quello scetticismo e quella mancanza di coraggio rispetto al futuro dell'Europa che si annidano in tutti i gruppi politici, spesso come conseguenza delle spinte di carattere nazionale. In altri termini, occorre che l'attuale presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker (grazie alla cui convinzione europeista si sono registrati alcuni degli avanzamenti di carattere sociale di cui abbiamo parlato) contrasti nel vivo del confronto politico all'interno dei popolari europei le tesi di chi, come Angela Merkel, vorrebbe imporre una fredda egemonia tedesca al processo europeo. O di quanti, come i commissari Jyrki Katainen e Valdis Dombrovskis, insistono per mantenere inalterate le politiche economiche liberiste che ormai tutti gli osservatori considerano responsabili della bassa crescita dell'economia europea. E altrettanto dovrebbero fare, nella propria famiglia politica europea, commissari come il socialista francese Pierre Moscovici, convinto sostenitore di politiche espansive e di scelte coraggiose su investimenti e carattere sociale dell'Europa.

Insomma, alla sinistra europea e ai soggetti che trovano nella continuazione del sogno europeo la propria fonte di ispirazione è affidato il compito di prendere quelle decisioni in grado di offrire una prospettiva diversa, rispetto a quanto proposto tanto dal fronte neoliberista quanto dalle forze euroscettiche e di ultradestra. Per citare Lucio Dalla, l'anno che sta arrivando tra un anno passerà. Noi speriamo che il 2018 passi nella ricerca e nella pratica delle proposte politiche in grado di rilanciare l'idea di Europa, di rinvigorire il modello sociale europeo, di riprendere ad avanzare quanto alle condizioni di vita e di lavoro. Nello svolgere questo compito, il sindacato europeo e quello italiano daranno, come sempre nella loro storia, il proprio contributo.

Fausto Durante è coordinatore Area politiche europee e internazionali della Cgil 

Fine anno tempo di bilanci e a dieci anni esatti dall’inizio della “grande crisi” per il Piemonte il consuntivo continua a mostrare criticità che si scaricano prevalentemente sul lavoro. Dopo anni di “decrescita infelice”, la regione è uscita tecnicamente dalla recessione nel secondo semestre del 2014, ma la dinamica della crescita conferma che il 2017 continua a essere l’anno della ripresa senza lavoro. Si muovono verso l’alto tutti i principali fattori di produzione, le imprese guardano con ottimismo al futuro e fanno previsioni di investimenti nel 2018, mentre nel mercato del lavoro sembra esserci una calma piatta.

In realtà anche qui qualcosa si muove, ma è prevalentemente precario, intermittente e instabile. Lo ha confermato nell’ultimo aggiornamento congiunturale di novembre anche l’ufficio studi della Banca d’Italia regionale: a trainare la domanda di lavoro sono soprattutto i contratti a termine, con un contributo importante dei rapporti di lavoro intermittente e con il concorso delle missioni di somministrazione (+22%) e dei tempi determinati standard (+20,4%). Per l’Ires Piemonte questo dato è ancora più allarmante se paragonato con quanto succede nelle principali regioni del Nord: l’aumento del tasso di occupazione si ferma a +0,7%, contro l’1,4% registrato nel resto del settentrione, dove Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna raggiungono in media il 2%.

“Il Piemonte – spiega  Massimo Pozzi, segretario regionale della Cigl – non si differenzia tanto dalla situazione italiana. La decontribuzione triennale sui nuovi contratti di lavoro voluta nel 2014 dal governo Renzi è stata solo e semplicemente il sasso nello stagno. Oggi che quegli incentivi sono meno vantaggiosi e che si stanno esaurendo, si registra un’impennata dei contratti a termine. A livello nazionale, ha ricordato l’Istat la settimana scorsa, è ormai record. Sono i frutti avvelenati del Jobs Act. In quel testo è contenuta una liberalizzazione spinta del mercato del lavoro che andrebbe rivista”.

Alle imprese, continua il sindacalista, “è di fatto concessa la possibilità di usare la forza lavoro in base alle contingenti esigenze produttive, senza che ci sia una visione di ampio respiro che garantisca un modello di sviluppo capace di assicurare un’occupazione stabile e duratura. E oggi sono soprattutto i giovani a pagarne le conseguenze più gravi. Basti pensare che prima dell’inizio della crisi il tasso di disoccupazione giovanile in Piemonte era circa il 15%, mentre oggi è sopra il 30”.

Insomma, l’aumento del Pil locale negli ultimi tre anni non ha avuto ripercussioni significative nella vita di quelle 189 mila persone che cercano un lavoro e non lo trovano. L’Istituto di ricerca regionale certifica anche che nel biennio 2006-2007 il Pil pro capite del Piemonte, oltre a essere in crescita, superava in media i 31 mila euro.  Oggi torna finalmente a registrare un trend positivo che dura da due anni consecutivi, ma rimane ancora sotto i 28 mila euro. L’osservatorio regionale del mercato del lavoro conferma un tasso di disoccupazione al 9,6%, ancora più che doppio rispetto al 2007.

L’Unioncamere regionale ha di recente ricordato che cresce la produzione industriale (+2,7%) rispetto al terzo trimestre del 2016, le imprese conquistano spazi importanti sui mercati internazionali (+5,8%), aumenta il tasso di utilizzo degli impianti (+65%), ormai vicino a livelli di saturazione, e per il primo trimestre del 2018 la maggioranza degli imprenditori prevede di effettuare investimenti in azienda, ma Torino con oltre 16 milioni di ore di cassa integrazione nei primi 10 mesi dell’anno, è la seconda provincia più cassaintegrata d’Italia, dopo Roma, mentre il Piemonte è al terzo posto, preceduto da Lombardia e Puglia.

“La scomoda verità – afferma il professor Giuseppe Berta, docente di storia dell’impresa all’Università Bocconi – è che il Piemonte rispetto alle altre regioni del Nord, sta vivendo un lento declino a cui le principali classi dirigenti stentano a offrire risposte adeguate. Su tutti i dati ne spiccano due in particolar modo: il contributo regionale al Pil nazionale negli ultimi 15 anni si è ridotto del 3%, passando dall’11% all’8,5% e oltre ad un evidente calo demografico, c’è una popolazione sempre più anziana”.

A questo, per Berta, bisogna aggiungere che, al di là della retorica, il settore meccanico è il più importante in regione ed è ancora saldamente ancorato all’indotto auto. Infatti è vero che cresce l’export, ma il 98% del totale è legato alla manifattura con una quota rilevante garantita dal variegato settore auto. Il Piemonte oggi dovrebbe puntare su una logistica di qualità e su un terziario avanzato da far crescere in sinergia con il sistema universitario e della ricerca”.

In realtà mentre in Regione da oltre vent’anni si discute di treni ad alta velocità e del futuro incerto dell’interporto di Orbassano, il nuovo “treno della seta”, quasi come una beffa, parte da Mortara, località lombarda alle porte del Piemonte e arriva a Chengdu in Cina, facendo di quello scalo, in sostanza, l’hub italiano del traffico ferroviario tra Europa e Cina. E anche il terziario avanzato stenta a decollare. In questo senso spicca Torino che sembra aver trovato nell’apertura di nuovi centri commerciali la via per riqualificazione e crescita della città.

E mentre il dibattito pubblico è tutto concentrato a discutere se hanno concesso più licenze di aperture Fassino in cinque anni (17) oppure Appendino in 500 giorni (18), sfugge che la nella nuova mappa della città, la grande distribuzione organizzata (Gdo) prende il posto di industrie, officine e imprese artigiane che negli anni ottanta avevano spinto Torino a 1,2 milioni di abitanti rispetto agli 890 mila attuali. Un terziario povero quello della Gdo, che scatena una guerra tra il reddito medio-basso dalla cassiera dell’ipermercato e i piccoli guadagni del negoziante di quartiere. E alla fine a rimetterci sono entrambi, a vantaggio di grandi multinazionali con Carrefour, che a inizio 2017 ha aperto la procedura di mobilità per 500 lavoratori di 57 ipermercati di tutta Italia, puntando alla chiusura di una struttura nel novarese e lasciando a casa almeno 150 lavoratori.

“Terziario avanzato e logistica di qualità sembrano occasioni perse – riprende Pozzi – ma non bisogna scoraggiarsi. In Piemonte ci sono tante eccellenze su cui costruire il riposizionamento economico della regione. Qualche settimana fa, ad esempio, grazie al buon uso dei fondi europei concertati con la Regione, l’impresa Itt di Barge (CN), che produce pastiglie per i freni, ha presentato il raddoppio del proprio stabilimento dove verranno assunte 100 persone altamente qualificate da distribuire tra linee di produzione e nuovo centro ricerche. Il Piemonte si conferma la regione dove si registrano il maggior numero di brevetti. Semmai il problema è che stenta a trasformare le idee in ricerca applicata. Ma il Politecnico di Torino e il sistema universitario locale continuano ad attrarre cervelli anche dall’estero e soprattutto dalla Cina”.

Poi, conclude il dirigente della Cgil, “c’è un importante polo dell’aerospazio che rappresenta un settore di punta sulla frontiera della nuova produzione industriale. Anche l’agroindustria del cuneese rappresenta un polo d’eccellenza. Inoltre ci sono pezzi significativi di turismo e cultura che mostrano dinamiche di crescita fino a qualche anno fa inimmaginabili per il Piemonte. Le langhe, la regione dei laghi, l’arco alpino sono i nuovi luoghi che sostituiscono nell’immaginario collettivo una regione fatta solo di fabbriche e industrie”. Un paradigma novecentesco che però non va abbandonato, ma a cui vanno affiancate le nuove vocazioni regionali per assicurare a questo pezzo importante d’Italia una crescita e uno sviluppo degne delle principali realtà economiche europee ed internazionali.  

Qualcosa si muove per l’Alcoa di Portovesme. C’è molta fiducia dopo l’incontro che ieri pomeriggio (14 dicembre) si è tenuto nella sede romana del ministero dello Sviluppo economico, alla presenza del ministro Carlo Calenda. Al coro degli eterni soddisfatti, non si associano tuttavia i giudizi degli esponenti della Fiom del Sulcis, che pur valutando positivamente gli sviluppi della vertenza, giunta ormai – a detta dello stesso Mise – al rush finale, preferiscono conoscere tutti i dettagli dell’operazione, che dovranno essere chiariti nelle prossime settimane.

“Noi abbiamo sempre lottato per far riaprire lo stabilimento – dice Roberto Forresu, segretario generale della Fiom del Sulcis Iglesiente –, la fermata delle celle è stata un grave errore, non solo per la Sardegna. È positivo che con la riapertura dell’impianto si possa riparlare di produzione italiana di alluminio”. A Portovesme, nel giro di alcuni anni, sono andati a casa un migliaio di lavoratori, diretti e appalti hanno toccato con mano gli ammortizzatori sociali, che anno dopo anno sono scemati, portando sul lastrico decine di famiglie. In quella che è, dati alla mano, la provincia più povera del Paese. “Il Sulcis non sfigura se paragonato a molte aree del terzo mondo – ripetono come un mantra i lavoratori dell’ex Alcoa –, ci hanno rubato il lavoro portandoci alla fame”.

Dalla riunione di ieri, pur con le dovute precauzioni, emergono almeno due fatti che si possono considerare importanti: i tempi e, comunque, la volontà di giungere a una ripresa delle produzioni. Il segretario della Fiom ha solo qualche dubbio sulla capacità economica dell’azienda che dovrà acquisire gli impianti: la svizzera Sider Alloys, che il 15 febbraio dovrebbe ricevere il via libera dal ministero.

“Hanno dichiarato che sono in via di ultimazione il contratto di sviluppo che dovrà presentare l’azienda e gli accordi di programma – prosegue Forresu –, che sottoscriveranno Invitalia e la Regione Sardegna. Il tutto prevede sulla carta investimenti per 140 milioni di euro. Una cifra importante per il nostro territorio, per questo la riserva va sciolta una volta resi noti i termini. Il ministro ha poi confermato l’esigibilità dei benefici per le aziende energivore, tra cui appunto l’ex Alcoa”.

All’incontro romano ha preso parte anche l’amministratore delegato dell’azienda svizzera, che entro la prima decade di gennaio sarà impegnato per portare al tavolo del ministero il piano degli investimenti e delle produzioni. Subito dopo, si dovrà parlare di occupazione, il capitolo che più interessa al sindacato locale. A Roma la nuova azienda ha lasciato intendere che potranno esserci anche nuove linee produttive, per nuovi manufatti del metallo che oggi la Sider Alloys confeziona in altre parti del mondo. “Abbiamo tempo sino al 15 febbraio – riprende il segretario Fiom –, dovremo fare attentamente tutte le verifiche, tenendo conto di ogni parametro per non incorrere in errori, le valutazioni andranno fatte sulla base del piano industriale che oggi non ci è dato conoscere. Anche se è chiaro che il Mise non ha altre soluzioni all’infuori di questa”.

Nel web intanto impazza l’ottimismo per il risultato dell’incontro, e già si cominciano a preparare i festeggiamenti per l’annunciata ripresa dell’attività, che – fatti i debiti scongiuri – sarebbe bene rimandare al giorno che con un clic verrà fatto ripartire l’impianto. “Siamo impegnati nel fare tutte le valutazioni sulla base di quello che sarà il piano industriale – osserva ancora Forresu –. Non abbiamo nessuna intenzione di raffreddare gli animi, consideriamo fortemente positivo il fatto che politicamente ci siano impegni concreti per dare gambe al riavvio dello stabilimento, ma vogliamo poter toccare con mano le reali intenzioni dell’azienda, quelle che vanno oltre le dichiarazioni politiche”.

I lavoratori del settore privato che vogliano anticipare la pensione a 64 anni, in virtù della norma “eccezionale” per i nati nel 1952 (articolo 24, comma 15 bis della legge n. 214/11), potranno valorizzare tutta la contribuzione volontaria, figurativa e di riscatto, extralavorativa per il raggiungimento dei requisiti richiesti. Il chiarimento, potremmo dire definitivo, è contenuto nella circolare di Inps n. 180 del 7 dicembre scorso che, accogliendo gli ultimi indirizzi del ministero del Lavoro, interrompe anche il lungo braccio di ferro tra l’Istituto previdenziale e il Patronato della Cgil. “Possiamo dire che ce l’abbiamo fatta – commenta Morena Piccinini, presidente di Inca -. Ora, questi lavoratori, perlopiù donne, potranno effettivamente esercitare il loro diritto, da troppo tempo negato a causa di interpretazioni restrittive e ingiuste che da anni abbiamo denunciato. Il merito è senz’altro da attribuire anche all’impegno di parlamentari, come Maria Luisa Gnecchi, che si sono fatti interpreti di una domanda di tutela crescente soprattutto tra quelle lavoratrici, particolarmente penalizzate dall’innalzamento brusco dei requisiti di pensionamento”.

La vicenda ha radici lontane. Nelle intenzioni del legislatore, il comma 15 bis doveva servire ai nati nel 1952, in via del tutto “eccezionale” (in deroga alla legge Monti-Fornero) di anticipare il pensionamento a 64 anni, in ragione della pesante penalizzazione, cui sarebbero andati incontro a causa del brusco innalzamento dell’età pensionabile; in virtù di questa norma, potevano andare in pensione al raggiungimento di requisiti anagrafici e contributivi più favorevoli da maturare entro il 31 dicembre 2012: vale a dire a 60 anni con “quota 96” e almeno 35 anni di contributi da dipendente, oppure con 20 anni di contribuzione. 

Ma già dai primi messaggi, pareva chiaro l’intento restrittivo di Inps che, in modo del tutto arbitrario, avrebbe voluto limitare questa opportunità solo a coloro che risultassero occupati al 28 dicembre 2011 applicando, peraltro, sui requisiti richiesti, per concessione della deroga, l’adeguamento alla speranza di vita. Una interpretazione restrittiva del tutto ingiustificata – spiega Piccinini – in contrasto con le intenzioni del legislatore, che avrebbe escluso molte donne disoccupate”. 

A correggere questo orientamento, interviene una prima volta l’Ufficio legislativo del ministero che, accogliendo le ragioni sollevate da Inca, invia all’Inps un primo chiarimento (nota n. 13672 del 26 ottobre dello scorso anno), con il quale sottolinea come “…alla luce dell’evoluzione normativa intervenuta, sembrano sussistere prevalenti ragioni sistematiche per aderire ad una tesi ampliativa” e specificando, quindi, che “…il diritto di accesso al pensionamento può essere esercitato anche  da coloro che alla data di entrata in vigore della riforma prestavano attività di lavoro autonomo, svolgevano attività di lavoro presso una pubblica amministrazione o erano privi di occupazione, purché fossero comunque in possesso del requisito anagrafico e dell’anzianità contributiva richiesta dalla norma in esame maturata in qualità di lavoratori dipendenti del settore privato.”

Una prima vittoria di Inca a cui però sono seguiti altri messaggi di Inps per nulla rassicuranti, poiché mentre ammette i disoccupati al beneficio, aggiunge un altro paletto altrettanto arbitrario, secondo il quale il perfezionamento dei requisiti si sarebbe raggiunto unicamente con i periodi contributivi relativi ad effettivo lavoro escludendo dal computo la contribuzione volontaria, figurativa e di riscatto extralavorativi. 

La reazione del Patronato della Cgil non si è fatta attendere: nel novembre 2016 scrive nuovamente al Ministero del lavoro per sollecitare una seconda correzione, poiché, sottolineava l‘Inca nella lettera inviata a Poletti,  se venisse applicata la norma secondo l’orientamento di Inps, si verificherebbero effetti addirittura effetti paradossali, tra gli stessi aventi diritto. In sostanza, due lavoratrici, nate lo stesso anno, entrambe con 20 anni di anzianità contributiva, avrebbero potuto avere destini diversi se una delle due avesse  avuto nella sua posizione assicurativa, per esempio, l’accredito figurativo di 5 mesi per maternità fuori dal rapporto di lavoro. In questo caso, la lavoratrice avrebbe dovuto attendere probabilmente 67 anni di età per poter andare in pensione. 

“Una incongruenza del tutto ingiustificata, priva di fondamento – sottolinea Piccinini -, a cui finalmente è stato posto rimedio, consentendo a tante donne, che nel frattempo hanno già compiuto 65 anni, di poter fare la domanda di pensione. Resta il rammarico di aver perso più di un anno di tempo per arrivare a questa conclusione. Si poteva evitare se l’Istituto non si fosse incaponito a sostenere una posizione ingiusta e vessatoria nei confronti di tanti lavoratori, soprattutto donne”.

La concomitanza delle affermazioni dell’ex presidente del Consiglio Renzi – che ha definito il bonus di 80 euro mensili come una grande operazione di redistribuzione del reddito a favore delle classi medie e medio-basse – con l’intervento di manutenzione messo in atto nel recente ddl di bilancio per il 2018 – che modifica il range entro il quale il bonus decresce fino all’annullamento, portandolo da 24 mila-26 mila a 24.600-26.600 euro di reddito complessivo – spingono a una riflessione aggiornata su questo istituto. Il bonus – che costa allo Stato circa 9 miliardi annui, una somma ingente, dell’ordine di grandezza delle complessive detrazioni per carichi familiari – è oggi, a tutti gli effetti, un assegno di 80 euro mensili (960 euro annui) spettante per intero ai soli dipendenti e collaboratori continuativi con redditi compresi tra la soglia di capienza Irpef (8.150 euro da certificazione del datore per chi lavora l’intero anno) e 24 mila euro di reddito complessivo annuo; oltre questa soglia la spettanza si riduce rapidamente e in modo lineare, fino ad annullarsi a 26 mila euro complessivi.

In primo luogo pare utile qualche considerazione generale sull’anomala funzione redistributiva di questo strumento. Sebbene gli indicatori sintetici di disuguaglianza registrino un leggero miglioramento, esistono almeno quattro ragioni che sconsigliano di considerare il bonus 80 euro un efficace strumento redistributivo: è riservato ai soli dipendenti e assimilati (tra cui i parasubordinati); tra costoro, esclude la gran parte dei soggetti a basso reddito; l’indicatore del reddito complessivo o da lavoro dipendente, che definisce il diritto alla fruizione del bonus, è in generale inappropriato, e in pratica indirizzato a soggetti spesso non bisognosi, che andrebbero invece individuati con riferimento al complesso dei redditi ed al nucleo familiare; sia in corrispondenza del reddito oltre il quale si acquisisce il diritto al bonus, sia nel range di decrescenza, si generano aliquote marginali implicite altissime e di segno opposto, dagli effetti deleteri per l’azione redistributiva del sistema tax benefit, oltre che per un’attribuzione irrazionale dei benefici conseguenti a un aumento (o riduzione) di lavoro.

Per quanto riguarda il primo punto, colpisce l’esclusione, pur all’interno dei soli dipendenti e assimilati, dei soggetti a minor reddito, cioè coloro che, con una retribuzione lorda inferiore ai 9 mila mila euro annui, sono a maggior rischio di povertà: dipendenti dei call center, lavoratori esecutivi dei segmenti bassi di mercato, dipendenti con contratti a termine, esposti a discontinuità e con posti di lavoro “deboli”. Se il bonus fosse stato esteso a queste tipologie di lavoratori, l’aggravio per la finanza pubblica sarebbe stato di circa un miliardo ma l’impatto sul reddito disponibile e sulla povertà sarebbe stato di tutto rilievo, come è facile intuire pensando all’incidenza di 80 euro mensili netti su redditi estremamente bassi. È da notare che, per questa esclusione, non è stata data (né peraltro chiesta) alcuna giustificazione.

Il fatto poi che il bonus sia riservato ai dipendenti e assimilati non a basso reddito, cioè a categorie che tra assicurazioni sociali ed entità della retribuzione lorda presentano in generale un rischio di povertà decisamente inferiore a quello di altre categorie, qualifica l’istituto – il cui costo, come si è detto, supera i 9 miliardi annui – come inefficiente in termini di contrasto alla povertà, oltre che di azione redistributiva (il recente strumento specifico anti povertà, il Sia 2017, divenuto Rei dal 2018, attribuisce ai nuclei definiti poveri circa 1,8 miliardi annui e si tratta probabilmente di una sovrastima se si considera la consueta griglia di requisiti molto stringenti richiesti per fruirne, che tende a deludere le aspettative create dagli annunci).

Non solo. Per svolgere un’azione redistributiva e contrastare la povertà uno strumento dovrebbe essere erogato in base a uno o più indicatori appropriati per identificarla. E invece il bonus, in cifra fissa nel range di fruizione non decrescente (attualmente 8.150-24 mila euro), è attribuibile in base a un mix di reddito di specie e “reddito complessivo”, l’indicatore reddituale individuale Irpef sulla cui inadeguatezza come misuratore del tenore di vita tutti concordano – a maggior ragione dopo le ripetute esclusioni di significative fattispecie reddituali. D’altronde, per gli assegni familiari, per il Sia/Rei e per la misura della compartecipazione ai servizi pubblici sono stati definiti indicatori diversi, ma accomunati da alcune caratteristiche, quali il riferimento alla globalità dei redditi, alle scale di equivalenza e all’ambito familiare.

Senza contare che i limiti reddituali che governano l’acquisizione e la perdita determinano paradossali effetti redistributivi. Da un lato, la corresponsione del bonus al superamento della soglia di 8.150 euro annui determina una forte aliquota marginale implicita di segno negativo, in pratica un aumento di reddito di 960 euro netti in seguito anche a un solo euro in più guadagnato. Dall’altro, la crescita del reddito per chi si colloca nell’intervallo di decrescenza tra 24 mila e 26 mila euro fa scattare un’ulteriore aliquota marginale implicita del 48%, che si somma alle aliquote nominali Irpef (27%) e delle addizionali (attorno al 2,5%), a quella dei contributi previdenziali a carico del lavoratore (9,2%), alle aliquote implicite variabili generate dalle decrescenze delle detrazioni per lavoro dipendente e per familiari a carico, oltre che dagli assegni familiari; inoltre, l’aumento del reddito può comportare anche aggravi in termini di compartecipazione ai servizi pubblici agevolati.

Ne deriva che nel range di reddito dove il bonus fruito è di importo decrescente e nel quale ricadono quasi 1,2 milioni di dipendenti e collaboratori, l’aliquota effettiva complessiva si avvicina al 100%, in pratica annullando gli effetti in busta paga di eventuali aumenti, contrattuali o di carriera, e incentivando anche scelte inefficienti in termini di offerta di lavoro. È probabilmente per questo motivo, in vista anche degli imminenti aumenti contrattuali del pubblico impiego, che il governo ha varato un ddl di bilancio che prevede uno slittamento in avanti dell’intervallo di decrescenza, da 24.600 a 26.600 euro, per una maggior spesa complessiva di oltre 300 milioni l’anno. In tal modo, i circa 260 mila dipendenti pubblici appartenenti a quell’intervallo di reddito vedrebbero ridotta la quota di aumento contrattuale falcidiata dall’aliquota marginale effettiva creata dal bonus 80 euro.

Nel grafico che segue è possibile osservare la distribuzione per decimi di redditi equivalenti (dai più poveri ai più ricchi) dell’incidenza del maggior bonus in rapporto al reddito lordo degli interessati. Come è intuibile, il maggior beneficio (modestissimo in percentuale dell’intera platea) si concentra sui redditi intermedi, mentre il 10% più povero, nel quale è già presente la maggior quota dei non aventi diritto al bonus, è escluso anche da questa variante.

Ma non è tutto. L’intervallo di decrescenza del bonus resterà della stessa ampiezza (cioè di 2 mila euro), così come sarà identico il bonus annuo pieno (960 euro); ne deriva che resterà purtroppo anche la medesima aliquota marginale specifica del 48% (cioè 960 euro persi al crescere di 2 mila euro di reddito), implicita nella decrescenza del bonus. Di conseguenza, qualsiasi dipendente che dovesse avere in futuro un aumento contrattuale o di carriera all’interno del nuovo range subirebbe la stessa tagliola costituita dalla sostanziale invarianza del reddito effettivamente disponibile; mentre quelli che non dovessero ricevere aumenti, beneficerebbero inaspettatamente di un aumento del bonus fruito (e per una quota preponderante della citata maggior spesa pubblica di 300 milioni).

I difetti, da molti rilevati, del sistema italiano di imposizione personale, e più in generale di imposte e benefici per persone e famiglie, si sarebbero potuti correggere parzialmente in termini di aliquote marginali, a un costo per la finanza pubblica contenuto (non più di un miliardo), semplicemente aumentando il range di decrescenza del bonus da 24 mila-26 mila euro a 24 mila-27 mila euro. Ne sarebbe derivata un’aliquota specifica implicita ancora alta, ma ridotta (32% anziché 48%), e un beneficio più correttamente spalmato tra dipendenti privati o pubblici, con o senza aumento stipendiale. In alternativa, si sarebbe potuta rimuovere l’incomprensibile e iniqua esclusione dal beneficio di dipendenti e parasubordinati a più basso reddito, con un costo analogo e effetti redistributivi di gran lunga preferibili.

Questo intervento, in definitiva, sembra confermare la tendenza del decisore politico ad affrontare ogni problema in modo scollegato, al di fuori di strategie complessive e di più lungo periodo, capaci di assicurare il perseguimento di fini più ambiziosi. Il riferimento è, in particolare, al graduale assorbimento del bonus 80 euro nell’ambito della correzione di un sistema tax benefit che presenta numerosi difetti, sotto il profilo dell’equità, dell’efficienza e della competitività del sistema.

Fernando Di Nicola è Consigliere per le politiche fiscali presso il Dipartimento delle Finanze (Mef)

Hillary Clinton, ai tempi in cui era impegnata nella campagna elettorale, notò che un numero sempre maggiore di americani erano impegnati a svolgere “lavoretti” per arrotondare lo stipendio (e ancor più spesso la pensione), per conto di aziende e startup del digitale, come Airbnb, Lyft o l’ancor più famosa Uber. La Clinton, a differenza dei politici conservatori, non era entusiasta di tale sistema. A New York, già nel luglio 2013, ebbe a dire che “questa economia on demand o cosiddetta gig sta creando opportunità entusiasmanti e scatenando l’innovazione, ma solleva anche domande difficili sulle protezioni del posto di lavoro e su come sarà il lavoro in futuro”.

Le aziende della gig economy trattano in realtà prodotti per nulla digitali: stanze e appartamenti in affitto Airbnb, servizi di trasporto taxi Uber o Lyft, consegna di cibi a domicilio Foodora o Deliveroo. La novità è che tutte quelle citate (e le molte nate a loro immagine e somiglianza) sono delle mere piattaforme online, che permettono ai proprietari (di immobili, di biciclette o di automobili) di incontrare clienti a cui fornire il proprio servizio, pagando un corrispettivo per il servizio di intermediazione.

Un tradizionale taxi giallo che potete usare in una città americana è di proprietà di un’azienda, la quale assume gli autisti, acquista la benzina e versa le tasse al Comune nel cui ambito si svolgono le sue attività. Nel caso delle piattaforme online non si verifica nulla di tutto ciò, con il risultato che si mettono a rischio non solo i lavoratori, come dimostrano le proteste dei conducenti di taxi che hanno portato a limitare Uber in molte città, ma anche l’economia, come dimostrano le proteste di molti sindaci americani che accusano Airbnb di essere responsabile della carenza di case in affitto e dell’aumento dei prezzi. Senza dimenticare, fenomeno ancora più dirompente, l’effetto delle piattaforme che intermediano al massimo ribasso mere prestazioni lavorative, dalle traduzioni sino alla preparazione dei cibi.

Ma l’economia dei lavoretti a quanto ammonta? Va detto subito che è tutt’altro che semplice stimarne l’ampiezza. Quel che sappiamo con certezza è che la capitalizzazione di Borsa delle società più note è quasi sempre miliardaria, ma questo dipende più dalle prospettive future (spesso sovrastimate da analisti finanziari ottimisti) che non dai reali profitti delle aziende. Sul fronte statistico, anche i dati dei governi non aiutano molto e chi ha analizzato le maggiori imprese del settore concorda sul fatto che, sebbene la crescita sia rapida, i numeri, se confrontati con l’insieme delle forze di lavoro, sono ancora bassi. L’Ufficio statistico degli Usa tramite il Contingent work supplement, tentò sino al 2005 di misurare i lavoratori a chiamata, ma, secondo Annette Bernhardt, dell’Institute for research on labor and employment di Berkely, questa parte dell’indagine sulle forze di lavoro era ben poco affidabile.

Eurostat, per quanto riguarda l’Europa, si limita a una misurazione tradizionale degli occupati, che per risultare tali basta abbiano lavorato almeno un’ora in una settimana riferimento, differenziandoli secondo il tipo di occupazione (dipendente/indipendente), la durata del contratto (tempo determinato/indeterminato)  e il numero di ore lavorate (full/part time). Quest’anno probabilmente verrà svolta un’indagine ad hoc sul lavoro autonomo, che potrebbe dare qualche indicazione ulteriore.

In America alcuni ricercatori hanno tentato di collegare il fenomeno della gig economy con la crescita dei lavoratori autonomi senza dipendenti, passati dai 15 milioni del 1997 ai poco meno di 24 nel 2017 (dal 12 al 16,4% dell’occupazione). In particolare nel settore dei trasporti urbani, ove operano Uber e Lyft, l’occupazione autonoma è cresciuta tra il 2010 e il 2014 del 69%, mentre quella dipendente del 17%. Non lo stesso accade invece per il settore degli affitti, anche perché Airbnb negli Usa non insegue più il singolo proprietario, ma si sta trasformando rapidamente in una piattaforma per aziende che gestiscono grandi patrimoni immobiliari. Quindi è molto difficile affermare che la crescita di imprese senza addetti negli Usa dipenda dall’economia dei lavoretti, se non altro perché in questo settore troviamo moltissimi studenti, pensionati e lavoratori a basso reddito che, partiti per arrotondare gli introiti, si trovano a svolgere 40 o più ore di lavoro ogni settimana.

Ma è altrettanto certo che in qualche modo i due fenomeni, almeno in America, sono collegati. In Italia, dove i lavoratori autonomi senza dipendenti sono circa 3,5 milioni, non vi sono evidenze, né di crescita (anzi, rispetto al 2006 vi è stata una flessione di due punti percentuali), né di collegamento con la gig economy: nei trasporti il lavoro autonomo è cresciuto di appena 20 mila unità in 10 anni. Ma ciò non significa che il fenomeno, seppur limitato, non sia in rapida espansione.

Anche il mercato dei lavoretti completamente online (quelli che, a differenza di Airbnb e Uber, non richiedono il possesso di immobili o di auto) è in forte crescita. Il lavoro affittato online, nel Regno Unito, è cresciuto, tra il luglio 2016 e il luglio 2017, del 26%, e riguarda le più svariate attività professionali: sviluppo di software, produzione di siti web, scrittura di testi, traduzioni e altre attività più o meno creative. I datori di lavoro, in poco meno del 50% dei casi, sono americani, seguiti da quelli europei. Le quattro piattaforme più utilizzate nel Regno Unito hanno circa 3,5 milioni di utenti registrati e, ogni settimana, intermediano oltre 100 mila lavoretti. Negli Usa la società Upwork, nata nel 2003, offre oltre 3.500 diverse professioni e genera compensi per circa un miliardo di dollari l’anno.

Malone e Laubacher, due studiosi del Mit, Massachusetts Institute of Technology, in un articolo del 1998 sull’Harvard business review ipotizzavano l’avvento in America di un’economia dell’e-lancers, il libero professionista elettronico. Secondo loro, le “regolari relazioni di lavoro”, quelle cioè svolte con un contratto di lavoro dipendente prima o poi verranno sostituite da un’economia basata sul lavoro autonomo svolto tramite le reti di comunicazione. Le aziende, che in tale economia sarebbero diventate sempre più decentrate, anziché assumere personale, avrebbero trovato ben più conveniente appaltare quote crescenti di lavoro a consulenti esterni, con i quali rimanere in contatto esclusivamente in via telematica.

Tali e-lancers, dal canto loro, avrebbero combattuto per la conquista delle commesse su di un mercato del lavoro virtuale, ove gli stock di lavoro sarebbero stati messi all’asta su Internet e assegnati al miglior offerente (chi offre il prezzo più basso), all’opposto di quanto accade per gli oggetti messi in vendita su e-bay. Tale scenario per alcuni versi appariva particolarmente attraente agli autori, in quanto avrebbe liberato i professionisti di maggior valore dotati di skill pregiati dalle limitazioni del rapporto di lavoro dipendente e avrebbe permesso di vendere le loro prestazioni su un mercato mondiale e globalizzato. Per capirci, quello che accade oggi grazie alle piattaforme come l’italiana Jobby, che tramite una app permette ai candidati di scegliere se offrirsi per una retribuzione minima di 8 o 4 euro l’ora, in una sorta di dumping autolesionista attuato dagli stessi lavoratori.

Malone e Laubacher, circa 20 anni fa, avevano colto il rischio che si celava dietro all’economia dei lavoretti: le persone sarebbero divenute molto più indifese senza i programmi di welfare attivati dalle grandi imprese e in mancanza della tutela di un contratto di lavoro concordato tra aziende e sindacati. Per di più, la scomparsa dell’ambiente sociale e aziendale e della relativa comunità aliena le persone, facendole produrre magari a minor costo, ma con maggiore difficoltà e costi cognitivi, senza occasioni di confronto e aggiornamento professionale. In fin dei conti, anche se oggi sembra che le aziende se ne siano dimenticate, il lavoro non è solo un rapporto economico, ma anche sociale. E perdere tale dimensione, forse, può rendere le aziende più “veloci” e profittevoli, ma sicuramente le indebolisce e alla lunga le disgrega.

Patrizio Di Nicola insegna Sociologia dell’organizzazione e dei sistemi avanzati all’Università La Sapienza di Roma

“Ora basta, non siamo schiavi”. I lavoratori di Deliveroo, fattorini in moto e in bicicletta senza garanzie e tutele, hanno deciso di alzare la voce. Prima hanno scritto una lettera all'azienda per chiedere un incontro, rimasta però senza risposta. Poi si sono rimboccati le maniche e hanno organizzato un flash-mob a Milano, andato in scena lo scorso 1° dicembre, perché il cliché dei giovani che consegnano in autonomia cibo per i ristoranti, “anziché fare fitness in palestra”, non va più bene. “Siamo lavoratori come gli altri, vogliamo uscire dal ricatto dell'algoritmo”, dicono. Come loro, tutti i colleghi della gig economy ai quali la Cgil sta cercando di dare una risposta. Il responsabile per la confederazione dell'Ufficio progetto lavoro 4.0, Alessio Gramolati, la spiega così: “Se a organizzare il lavoro è un algoritmo, si crea una sorta di caporalato digitale che seleziona le persone sulla base delle recensioni. Sei sempre disponibile e hai buoni commenti? Bene, allora puoi lavorare; altrimenti resti a casa. Anche per Uber funziona così: i clienti forniscono le informazioni alla multinazionale, dicono se il tuo taxi, cioè la tua auto privata convertita a questo scopo, va bene. E alla fine decide l'algoritmo. Lo possiamo chiamare il nuovo management digitale”.

Rassegna Andiamo con ordine e prima di tutto facciamo chiarezza sui termini. C'è ancora chi confonde la sharing economy con la gig economy. In realtà sono due cose ben diverse…

Gramolati In effetti c'è una retorica che rischia di portarci fuori strada. Un conto è la sharing economy, alla cui base ci sono piattaforme collaborative come Wikipedia o Streetbank. Altra cosa è la gig economy, vedi Uber o Airbnb. In queste piattaforme è il singolo che mette a disposizione il valore (l’auto, la bici o la casa), mentre le compagnie che fanno da intermediario prelevano il profitto. In altre parole, quando la condivisione è mediata da chi mira al profitto, non è più sharing economy. Non a caso si usa il termine “gig”, mutuato dal mondo del teatro in cui identifica esibizioni brevi ed estemporanee. Se nel mondo del lavoro questa all'inizio poteva essere un'opportunità, ad esempio per gli studenti, ormai sono emersi tutti i nodi legati alla totale assenza di diritti.

Rassegna Però a qualcuno questa idea continua a piacere. Ci sono addirittura alcune app – una di queste si chiama Jobby – che si pubblicizzano su Internet autodefinendosi “l'app dei lavoretti”.

Gramolati Certo, se uno ha una casa sfitta e può metterla a reddito, la guarda come un'opportunità. Oppure, pensando a quando Uber arrivò in Francia, è vero che molti disoccupati si sono proposti dalle banlieue. In generale non si deve demonizzare questo mondo. Ciò che dobbiamo fare è evitare che queste persone finiscano alla mercé delle piattaforme cui sono iscritte; squarciare il velo sul nuovo management digitale di cui parlavo, il quale attraverso la lettura di tutti i dati personali invade la sfera di vita lavorativa e persino quella privata. Questo caporalato digitale sta portando alle situazioni paradossali che abbiamo conosciuto, tra gli altri, con la lotta dei lavoratori di Foodora, discriminati da un calcolo al computer. Ecco perché dobbiamo scardinare la cosiddetta black box, la scatola nera delle informazioni – parafrasando la celebre definizione di Frank Pasquale dell'Università del Maryland – per ricostruire un sistema di tutele e diritti che consentano una vita dignitosa. Insomma, dobbiamo accedere alle informazioni per avere più forza contrattuale: è quello che chiedevano i lavoratori del Pignone in uno sciopero del lontano 1906, “aprite il barattolo”. Cambiano i nomi, oggi la chiamiamo black box, ma la battaglia è la stessa.

fonte: Etui 2015, nostra elaborazione

Rassegna Ci si chiede però cosa si possa fare in concreto. Sembra una battaglia di Davide contro Golia...

Gramolati Intanto serve un impianto normativo e legislativo che chiarisca i perimetri di queste attività. Noi lo abbiamo già detto nella Carta dei diritti. Ma in altri Paesi, come negli Stati Uniti, è anche la politica a occuparsene. Già prima della vittoria di Trump, la senatrice Elisabeth Warren, economista e figura di spicco del Partito democratico, aveva lanciato alcune proposte di riforma tra cui aumento del salario, diritto a ferie e malattie, evitare le possibili scappatoie per i datori di lavoro, sottolineando la necessità della contrattazione collettiva con lo scopo di garantire un “ragionevole grado di sicurezza” agli addetti della gig economy. Sempre gli Stati Uniti hanno visto per primi la lotta dei lavoratori Uber, che alla fine l'hanno spuntata, ottenendo parte di ciò che chiedevano. Stanno crescendo in tutto il mondo le lotte di chi lavora su queste piattaforme, perché dalla possibilità iniziale di avere un lavoro trasparente (il potere della tecnologia) si è passati a un lavoro più controllato (la tecnologia del potere). Questa dialettica è il cuore dello scontro e se chiedi conto all'azienda, spesso risponde che è colpa dell’algoritmo, come se fosse neutro. Ma non può essere così. 

Rassegna Perciò la Cgil chiede di "contrattare l'algoritmo". Puoi spiegarci meglio?

Gramolati L'algoritmo non può essere considerato una semplice macchina. È un elemento dalle potenzialità altissime, molte anche positive. Si pensi a quali prospettive può aprire se applicato nella medicina predittiva o al monitoraggio ambientale. Ma ci possiamo vedere anche una versione critica e molto sofisticata del capo del personale, un manager digitale. Un management digitale che può esercitare il controllo dei lavoratori attraverso gps, webcam, software e algoritmi spioni. Questa sorveglianza senza frontiere rischia di rompere il legame di fiducia tra impiegante e impiegato e ha il potere di destrutturare le relazioni sindacali. Lo scanner rileva i dati e l’algoritmo detta i percorsi, le azioni e i tempi del lavoro. Chi non tiene il ritmo è tagliato fuori. Già, proprio così: i licenziamenti sarà l’algoritmo a stabilirli; addirittura, nel caso delle piattaforme non ci sarà purtroppo bisogno di farlo, perché spesso i lavoratori della gig economy non sono neppure assunti. È per questo che la Cgil chiede che quell’algoritmo, che si basa su parametri aziendali, venga condiviso con il sindacato. Del resto, il salario e l’organizzazione del lavoro sono sempre stati alla base della contrattazione e non si può difendere il segreto industriale spiando il lavoro. 

Rassegna Resta però la difficoltà per il sindacato nell'intercettare questi lavoratori. Come si può affrontare?

Gramolati È una sfida per tutti i sindacati del mondo, in gioco c'è la relazione tra la dimensione personale e quella collettiva. Io penso che per rispondere alle nuove esigenze anzitutto servono forme organizzative più circolari, perché gli addetti della gig economy hanno una grandissima capacità di connettersi in rete e sono invece poco propensi al tradizionale modello verticale. Spesso sono loro stessi a costruirsi delle contro-piattaforme tramite reti di comunicazione, riuscendo a volte a ottenere grande visibilità. Dall'altra parte, però, c'è anche un problema di contenuti. Veniamo da una storia in cui la contrattazione consiste nel decidere a quali bisogni della persona rispondere attraverso il principio dell’esigibilità collettiva. Qui bisogna fare l'operazione inversa, cioè garantire accessibilità personale ai diritti collettivi, ovvero ciò che manca a questi lavoratori.

Vincere il premio Pulitzer e il National Book Award nello stesso anno non è per molti, tutt’altro. Nell’impresa è riuscito Colson Whitehead con il suo ultimo libro, “The Underground Railroad”, pubblicato in Italia nella collana “Big Sur”, delle Edizioni Sur, per la splendida e al solito accurata traduzione di Martina Testa (pp.376, euro 20). Elemento diegetico della narrazione, oltre alla protagonista Cora, che descrive, nella sua storia di fuggitiva da una piantagione di cotone, la vicenda familiare di tre generazioni declinate al femminile, l’invenzione, da parte dell’autore, di una ferrovia posta sottoterra nel Sud degli Stati Uniti nella prima metà dell’Ottocento.

Più che d'invenzione, però, si dovrebbe parlare di espediente letterario ricavato dagli accadimenti storici, dato che, come lo stesso Whitehead ha chiarito nel corso di un incontro tenutosi a Roma per presentare il volume, “sin da piccoli, noi afroamericani sentiamo parlare di questa ferrovia sotterranea nei racconti che ricordano la storia dei nostri avi; ma, in realtà, con questa definizione s'intende quella sorta di cordone umanitario che si realizzò a cielo aperto tra bianchi e neri, nel tentativo di salvare il maggior numero possibile di persone dall’abominio della schiavitù, trasportandoli in ogni modo nel Nord del Paese. E quando, crescendo, ti rendi conto che in realtà la ferrovia sotterranea non è mai esistita, un po’ ci resti male. Così ho pensato di realizzarla come immagine letteraria funzionale allo sviluppo narrativo di questo libro”. Nello svolgersi dei capitoli, nell’alternarsi delle vicende dei molti personaggi, con annotazioni anche documentaristiche, Cora, insieme al suo compagno di viaggio Caesar, scopre che in forme diverse, ma sempre efferate, la persecuzione contro i neri colpisce numerosi stati, e che l’inconcepibile brutalità del razzismo sembra non conoscere fine.

Per rendere al meglio l’ambientazione del periodo, nell’incastro narrativo Whitehead inserisce in alcuni passaggi anche dei veri e propri "annunci", ricavati dalle carte di archivio, che i padroni bianchi distribuivano in caso di fuga dei loro schiavi. Uno tra questi recita: “Fuggita o portata via. Dalla residenza del sottoscritto, nei pressi di Henderson, il 16 cm, una ragazza nera di nome Martha, di proprietà del sottoscritto. La suddetta ragazza è di carnagione marrone scura, corporatura snella e lingua molto sciolta, e ha circa 21 anni di età; portava una cuffia di seta nera con delle piume; e aveva in suo possesso due trapunte di cotone. Mi dicono che cerca di passare per una ragazza libera. Ridgon Banks, Contea di Granville, 28 agosto 1839”.

Senza dubbio, la descrizione di questa ragazza è stata una tra le fonti d'ispirazione per la figura di protagonista voluta dallo scrittore: Cora rappresenta tutte le Martha che hanno cercato, con più o meno fortuna, la strada della libertà, la fuga disperata dalla follia umana del tempo; un tempo ormai lontano, ma non così lontano come lo scorrere degli anni potrebbe far credere. Lo stesso Whitehead, sollecitato a definire una relazione tra quel passato e il suo pesente, risponde con velata ironia e manifesto cinismo: “Non vorrei apparire stucchevole, ma in fondo per noi afromericani non è che le cose siano così tanto cambiate. Certo, la presidenza Obama ha sorpreso molto i miei genitori, i miei nonni, che hanno vissuto una vita diversa, e mai avrebbero pensato di poter vedere un nero alla Casa Bianca. Ma nella realtà delle cose, nella vita di tutti i giorni, molti afroamericani vengono ancora discriminati: dalla polizia, ad esempio, e dalla società americana in genere. Il fatto è che la nostra cultura compie alcuni passi in avanti e altri indietro. Penso ai libri di scuola, dove nelle ricostruzioni storiche sono scomparsi i capitoli riguardanti l’epoca della schiavitù, per l’appunto, ma anche quella dello sterminio della popolazione indiana”. La lettura di questo libro potrebbe ricominciare a insegnarci qualcosa.

Se tutto andrà come dovrebbe andare, i primi assegni di indennità Ape sociale e anticipo pensionistico per lavoratori precoci non arriveranno prima di gennaio 2018. La promessa è messa nero su bianco nel comunicato stampa di Inps, diffuso con “inedita” tempestività il primo dicembre, alla vigilia della giornata di mobilitazione promossa dalla Cgil per chiedere al governo di cambiare la direzione delle misure previdenziali, a cominciare dal blocco dell’automatismo infinito dell’innalzamento dell’età pensionabile. Ma il presidente dell’Inps, Tito Boeri, si è spinto oltre – in una intervista rilasciata il 6 dicembre al Gr1 –  promettendo a buona parte degli aventi diritto, il pagamento degli arretrati di Ape sociale, in vigore da maggio, addirittura entro dicembre. Boutade pubblicitaria? Difficile, per ora, stabilirlo.  

Nel frattempo sono passati oltre sette mesi da quel fatidico primo maggio, che doveva segnare l’inizio della sperimentazione di una misura previdenziale, in favore di alcune categorie di lavoratori particolarmente svantaggiati, per anticipare di tre anni il momento della quiescenza, con una indennità, a carico dello Stato, introdotta dalla legge di Stabilità 2017 (commi da 179 a 186 della legge 232/2016). “Ad onore del vero – spiega Morena Piccinini, presidente Inca – di ritardi se ne sono accumulati tanti e non sempre per responsabilità dell’lnps. Il decreto applicativo ha avuto una gestazione complicata, tant’è che è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n.138 soltanto il 16 giugno, con un ritardo di più di un mese. Poi però l’Istituto c’ha messo del suo per confondere ulteriormente le acque. E le cose ancor oggi non sono affatto chiare”.  

Superato lo scoglio dell’ultima scadenza (30 novembre) per la presentazione delle domande di Ape sociale e di anticipo pensionistico per i lavoratori precoci, l’Inps ha diffuso i dati sulle richieste pervenute complessivamente sia per quanto riguarda la prima fase (conclusasi, come previsto, il 15 ottobre scorso) che la seconda (ultimata il 30 novembre). E i risultati non sono affatto incoraggianti. Con la prima, sono state accolte 15.493 domande di certificazione (comprensive di riesame) di Ape sociale e 9.031 richieste di lavoratori precoci (pari, rispettivamente al 39% e al 34% del totale), per un numero complessivo di 24.524 domande su 65.972 richieste complessivamente pervenute, pari a circa il 37%; ben al di sotto della metà. 

Poi però l’Inps precisa di aver provveduto a riesaminare d’ufficio, alla luce dei nuovi indirizzi estensivi forniti dal ministero – e fortemente sollecitati dopo la pubblicazione del dossier di Inca – 6.384 domande di Ape sociale e 5.592 di lavoratori precoci (per un totale di 11.976). Riesame ancora in corso, definito dall’Inps “operazione straordinaria”, che “si completerà nei primi giorni del corrente mese di dicembre”. Al momento, è sempre l’Inps a dirlo, queste operazioni di riesame hanno comportato complessivamente l’accoglimento di circa 2.000 domande di Ape sociale e di circa 1.780 di lavoratori precoci (per un totale di 3.780).  Dunque, se la matematica non è un’opinione, su 11.976 domande riesaminate, 8.196 ancora attendono di sapere quale sarà l’esito alla loro richiesta (oltre il 68%). 

Se questo è l’andazzo, cosa ne sarà delle 16.917 domande pervenute all’Inps, tra il 15 luglio e il 30 novembre? Senza considerare il fatto, sottolinea l’Inca, che molte di queste richieste sono una duplicazione di quelle già completate nella prima fase, che l’Inps ha rifiutato sulla base di una applicazione restrittiva delle norme e che, usando un po’ di buon senso, avrebbe  potuto accogliere, coerentemente ai nuovi indirizzi ministeriali, senza complicare la vita di tanti lavoratori, tra cui molti disoccupati, difficilmente ricollocabili data l’età anagrafica (almeno 63 anni), rimasti senza alcuna tutela, proprio come è avvenuto per gli esodati. Al momento, di Ape non ce n’è per nessuno: né per chi non ha avuto risposta, né per che ce l’ha avuta, rientrando tra le domande accolte. L’attesa è per tutti. 

“Il sospetto – osserva Piccinini – è che si avveri ciò che lo stesso Inps ha pronosticato, nell’ottobre scorso, in occasione della audizione alla Camera, quando, giocando di anticipo rispetto ai tempi, affermò che il 50% delle risorse stanziate per l’indennità Ape sociale e l’anticipo pensionistico in favore dei lavoratori precoci, anche dopo il riesame delle domande, sarebbe rimasto inutilizzato. Un fallimento facilmente prevedibile, dunque, che si sarebbe dovuto e potuto evitare dando certezza del diritto,  a chi subisce sulla propria pelle le conseguenze di un altro grossolano errore commesso dalla legge di riforma delle pensioni Monti-Fornero”.  

A parte pochi casi virtuosi, non esiste in Italia una vera politica per il libro, un sistema che riesca a mettere in rete il lavoro delle biblioteche, capace di considerare gli scrittori un bene comune, utilizzarli come risorse per azioni di cittadinanza attiva. Un progetto che dia agli scrittori la possibilità di svolgere come in altri Paesi europei un ruolo sociale e poter vivere del proprio lavoro. Questo significa parlare dei propri libri, tenere conferenze, docenze nei corsi di scrittura, dibattere sui temi della contemporaneità.

Domina invece un sistema caotico, a macchia di leopardo, fatto di festival più o meno effimeri e spettacolari, dove prevale – per logiche numeriche di consumo – il mercato. La cosiddetta editoria di cultura, quella che crea e sviluppa senso critico, una lettura diversa e profonda delle trasformazioni sociali – la saggistica, il giornalismo d’inchiesta non spettacolare, il reportage narrativo, la letteratura di ricerca e la narrativa di qualità, la poesia – di fatto è schiacciata e marginalizzata in un limbo.

Questo comporta che gli scrittori, i quali mettono al centro del proprio lavoro una forte vocazione civile, accompagnata da un altrettanto forte impegno sul piano letterario, perdono il loro ruolo, stentano – a parte casi molto rari – a entrare in quello che resta del dibattito collettivo, quando c’è. Soprattutto quelli che trattano temi assolutamente rimossi, come il lavoro e i suoi conflitti, le sue disumanizzazioni, le nuove precarietà e povertà prodotte dai processi di globalizzazione. Seppure c’è una ripresa di autori che trattano temi civili – lo dico dall’osservatorio del Premio Paolo Volponi, l’unico interamente dedicato alla letteratura di impegno civile – e che vorrebbero esercitare pubblicamente il proprio ruolo, tornare a essere autori, testimoni del proprio tempo, coscienze civili.

Per questo mi auguro che la Rete delle biblioteche del lavoro, attive in ambito Cgil e coordinate a livello nazionale dalla Fondazione Dio Vittorio, possa dare spazio nel tempo a questi scrittori, molti dei quali sono coinvolti in un tentativo di ripresa dell’attività nella sezione scrittori all’interno della Slc: penso naturalmente a Simona Baldanzi, penso agli importanti reportage epocali di Alessandro Leogrande, tragicamente scomparso solo alcuni giorni fa, penso a scrittori civili come Franco Arminio, ai libri bianciardiani di Stefano Valenti, penso ai Wu Ming e Nadia Terranova, al lavoro sul colonialismo e l’immigrazione di Igiaba Scego, tra gli altri. Scrittori che trattano temi oggi più che mai necessari e spesso intrecciati tra di loro, come lavoro e immigrazione, spopolamento delle aree interne, nuove povertà, mondo digitale, storie della Storia del nostro Paese che meritano di essere rivisitate criticamente.

Io stesso potrei considerarmi una specie di prototipo di scrittore che ha avuto un rapporto costante con la Cgil, a cominciare da un colloquio in occasione del Centenario – insieme a Bajani e Desiati – con Gugliemo Epifani al FestivaLetteratura di Mantova nel settembre del 2006. Pochi mesi prima, il 25 maggio, Bruno Trentin pronunciava il suo ultimo discorso proprio a Fermo, dove vivo, parlando del mio libro “Le risorse umane”. E anche in questi mesi, in questi giorni, sto lavorando insieme al fotografo Giovanni Marrozzini a un libro reportage sui luoghi del terremoto del Centro Italia, che Ediesse pubblicherà prossimamente.

Credo di interpretare un sentimento comune ad altri scrittori nel dire che molti di noi hanno cercato e avuto un rapporto con il sindacato perché credono che con esso si possa fare lavoro culturale e, soprattutto, svolgere un ruolo politico nei confronti di un pubblico che ci interessa. La questione, secondo me, riveste una certa importanza.

In questa direzione, nel maggio 2007 feci per Rassegna Sindacale, con cui avevo iniziato una collaborazione che ancora dura, un reportage a Ravenna in occasione del 20° anniversario della più grande tragedia operaia del dopoguerra, che poi diventò il primo nucleo di quello che considero il mio libro più riuscito, “Il costo della vita”, uscito da Einaudi nel 2013. Questo anche per dire come il mio rapporto di reciprocità con il sindacato abbia prodotto concretamente lavoro di scrittura. La stessa cosa è successa con “Di Vittorio a memoria” a 50 anni dalla sua morte, un lavoro fatto, ancora per Rassegna, insieme al leggendario fotografo Mario Dondero.

Sempre nel 2007 curai per Ediesse le “Poesie operaie” di Luigi Di Ruscio, che non solo riportò questo scrittore – per trent’anni operaio metalmeccanico a Oslo, in Norvegia – in libreria, ma fu il preludio per un’esperienza editoriale straordinaria, “Carta bianca”, una collana di libri no-fiction che è un po’ un prolungamento della mia attività di reporter, dove ho cercato di costruire anche la mia idea di letteratura sociale, che accetta la sfida di raccontare la realtà e di coinvolgere anche gli scrittori non professionisti (era l’idea dei “Franchi narratori” Feltrinelli, che lanciò tra gli altri Gavino Ledda), più o meno quello che fa anche lo Spi con il Progetto memoria e il Premio LiberEtà, dei quali sono uno dei giurati.

Della collana “Carta bianca” sono stati pubblicati, dal 2008 al 2015, 40 libri. Di Luigi Di Ruscio uscirono anche “Palmiro” e “La neve nera di Oslo”. L’impegno di Ediesse e della nostra collana ha fatto sì che questo scrittore fosse riscoperto: senza non ci sarebbe stato “Romanzi”, il volume di oltre 500 pagine con tutte le sue prose pubblicato da Feltrinelli, così come la traduzione in Francia, presso Anacarchis, dei suoi maggiori libri di narrativa e l’imminente uscita delle Poesie scelte da Marcos Y Marcos. La collana ha avuto un sua vitalità, pubblicando molti reportage narrativi, anche collettivi, dal “Mugello sottosopra” di Simona Baldanzi a “Oratorio bizantino” di Franco Arminio, all’inedito “Parlamenti” di Paolo Volponi, a “Da Roma a Roma” di Andrea Carraro, a “Si sente in fondo?” di Lorenzo Pavolini, ma anche libri di storici come Angelo D’Orsi, urbanisti, antropologi, giornalisti d’inchiesta, l’antologia sulla scuola e quella con i racconti degli scrittori stranieri che vivono in Italia (“Permesso di soggiorno”), libri che hanno raccontato storie italiane di forte urgenza, morale e sociale.

Pensavo ottimisticamente che la grande rete della Cgil, le tante strutture presenti sul territorio avrebbero supportato in maniera decisiva il nostro lavoro, ma purtroppo così non è stato. Siamo riusciti a organizzare momenti e occasioni di confronto, ma in maniera troppo episodica, non strutturata. La speranza è che sulla scia dell’incontro promosso a Pistoia lo scorso 23 novembre dalla Fondazione Di Vittorio con l’intento di fare il punto sull’attività delle Biblioteche del lavoro, possa rafforzarsi un rapporto, quello tra scrittori e sindacato, che ha già dato tanti importanti risultati.

In vista delle elezioni si sta imponendo con decisione il dibattito sul tema delle politiche fiscali, in particolare su quello delle imposte sui redditi. Diverse forze politiche che raccolgono anche un consenso notevole nel Paese sembrano aver virato (o essere tornate) sulla flat tax, ovvero sul superamento delle aliquote progressive per passare a un’aliquota unica da applicarsi a tutti i contribuenti, a prescindere dal reddito. La proposta è tornata in auge qualche mese fa grazie alla proposta dell’Istituto Bruno Leoni, think tank di impostazione liberista, il quale ha ipotizzato un’aliquota unica al 25%.

Crediamo che occorra evitare di concentrarsi sui profili di costituzionalità.  La deduzione che accompagna tutte le proposte di flat tax, tra l’altro, rende progressiva la tassazione sul reddito lordo, anche se con un grado minimo. Anche sui redditi elevati la progressività, pur impercettibile, è teoricamente presente. Il dubbio sulla costituzionalità rimane, ma resta il fatto che le principali obiezioni che vanno mosse a questa proposta sono di merito più che di diritto.

Uno dei benefici attesi che si adducono a sostegno della proposta è la semplificazione del sistema. Crediamo invece che con gli attuali strumenti informatici non sia necessaria un’aliquota unica per raggiungere questo scopo. È demagogico, sbagliato, e finanche ridicolo pensare che “semplice” debba significare “calcolabile a penna con una moltiplicazione”. Si pensi per completezza che il sistema tedesco, solo per fare un esempio, contempla un’aliquota “personalizzata” in funzione di alcune variabili. Non per questo il sistema tributario della Germania è considerato complicato.

Soprattutto, crediamo che se semplificare significa trattare in modo uguale situazioni diverse, allora non è detto che la semplificazione sia un obiettivo da perseguire. Davvero è positivo tassare allo stesso modo chi affitta a canone concordato e chi affitta a canone libero? Davvero è auspicabile, sull’altare di questo malinteso concetto di semplificazione, applicare praticamente la stessa aliquota a chi in un anno guadagna 30 mila euro e a chi ne denuncia 300 mila (categoria in realtà rara, e per la gran parte composta da lavoratori dipendenti)?

In merito alla supposta grande diffusione della flat tax, e all’elenco di Paesi portati a dimostrazione del successo di questo modello, eviteremo di parlare di quelli rispetto ai quali non abbiamo sufficienti informazioni, come Abcasia, Sant’Elena o Tuvalu, per concentrarci sul modello Est europeo. Un modello che ha alle spalle una storia e condizioni di partenza assolutamente non paragonabili alle nostre e che, a nostro parere, è lungi dall’essere il nostro obiettivo. Non solo: laddove non abbia anche fruito di contributi Ue per ripartire, rimane un laboratorio di abbassamento dei diritti rispetto al modello europeo tradizionale e un’area di dumping e di ricatto per i lavoratori delle vecchie socialdemocrazie. In particolare, i Paesi orientali che sono nell’area dell’Unione stanno fungendo da traino all’abbassamento dei costi e dei diritti dei lavoratori di tutta l’area.

Peraltro, accanto a Paesi che hanno avuto un impatto limitato sui conti pubblici a seguito dell’introduzione dell’imposta piatta (anche perché accompagnata da taglio della spesa, o concomitante con il boom dei prodotti energetici e con una crescita sostenuta del Pil antecedente alla riforma fiscale), ci sono casi (Slovacchia) in cui si è dovuto correre ai ripari e reintrodurre un incremento del prelievo fiscale (in proposito, si veda focus su blog del Sole-24 Ore). Non c’è dubbio. Per un’Italia che deve uscire dal pantano della crisi, continuiamo a preferire la rincorsa al modello tedesco, francese, scandinavo, anziché verso il modello slovacco, rumeno o ungherese.

Le proposte di flat tax sono in genere accompagnate da una deduzione che dovrebbe costituire “minimo vitale” (nella proposta dell’Istituto Bruno Leoni addirittura questo varia geograficamente, è quindi più alto al Nord e più basso al Sud), che sarebbe erogato direttamente in caso di incapienza (la cosiddetta negative income tax) e che, quindi, non incentiva la ricerca del lavoro, diventando, nella miglior tradizione liberista alla Von Hayek, una sorta di reddito di cittadinanza.

E, aggiungiamo, si persevera nel portare come argomentazione la formula chiamata “curva di Laffer”, mai dimostrata neanche dal suo inventore, per sostenere che l’evasione è alta a causa dell’alta pressione fiscale, quando invece è l’esatto opposto. La pressione fiscale è alta perché in troppi non pagano le imposte dovute. Che imposte più basse non assicurino maggiore fedeltà fiscale lo dimostra plasticamente il caso Apple, la cui corporate tax più bassa d’Europa (quella irlandese, al 12,5%) non è bastata a convincerla a pagare il dovuto (visto che ha provato a pagare lo 0,003%).

Dobbiamo poi sempre ricordare che le proporzioni dell’evasione fiscale italiana non sono, ahimè, nemmeno paragonabili a quelle degli altri Paesi sviluppati. Una parte degli evasori risulta incapiente, a volte nullatenente e finisce per fruire anche dei benefici destinati ai redditi bassi. Non saranno alcuni punti percentuali in meno a convincere evasori incalliti a iniziare a dichiarare il proprio reddito.

Per finire, le proposte di flat tax hanno un costo complessivo tra i 30 e i 40 miliardi, i quali si sostiene debbano essere coperti dalla spending review, ovvero dalla riduzione della spesa. Le proposte dei probabili candidati premier che stanno aderendo a questa idea non sono precise al riguardo, e si limitano a prevedere “risparmi di spesa” o a “tagliare le spese dello Stato”. A parte l’abuso che negli ultimi tempi si è fatto di questa revisione della spesa pubblica che pare essere diventata una panacea, sarebbe bene cominciare a interrogarsi seriamente su cosa sia e cosa significhi spesa pubblica. Si tratta di pensioni, stipendi per i vigili del fuoco, i poliziotti o i medici, funzionamento di scuole e ospedali, mantenimento dei beni pubblici.

Il vero progetto – che andrebbe spiegato con chiarezza – è che diminuire drasticamente le imposte e la spesa pubblica significa di fatto restringere il perimetro dell’intervento dello Stato. Abbassare il gettito fiscale vuol dire fornire meno risorse all’operatore pubblico, indebolirlo. L’azione dello Stato per limitare le diseguaglianze attraverso il welfare passa necessariamente attraverso le imposte incassate. Non è un caso se alcune proposte accompagnano l’introduzione dell’imposta piatta al taglio e alla parziale privatizzazione della sanità.

Questo nei fatti significa sanità pubblica (per i poveri) depauperata a causa dell’uscita dal sistema di finanziamento dei contribuenti facoltosi, i quali avrebbero più risorse per permettere a se stessi una sanità d’eccellenza e a pagamento. È fin troppo ovvio che si debba riorganizzare la spesa, ma dobbiamo tra le altre cose tenere conto del fatto che ridurre la spesa pubblica significa ridurre la domanda. Qualcuno davvero scommetterebbe che a inferiore domanda pubblica aumenterebbe la domanda privata per un importo uguale o superiore?

Chi invece propone di passare alla flat tax attraverso il ricorso al deficit non troverà in noi dei fan dell’austerità, ma, al netto dell’opposizione Ue che dovrebbe affrontare, sarebbe meglio che desse un’occhiata ai cosiddetti moltiplicatori, ovvero a quanto “renda” un euro di taglio delle imposte (peraltro generalizzato, anche per i ricchi con una bassa propensione marginale al consumo) e quale sia invece il moltiplicatore delle risorse destinate a investimenti. Ritenendolo una persona intelligente siamo certi che, dopo questo tipo di valutazione, destinerebbe le stesse risorse al Piano del lavoro.

Rimanendo invece in ambito fiscale, la Cgil propone una progressività ancora più accentuata rispetto a quella attuale, che non si limiti solo all’Irpef (imposta pagata in gran parte da lavoratori e pensionati), ma che investa in una riforma complessiva tutti i redditi, le rendite, il patrimonio, e sia accompagnata da una seria lotta all’evasione e all’elusione fiscale.

Cristian Perniciano è responsabile Politiche fiscali della Cgil nazionale

Da anni, in Italia, il funzionamento del sistema pensionistico è uno dei temi più ricorrenti del dibattito economico e politico. Oltre alle riforme attuate, ad ogni legge di bilancio, l’argomento torna d’attualità nei lavori parlamentari e nei confronti tra governo e parti sociali. I giornali e gli altri media dedicano largo spazio alle pensioni, con discussioni che, purtroppo, non sempre mostrano la competenza e il rigore analitico che sarebbero necessari. L’emergere continuo di dati e di notizie contrastanti accresce l’apprensione dei lavoratori, sempre più insicuri e dubbiosi circa i possibili cambiamenti di un quadro normativo da cui dipendono le condizioni di vita degli attuali e dei futuri pensionati. Già da questa premessa si capisce come il cosiddetto “cantiere sempre aperto”, cioè discutere continuamente di pensioni da riformare, con proposte sempre diverse, sia in sé un fatto controproducente. Dare sicurezza alle persone è infatti l’obiettivo fondamentale di un sistema di protezione sociale. Anche tenendo conto delle analisi critiche sui sistemi tradizionali di welfare, non si può negare che negli anni del grande sviluppo post bellico il futuro da anziani era meno carico di incertezza rispetto a quello che si prefigura oggi per i lavoratori, giovani e meno giovani.

Due sono gli elementi basilari su cui si basa, anche nel confronto europeo, la valutazione dei sistemi pensionistici: essi sono la sostenibilità finanziaria e la sostenibilità sociale, ossia l’adeguatezza dei trattamenti rispetto al livello di vita raggiunto nel corso della carriera lavorativa. Vediamo, in estrema sintesi, come le due questioni sono valutabili nella realtà del nostro paese. Cominciando dalla sostenibilità finanziaria, si possono elencare alcuni fatti. Dall’inizio delle riforme, più precisamente dal 1990, la dinamica del rapporto tra spesa per pensioni e prodotto interno lordo – l’indicatore usato a questo scopo – è caratterizzata da un progressivo contenimento della spesa per pensioni e da un sempre più basso tasso di crescita del Pil che, negli anni della crisi, è diventato addirittura negativo. Il contenimento della spesa per pensioni è in larga misura dipeso dal numero di pensioni erogate che, con il progressivo inasprimento dei requisiti di accesso, ha dapprima rallentato, iniziando poi a calare dal 2009. L’ammontare medio delle prestazioni, invece, con l’effetto combinato di nuove pensioni liquidate di importo superiore alle cessate e della minore indicizzazione ai prezzi, ha mantenuto un profilo di crescita lineare contenuto all’1,5% annuo.

Negli anni del grande sviluppo post bellico il futuro era meno carico di incertezza rispetto a oggi

Nel triennio più recente 2014-2016, la spesa per pensioni è aumentata in media annua meno delle altre spese della pubblica amministrazione e meno di un quarto di quanto siano cresciute le altre spese per la protezione sociale. Negli stessi anni, è bastata una lieve ripresa dell’economia per mantenere inalterato il rapporto tra spesa per pensioni e Pil. L’obiettivo di stabilizzare tale rapporto, previsto fin dalla prima fase delle riforme, appare perciò sempre più dipendere dalla capacità di crescita dell’economia, che non da un’azione di ulteriore contenimento della dinamica della spesa pensionistica che, oltre alle conseguenze sociali negative, appare poco realistica sia dal punto di vista economico che politico. Dalle più recenti previsioni a medio termine del ministero dell’Economia (Def aggiornato 2017), si desume che anche nei prossimi anni il peso della spesa per pensioni sul Pil dovrebbe rimanere stabile. Se poi si guarda al lungo termine, le proiezioni del modello della Ragioneria dello Stato confermano le proprietà note di un sistema di calcolo contributivo, cioè avere una quota di spesa pensionistica sul Pil proporzionale alle aliquote contributive, mantenendo in equilibrio i conti per la parte strettamente previdenziale.

Alla base di questa proiezione ci sono ipotesi demografiche e di crescita economica che, qualora non si realizzassero, dati i meccanismi di autoregolazione del calcolo contributivo, non causerebbero gli effetti negativi spesso paventati sulla sostenibilità finanziaria del sistema, bensì si tradurrebbero in prestazioni più basse a parità di carriera e di età anagrafica. Tale esito rimanda direttamente al secondo aspetto fondamentale del sistema pensionistico, ossia all’adeguatezza delle prestazioni. Tra i motivi che hanno spinto ad aumentare l’età pensionabile c’è proprio questa finalità: preservare da un lato i meccanismi di aggiustamento agli andamenti demografici ed economici per non mettere a rischio la sostenibilità finanziaria del sistema e, dall’altro lato, non pregiudicare l’adeguatezza dei trattamenti grazie ad età più elevate di pensionamento.

Questa linea di indirizzo, in apparenza coerente, si scontra tuttavia con i vincoli posti dalla fascia di età di riferimento. Se portare l’età di pensione oltre i sessant’anni, come nelle prime riforme, poteva essere un obiettivo non arduo da perseguire, quando la soglia minima si alza in direzione dei settant’anni, emergono problemi di difficile soluzione, per l’occupazione, le condizioni di salute e l’adattabilità a certi tipi di lavoro. Come si è visto nella vicenda degli “esodati”, e non solo, rapidi aumenti e rigidità dei requisiti di età fanno emergere una serie di criticità la cui soluzione comporta misure straordinarie che alterano ogni percorso di armonizzazione delle regole previdenziali. Qualche passo per riavere un po’ di flessibilità in uscita è stato compiuto con l’adozione dell’anticipo pensionistico (cosiddetta Ape), ma il ripristino di una flessibilità come quella della legge Dini, seppure corretta nei limiti di età, manca tuttora nel sistema italiano. La sola eccezione è la pensione anticipata contributiva, che attufalmente si ottiene a 63 anni e 7 mesi con 20 anni di contributi, per la quale però il requisito di un importo minimo della prestazione maturata pari a 2,8 volte l’assegno sociale comporta effetti distributivi distorti, dato che penalizza l’uscita delle pensioni medio basse, spesso corrispondenti a lavoratori con aspettative di vita inferiori alla media.

La pensione minima "sociale", oltre a richiedere un elevato sforzo finanziario, presenta problemi di equità

La decisione adottata dal governo con l’emendamento alla manovra di Bilancio 2018, di esentare in modo selettivo alcune categorie che effettuano lavori “gravosi ”dall’adeguamento del limite minimo di età alla speranza di vita, può essere considerata un segnale di attenzione rispetto all’oggettiva difficoltà di svolgere certe attività oltre date soglie di età. Tuttavia, tale misura lascia ancora aperti diversi problemi, dalla validità dei criteri con cui sono individuati i soggetti esentati, per categoria e non per effettive mansioni svolte, alla mancata coerenza tra l’ammontare della prestazione maturata e l’effettiva aspettativa di vita di chi beneficia dell’esonero.

In tema di adeguatezza delle prestazioni, è infine da richiamare una delle questioni più rilevanti, quella delle pensioni basse, che al momento non sembra ancora trovare soluzioni legislative efficaci. Infatti, se dalle simulazioni teoriche sui cosiddetti tassi di sostituzione, emergono, anche in prospettiva, livelli di pensione non troppo ridotti rispetto ai redditi da lavoro di fine carriera, non si può non considerare il rischio sociale di un numero crescente di lavoratori, soprattutto giovani, che per discontinuità del lavoro o per retribuzioni basse rischiano di avere pensioni insufficienti per una vita decente in età di vecchiaia.

L’idea di una pensione minima, “sociale” nel senso che prescinda dalla contribuzione, oltre a richiedere una generale modifica degli attuali sostegni assistenziali e un elevato sforzo finanziario, presenta problemi di equità, soprattutto nel caso di un differenziale troppo basso rispetto ai trattamenti maturati a calcolo, con effetti disincentivanti per la contribuzione. Per limitare il problema, potrebbero essere considerate con attenzione forme di contribuzione aggiuntiva poste a carico della fiscalità generale (cosiddetta matching contribution), già presenti in altri ordinamenti, con cui si integrano contributi inferiori a un livello minimo, da accreditare nel corso della vita lavorativa in situazioni di basse retribuzioni, maternità, lavori di cura e periodi di ricerca attiva del lavoro, con due effetti: incentivare il lavoro regolare e garantire una progressiva maturazione della pensione al riparo dai rischi che il legislatore possa in futuro intervenire sui livelli della pensione minima quando si è già troppo vicini all’età di pensione.

In conclusione, il sistema pensionistico italiano presenta ancora diverse criticità che riguardano soprattutto il versante dell’adeguatezza delle prestazioni. Per trovare soluzioni, sarebbe necessario un insieme coerente di misure, all’interno di un pacchetto organico finalizzato a riordinare in un unico provvedimento le principali questioni irrisolte e a porre fine al continuo stillicidio di proposte per riformare le pensioni, che mina sempre di più la sicurezza di chi lavora.

Gianni Geroldi, economista, già professore ordinario di Scienza delle finanze

Il 27 e 28 novembre si è tenuta la riunione del Cae Nestlé a Losanna (Svizzera) con all’ordine del giorno la vertenza Froneri, la riorganizzazione della Nestlé Zona Europa, il progetto Nbe, la vertenza Galderma (mercato Francia).

I punti di diretto interesse per il mercato Nestlé Italia hanno riguardato il progetto Nbe e la riorganizzazione della Zona Europa,

Il progetto Nbe prevede una razionalizzazione dei servizi condivisi all’interno della Zona Europa che mira all’individuazione di sedi centralizzate in alcuni paesi europei. Le conseguenze sono lampanti dal punto di vista occupazionale e gestionale, le “ondate” di cambiamento investiranno le varie sedi periferiche creando opportunità, ma al contempo serie e reali difficoltà per le lavoratrici e i lavoratori del settore. In l’Italia l’“ondata” non è ancora arrivata, ma di certo non è stata scongiurata.

Rispetto alla riorganizzazione della Nestlé Zona Emena, il progetto “Emena “2020” consiste in una definizione di competenze e responsabilità per le varie divisioni (tra cui il Confectionery) non più periferiche - e quindi mercato per mercato, paese per paese - ma trasversali. La riorganizzazione prevede l’individuazione di Business Manager, ossia capi divisione europei che avranno responsabilità per tutti i mercati dove insistono le divisioni di competenza (in poche parole non più un responsabile per paese).

Sulla vertenza Froneri durante la riunione con i rappresentanti della Nestlé abbiamo richiamato la multinazionale alla responsabilità sociale verso le lavoratrici e i lavoratori dello stabilimento di Parma, inseriti nella procedura di licenziamento collettivo con la chiusura dell’intero sito.

Un comportamento da parte di Froneri lesivo di ogni minima forma di rispetto verso i lavoratori e verso lo stesso tavolo negoziale. Con protervia l'azienda mostra chiusura anche alla richiesta minima di accedere agli ammortizzatori sociali, che garantirebbero nell’immediato una copertura per 120 famiglie.

Gli eventi che stanno caratterizzando la vertenza Froneri Parma hanno ripercussioni sui consumatori dei prodotti a marchio Nestlé. Per questo abbiamo chiesto con forza un impegno preciso ad attivarsi per ricomporre vere e costruttive relazioni industriali, anche perché Nestlé è azionista al 50% della joint venture.

Di certo ci aspettiamo che nella riunione dei sindacati europei e mondiali coi vertici della Froneri, che si terrà ad Amsterdam il 1 dicembre, giungano segnali in questo senso.

In merito alla vertenza Perugina, nel suo intervento il delegato Turcheria ha messo l’accento su alcuni temi riguardanti la fabbrica rispetto alla vertenza in atto: l’alta tensione tra i lavoratori, la complessità di una vicenda che non trova percorsi positivi nei tavoli di trattativa - perché qualcuno mira a svuotare ogni proposta sindacale finalizzata alla salvaguardia dei posti di lavoro -, la richiesta di formazione che abbiamo più volte avanzato, finalizzata alla valorizzazione delle competenze e alla riqualificazione del personale.

Turcheria ha poi posto l’accento sul clima di paura e di insicurezza tra i lavoratori che lede la loro dignità e in alcuni rischia di cancellare d’un colpo una storia personale fatta di oltre 30 anni di lavoro in fabbrica

Più in generale è necessario ricomporre tutti pezzi, dall’Europa in giù. La nomina di manager capi divisione a livello europeo può essere letta in vari modi, ma di certo allontana dall’Italia il luogo delle decisioni. Si entra sempre più nel risiko europeo delle scelte e delle strategie commerciali e produttive.

Solo attraverso un rafforzamento del sito e del valore dei nostri marchi, così come stabilito nell’accordo del 2016, avremo una chance in più per navigare nel mare magnum del mondo Nestlé.

* Michele Greco è segretario generale Flai Cgil Umbria

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