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Il 20 ottobre 2008 muore a Formia Vittorio Foa, politico, sindacalista, giornalista e scrittore. Un uomo che dagli esordi in Giustizia e libertà, passando per la Resistenza, la Costituente, la militanza nel Psi, nella Cgil, nel Psiup, la vicinanza al Pci come indipendente, ha attraversato l’intera storia del movimento operaio e della sinistra italiana. Lo ricordiamo attraverso le sue parole, pronunciate al Consiglio generale della Cgil riunito ad Ariccia il 25-26 settembre 1970 e aperto dalla sua decisione di dimettersi dalla carica di segretario confederale e dall’attività sindacale.

Età e ragioni di salute – afferma in quell’occasione Foa – mi hanno indotto a dimettermi da segretario della Cgil. Si è amichevolmente osservato che l’età non si misura col numero degli anni. Resta il fatto che, l’attenzione dovuta al merito che uno ha acquisito con molti anni di lavoro, contraddice la cruda necessità di congedare chi è logorato. Solo rimedio utile per attenuare quella contraddizione è la fissazione di un limite di età oggettivo, impersonale, oltre il quale si deve partire non per incapacità soggettiva, ma per una norma. E in questo caso la norma vale se non vi sono eccezioni. Si è anche osservato che uno deve, per la Causa, sopportare i malanni dell’età e una salute deteriorata. Ma se la salute ha poca importanza per i singoli, essa ne ha molta per l’organizzazione, soprattutto quando si tratta di quel logoramento tipico del lavoro sindacale che coinvolge il modo di lavorare, la calma e la necessaria capacità di percezione dei particolari del movimento, fuori degli schemi generici”.

A un certo punto, è la precisazione dell’anziano dirigente della Cgil, bisogna decidersi e scegliere un lavoro più modesto, meno responsabile e quindi meno logorante. “La dimissione dal mio incarico sindacale non comporterà perciò alcuna attenuazione di impegno politico, che spero anzi di intensificare, in forme e modi opportuni. Quando valutiamo un impegno politico, noi privilegiamo ancora troppo la figura del funzionario rispetto a quella del semplice militante, l’ufficiale di carriera rispetto all’ufficiale di complemento. Pesa la mitologia del rivoluzionario di professione, valida in periodi di estrema tensione sociale, non certo oggi che non c’è rivoluzione, ma solo professione politica, funzione utile, ma che è comunque solo uno dei modi di impegno. Per quel che mi riguarda personalmente, io appartengo a un partito operaio, il Psiup, e sarò ovviamente a sua disposizione dopo un periodo di necessario riposo e raccoglimento. La mia determinazione, maturata da tempo, è stata rafforzata dalla convinzione che nel sindacalismo italiano si è ormai chiusa una fase e che quella nuova che si è aperta, i cui connotati sono ancora sfumati, richiede forze più giovani e alacri, meno compromesse coi metodi di lavoro del passato”.

È soprattutto l’era del sindacato “cinghia di trasmissione” dei partiti, a giudizio di Foa, a dover essere sottoposta a un’attenta riflessione, in quanto “non può dare un grande contributo in un periodo in cui la politica rientra con forza nel sindacato, non più dall’alto dei partiti bensì dal basso, dal movimento di resistenza operaia, e al tempo stesso non si conclude nel sindacato, ma ripropone, se non altro come esigenza, una dimensione nuova del partito, dello schieramento politico della classe operaia. Nel movimento sindacale è oggi pressante la domanda politica sul rapporto fra sindacato e ciclo economico, sul parallelismo ininterrotto fra espansione economica ed espansione sindacale, come fra depressione economica e depressione sindacale. È un parallelismo che esprime la dipendenza dell’azione sindacale dai meccanismi fondamentali dell’economia capitalistica o, come si dice, l’integrazione del sindacato nel sistema”.

In passato la bassa congiuntura è stata per lo più recepita dal sindacato come un dato naturale, cui occorreva adattarsi per opportune iniziative contro la disoccupazione, contro le decurtazioni salariali eccetera. Ma la recessione del 1964 e ancor più le vicende in corso, proprio perché sono state precedute da lotte molto avanzate, non sono più accettate passivamente dai lavoratori che dal successo padronale nel recuperare le concessioni strappate dalle lotte, sono indotti a porsi problemi più alti, a mettere in discussione la struttura sociale. Basta vedere l’attuale rabbia operaia per la mancata o tardiva nostra risposta al decreto congiunturale del governo in carica. Si chiede allora al sindacato di dirigere non soltanto le lotte per miglioramenti economici e normativi, ma anche quelle contro la politica economica, monetaria, creditizia, fiscale ecc., che riassorbe le conquiste attraverso i prezzi, le tasse, la disoccupazione, concentra le risorse e aggrava gli squilibri sociali e territoriali. All’atto pratico i partiti operai, che pur restano punti di riferimento morale e politico e centri di richiamo al consenso popolare o quindi all’elettorato, risultano destituiti di possibilità di intervento nei punti nodali del potere economico reale, che sono sempre meno nello Stato e sempre più nella società, sempre meno nelle assemblee elettive e sempre più nella organizzazione della produzione e del lavoro, che si trova al centro dello scontro sindacale”.

Ma il sindacato non può, per sua natura, “dare una compiuta risposta a quella domanda politica; esso può riproporla, attraverso l’esplosione delle contraddizioni acutizzate dalle lotte, e infatti la ripropone, naturalmente in modo alterno, di autonomia operaia o di subordinazione alla politica economica, cioè alle scelte del capitalista collettivo. Il problema politico, con le sue alternative, è ormai posto nel movimento e va dibattuto senza veli pudichi, se si vuole che lo stesso movimento non ristagni per mancanza di ossigeno politico o, come si dice oggi, per mancanza di «credibilità». Per uscire dalle gravi difficoltà in cui si trova oggi il sindacalismo italiano, oggetto (al pari dei partiti operai) di una gigantesca operazione neoriformistica da parte del capitale più dinamico e del governo, bisogna rendersi conto che la contestazione, la resistenza all’integrazione non sono oggi nello schieramento politico ma nella concretezza del movimento e che è qui che occorre una forte luce politica”.

Obbiettivo di fondo resta, nell’analisi di Vittorio Foa, la riorganizzazione unitaria dello schieramento politico della classe operaia, “con uno o più partiti che saranno tanto più in grado di dare risposte politiche quanto più saranno sociali, cioè compenetrati dei problemi della produzione e presenti nella produzione stessa. Ma proprio sulla produzione si apre un altro dilemma politico nel sindacato. Storicamente, la classe operaia è sempre stata la molla del progresso generale della società e quindi anche la molla del progresso produttivo. Ma come si realizza, nella pratica, questa promozione dello sviluppo? In tutti i sindacati vi è chi pensa che il progresso si promuove rifiutando lo sfruttamento e quindi l’intensificazione produttiva e produttivistica, costringendo il capitalista a cercare (sebbene invano) di sostituire l’uomo con la macchina e con la tecnologia avanzata. Chi sostiene questa linea, e quindi esalta il potenziale politico delle lotte sulla condizione di lavoro, è convinto che una subalterna accettazione degli obbiettivi produttivi come sono posti dal sistema realizza a medio e lungo termine solo una stagnazione. Un aperto confronto politico è condizione per lo sviluppo rivendicativo. Non c’è vuoto politico nel sindacato: anche l’economicismo, il pan sindacalismo di destra o di sinistra hanno implicazioni politiche; lo stesso tradeunionismo, che sembra vedere solo la rivendicazione e null’altro, è una ben chiara posizione politica, di appoggio al sistema capitalistico e alla sua stabilizzazione, una posizione politica di conservazione”.

Logica e coerente a questo punto l’esortazione di Foa, rivolta alla sua Cgil, a liberarsi “delle residue illusioni sull’efficacia di un sindacalismo che non parla di politica e rendiamoci conto che il sindacalismo è oggi un terreno dello scontro di classe”. “L’affrontare con chiarezza lo sfondo politico dell’azione sindacale non è motivo di divisione, ma strumento di unità sindacale. Una unità sindacale monolitica, fondata su una identità di posizioni e quindi su un minimo comune denominatore non sarebbe sopportata, in ragione del suo basso livello politico, dai militanti operai della Cgil e di altri sindacati. L’unità si fa nel confronto democratico delle diverse posizioni, e non più solo fra sindacato e sindacato, ma anche all’interno di ciascun sindacato, anche all’interno della Cgil. Per vincere definitivamente le correnti partitiche bisogna avviare nei fatti il confronto di idee e tendenze diverse, sul significato profondo, politico, della lotta sindacale, sulle sue prospettive a livello di sistema sociale”.

Non pretendo qui di prefigurare i lineamenti del futuro sindacato – la conclusione di Foa –, so bene che il pensiero nasce dalla pratica sociale e che la riflessione sul nuovo sindacalismo sarà da voi fatta attraverso le lotte. Voglio solo sottolineare la necessità di metodi e forze nuove. Concludo. Voi sapete che questo distacco è difficile. Mi consentirete di non vestire di parole dei sentimenti che sono agitati e profondi. Vi prego caldamente, in ragione di una antica stima reciproca, di dispensarvi da parole di commemorazione o gratificazione. Voglio solo ringraziarvi tutti, e con voi mille e mille compagni noti o sconosciuti, per quel che in tanti anni avete fatto di me”.

Ilaria Romeo è responsabile Archivio storico Cgil nazionale

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Il mio filo rosso, intervista Video di Rassegna a Vittorio Foa, novembre 2005 Parte prima, Parte seconda

“L’iniziativa cade in un momento particolarmente delicato per il nostro Paese, perché se è vero che l’innovazione tecnologica è qualcosa che si sta manifestando con estrema rapidità, è anche evidente che siamo a fine legislatura e che quindi l’idea di veder giungere al traguardo un intervento legislativo e regolativo di qualche tipo su questo versante appare piuttosto inverosimile”. Sono in queste parole di Umberto Carabelli, giuslavorista (è stato per anni professore di Diritto del lavoro all’Università di Bari) e attualmente direttore della Rivista giuridica del lavoro (Rgl), le ragioni principali che hanno indotto la stessa Rgl, assieme all’ufficio giuridico della Cgil, a organizzare il convegno su “Il lavoro nelle piattaforme digitali: nuove opportunità, nuove forme di sfruttamento, nuovi bisogni di tutela”, che si terrà oggi (20 ottobre) a Roma, all’Auditorium di via Rieti, dalle 9 alle 18.

Rassegna  Anche sul fronte legislativo sembra che, comunque, qualcosa cominci a muoversi…

Carabelli  È vero, ci sono un paio di disegni di legge, uno di cui è primo firmatario il senatore Ichino, l'altro di cui è promotore l’onorevole Airaudo, che verranno depositati prima della fine dell’attuale legislatura, che non riusciranno sicuramente a essere discussi, ma che diventeranno inevitabilmente un punto di riferimento per la riflessione, anche scientifica, della prossima.

Rassegna  Veniamo al convegno. Come lo avete pensato?

Carabelli  Il convegno, che sarà anche l’occasione per presentare il fascicolo n. 2/2017 della nostra rivista, si struttura con un taglio interdisciplinare, perché riteniamo che non sia opportuno concentrarsi soltanto sui profili giuridici del lavoro nelle piattaforme, quella che comunemente viene definita la gig economy, ma che sia invece necessario attingere informazioni e conoscenza dalle riflessioni che provengono dal mondo della sociologia e da quello dell’organizzazione del lavoro.

Rassegna  Entrando maggiormente nel merito?

Carabelli  Oltre a tre relazioni giuridiche che riguarderanno la dimensione dell’organizzazione collettiva dei lavoratori e il ruolo del sindacato rispetto agli addetti delle piattaforme, gli aspetti delle tutele del lavoro e delle tutele sociali, vale a dire della protezione del welfare rispetto al lavoro e, inevitabilmente, della preoccupante realtà di una prospettiva di precarietà per migliaia e migliaia di lavoratori nel prossimo futuro, il convegno si soffermerà più avanti sulle possibilità di controllo dei processi di innovazione, perché la tendenza è quella di ritenere che la tecnologia sia qualcosa di incontrollabile, di necessariamente libero, mentre invece noi sappiamo che alle spalle di ogni determinazione tecnologica c’è sempre una precisa scelta, anche di carattere economico, che concerne, per essere più chiari, il potere finanziario capitalistico e quello delle grandi multinazionali. Senza dimenticare l’altro importante aspetto che sarà al centro del nostro convegno, quello relativo alla modifica delle competenze che saranno necessarie per poter lavorare nelle piattaforme. Saremo di qui a poco tempo di fronte a una trasformazione inarrestabile dell’applicazione dei processi tecnologici moderni alla produzione di beni e servizi, che richiederà sempre nuove competenze. Un tema intimamente correlato a quello, delicatissimo, della formazione, di quali sono le sue responsabilità e di quale ruolo il sindacato può assolvere rispetto agli obblighi formativi nei confronti dei lavoratori.

Rassegna  Ecco, il ruolo del sindacato. Il convegno sarà chiuso da una tavola rotonda con le forze politiche e sociali dal titolo “Quali tutele per i lavoratori?”, al termine della quale è previsto l’intervento di Susanna Camusso. Quale contributo si aspetta, sul controverso tema dell’innovazione tecnologica, da un’organizzazione come la Cgil?

Carabelli  Da questo punto di vista, sono molto curioso. Sappiamo tutti che la Cgil si è impegnata molto con la Carta dei diritti nel tracciare una linea d’azione rispetto alle esigenze di regolazione dei fenomeni di precarietà. Da questo punto di vista, il tema delle tutele universali, dell’estensione delle protezioni tipiche del lavoro subordinato anche ai lavori di carattere parasubordinato e autonomo riguarda molto da vicino chi oggi opera nelle piattaforme. Occorrerà verificare se non sia addirittura il caso di precisare meglio rispetto a questi lavoratori alcuni aspetti che meriterebbero ulteriori riferimenti. Quello che vorrei auspicare è che non ci si vada a impelagare nella gabbia della qualificazione del rapporto, ossia in una discussione fuorviante finalizzata a stabilire se questi soggetti che lavorano nelle piattaforme sono subordinati, parasubordinati o autonomi. Il problema vero è un altro: che tutele diamo a questi lavoratori e, soprattutto, chi sarà, dal punto di vista organizzativo, responsabile di queste tutele.

La crisi è finita. Con la variazione positiva del Pil nel terzo e nel quarto trimestre del 2014 l’Italia è, tecnicamente, uscita dalla recessione. Negli ultimi 12 mesi, la crescita ha superato abbondantemente la soglia dell’1% e si prevede che nell’anno in corso superi l’1,5%. Gli occupati hanno raggiunto, nel secondo trimestre 2017, i 23 milioni, un livello analogo a quello del 2008 e prossimo al massimo storico dal 1992. Questi dati macroeconomici, tuttavia, possono celare criticità strutturali in grado di minare le prospettive future della nostra economia.

Eccone alcune: la riduzione di quasi il 25% della capacità produttiva tra il 2008 e il 2013; i livelli di salari, produttività del lavoro, investimenti in capitale fisico e in R&S (ricerca e sviluppo), che sono significativamente inferiori alla media europea. Non solo: mentre Pil e occupazione crescono, le ore lavorate arrancano, restando lontane dai livelli pre-crisi e ciò fa pensare che manchi la capacità di sfruttare appieno la capacità produttiva e che vi sia la tendenza, con l’esaurirsi degli incentivi all’occupazione stabile nel biennio 2015-2016, a creare occupazione di scarsa qualità, come sembrano, peraltro, confermare la stagnazione dei salari – in contrasto con quanto avviene in media nell’eurozona – e la recente espansione del lavoro temporaneo a discapito di quello permanente.

Per questi motivi, un’analisi accurata delle recenti riforme del mercato del lavoro italiano – le misure di contenimento dell’impatto della recessione sull’occupazione e sul reddito delle famiglie, le modifiche di aspetti della regolamentazione del lavoro, quali il controllo a distanza e l’attribuzione delle mansioni, l’introduzione temporanea di incentivi all’occupazione permanente e il ridisegno sostanziale della disciplina sui licenziamenti – deve tener conto non solo degli effetti di breve periodo, ma anche di quelli più strutturali, di medio-lungo periodo. Nel breve periodo, gli incentivi alle assunzioni a tempo indeterminato (e le trasformazioni di rapporti di lavoro a termine in contratti a tempo indeterminato) hanno generato un forte aumento dell’occupazione stabile. Al contempo, però, l’eliminazione della tutela reale – come il diritto al reintegro per il lavoratore oggetto di licenziamento privo di giusta causa o giustificato motivo oggettivo – può aver minato l’effettiva solidità dell’occupazione permanente trainata dagli incentivi.

Vi è, dunque, il rischio che la ripresa dell’occupazione stabile abbia carattere non strutturale, ma episodico, limitato al solo biennio di disponibilità degli incentivi, come lascia pensare il fatto che i contratti a tempo determinato, in perfetta sintonia con la riduzione dimensionale e poi con l’abolizione degli incentivi, hanno ripreso a crescere, con tassi più sostenuti rispetto a quelli a tempo indeterminato. A ciò si aggiunge la crescente incidenza del part time involontario e la distribuzione per età della nuova occupazione, che sembra concentrarsi nelle coorti d’età più anziane, mentre persistono elevati tassi di disoccupazione tra i più giovani.

Crescita, occupazione e salari
Esaminiamo ora in dettaglio i dati relativi a prodotto lordo, occupazione, ore lavorate e salari. Mentre l’occupazione è ormai prossima ai livelli del 2008, nel secondo trimestre del 2017 il Pil è inferiore del 6,4% rispetto al primo trimestre 2008. Anche il totale delle ore lavorate nel secondo trimestre 2017 è inferiore del 5,8% rispetto al primo trimestre del 2008.

Fig. 1 Prodotto interno lordo e occupati: I trim 2008 – II trim 2017, dati destagionalizzati

 Fig. 2 Prodotto interno lordo, occupati e monte ore lavorate (numero indice: I trim 2008=100). II trim 2008 – II trim 2017, dati destagionalizzati

Il disallineamento tra la dinamica delle ore lavorate e quella dell’occupazione dà una misura della fragilità strutturale dell’economia italiana. Nel 2009, il primo anno di forte recessione, la flessione delle ore lavorate è stata più che proporzionale rispetto a quella degli occupati. Le imprese sembrano aver adottato pratiche di labour hoarding, riducendo l’orario di lavoro e limitando i licenziamenti. Tale strategia è stata favorita dagli interventi a sostegno dell’occupazione e del reddito familiare, che hanno ampliato il campo diapplicazione degli ammortizzatori sociali, con provvedimenti in deroga al regime ordinario della cassa integrazione guadagni e dell’indennità di mobilità (legge 2/2009).

Nella prima fase recessiva (2009-2010), ma ancor più nella seconda (2012-2013), la flessione del monte ore è stata più intensa rispetto a quella del numero di occupati; il numero medio di ore lavorate per occupato ha subito una diminuzione decisa nel 2009 (-1,9%) e una ancor più acuta nel 2012 (-2,3%). Nel corso della ripresa (2014-2017), la capacità produttiva per occupato non ha recuperato queste perdite e il numero medio di ore lavorate per occupato è rimasto sostanzialmente invariato. Nel 2016, ciascun occupato ha lavorato mediamente due ore settimanali in meno rispetto al 2008, con una perdita di capacità produttiva del 4,9%. Il disallineamento tra ore lavorate e occupazione potrebbe nascondere il consolidarsi di un’occupazione di scarsa qualità non adeguata a supportare una crescita di carattere strutturale. Si tratterebbe dunque, più che di jobless growth, di poor or precarious-job growth.

La crescita degli occupati non sembra andare di pari passo con la dinamica salariale. Le retribuzioni per occupato e per ora lavorata si caratterizzano, nella fase di ripresa, per una dinamica debole, con una crescita marcatamente inferiore ai livelli pre-crisi e, dal 2011, sistematicamente inferiore all’1%. Ma è anche rilevante notare come il decremento del salario per addetto in Italia dipenda molto più dalla caduta del salario orario che non dalle ore lavorate. Ciò induce a pensare che l’economia italiana sia afflitta da una duplice patologia strutturale: da un canto, la debole crescita delle ore lavorate, dovuta all’incapacità di sfruttare appieno la capacità produttiva; dall’altro, una dinamica distributiva che impedisce ai salari di crescere, beneficiando della ripresa dell’occupazione. Entrambi questi elementi potrebbero contribuire a un indebolimento della domanda aggregata, con ripercussioni negative sulla crescita sia nel breve che nel medio-lungo periodo.

Fig. 3 Media ore lavorate settimanali per occupato. I trim 2008 – II trim 2017, dati destagionalizzati

Jobs Act, incentivi e contratti
Nel 2009, secondo i dati Istat, si sono perduti 372 mila posti di lavoro, in larga misura si è trattato di lavoro a tempo determinato (-153 mila) e autonomo (-201 mila), mentre quello permanente non ha avuto, nel saldo, una flessione rilevante rispetto al 2008 (-18 mila). Nel 2010, la perdita di posti di lavoro dipendente ha riguardato esclusivamente il lavoro permanente (-206 mila). Dal 2011, la regolazione dell’input di lavoro nel breve periodo è stata operata in misura prevalente tramite il ricorso a forme di lavoro flessibile di carattere temporaneo, fino alla nuova flessione dell’occupazione nel 2013, che ha riguardato sia il lavoro permanente (-127 mila occupati) che quello a tempo determinato (-122 mila).

Nel 2015, l’occupazione a tempo indeterminato è molto cresciuta, soprattutto per le misure di incentivazione previste dalla legge finanziaria: in termini di flussi di attivazioni, i nuovi contratti sono aumentati del 57,7% rispetto all’anno precedente (+735 mila nuovi contratti), mentre le trasformazioni di rapporti a termine, anch’esse agevolate, sono aumentate del 68,5% (+226 mila trasformazioni) (Fonte: Osservatorio sul precariato Inps). Nel 2016, l’esonero contributivo è stato mantenuto, ma ridotto al 40%, per poi essere destinato, dal gennaio 2017, ai giovani e alle sole regioni del Mezzogiorno. Ne è seguita una repentina e consistente riduzione delle attivazioni (e delle trasformazioni) di nuovi contratti a tempo indeterminato.

È ipotizzabile che una quota dei nuovi contatti permanenti avviati grazie agli incentivi abbia sostituito gli avviamenti a termine: tra il 2015 e il 2016 il lavoro a tempo determinato registra un marcato rallentamento, mentre cresce l’occupazione permanente. Tale effetto è presumibilmente attribuibile, oltre che agli incentivi, alla nuova disciplina sui licenziamenti, che ha reso meno onerose le procedure di dismissione di personale. Nel breve periodo, i nuovi contratti attivati grazie agli incentivi hanno mostrato una stabilità marcata; non sembra essersi verificato l’aumento del turnover dei contratti permanenti che si temeva potesse essere provocato dalla revisione della disciplina sul licenziamento e dalla sostituzione di una quota di contratti che, in assenza degli incentivi, sarebbero stati, presumibilmente, a termine.

E non si è avuto neanche il temuto aumento delle cessazioni di contratti di lavoro permanente negli anni successivi all’introduzione del contratto a tutele crescenti; le cessazioni, al contrario, sono diminuite nel 2016 (del 5,6%) e nel 2017 (5,4%). Per una valutazione compiuta delle modifiche normative, relative sia agli incentivi che alla riduzione delle tutele sul licenziamento, occorrerà tuttavia attendere che siano trascorsi tre anni dall’attivazione del contratto, quando il costo del lavoro dei contratti incentivati tornerà a essere quello precedente.

Come si è ricordato, gli occupati a tempo indeterminato nel secondo trimestre 2017 hanno toccato il massimo storico dagli anni novanta (circa 15 milioni, con dati destagionalizzati), ma la quota dell’occupazione a tempo indeterminato sul totale dell’occupazione dipendente è inferiore al valore che aveva prima della crisi, mentre si è ridotta nell’intera fase di ripresa, salvo che nel periodo di vigenza degli incentivi all’assunzione, tra il 2015 e il 2016. Tutto ciò sembra confermare l’assenza di una ripresa strutturale del lavoro permanente.

Peraltro, i dati confermano che nella fase di ripresa dell’occupazione, avviata nel secondo trimestre 2014, il contributo alla crescita del numero di lavoratori subordinati è venuto principalmente dal lavoro a termine, a eccezione del 2015-2016. Dunque, in assenza di incentivi, la tendenza alla marcata flessibilizzazione dei contratti sembra prevalere anche nelle fasi espansive.

Produttività, struttura e innovazione

L’analisi della dinamica della produttività del lavoro evidenzia, nuovamente, il rischio che la crescita dell’occupazione nasconda un elevato grado di fragilità strutturale del sistema produttivo. Dal 2013, il valore aggiunto per ora lavorata ha progressivamente recuperato la perdita subita nel 2009. Nel 2015, tuttavia, la tendenza si inverte nuovamente e la produttività cala sensibilmente, con ulteriore accentuazione nel 2016. Tale effetto è in parte dovuto ai più volte ricordati incentivi, che sembrano aver spinto le imprese ad assumere nuovo personale, invece che ad aumentare l’orario medio di lavoro dopo la diminuzione negli anni di crisi. L’occupazione e il monte ore lavorate hanno seguito dinamiche molto simili: nel periodo 2014-2016 i loro tassi di variazione sono stati del 2,5% e del 2,7%, rispettivamente, confermando che l’aumento dell’occupazione non è coinciso con un recupero della capacità produttiva persa nella fase recessiva.

Significativa è anche la divergenza registrata, a partire dal 2012, tra la produttività del lavoro espressa in valore aggiunto per ora lavorata e per occupato. Negli anni 2015 e 2016 il valore aggiunto è aumentato a un ritmo inferiore rispetto a quello dell’occupazione, contribuendo alla riduzione dei livelli di produttività. A tutto questo c’è da aggiungere che, nella fase di uscita dal periodo recessivo, il divario tra produttività per ora lavorata e per occupato non è stato recuperato; anzi, entrambe le misure subiscono (dal 2015) un’ulteriore flessione.

In chiave comparativa, l’Italia perde ancora terreno nei confronti di Germania, Francia ed eurozona, e si fanno più acuti i problemi legati ai bassi livelli di competitività. Questo dato sembra confermare che è in atto un processo di indebolimento competitivo dell’economia italiana da ascriversi principalmente alla scarsa propensione delle imprese a investire in capitale fisico e in innovazione e a preferire strategie competitive basate sulla riduzione dei costi e sull’utilizzo del lavoro flessibile.

In un lavoro in corso di pubblicazione (Cetrulo, A., Cirillo, V. e Guarascio, D. (2017): Weaker jobs, weaker innovation. Exploring the temporary employment-product innovation nexus), si mostra come un ricorso intenso al lavoro temporaneo si associ a una propensione bassa all’introduzione di innovazioni di prodotto. Questo risultato emerge con particolare forza nelle industrie italiane e spagnole, supportando l’ipotesi di un aumento della fragilità strutturale e un peggioramento della capacità competitiva delle economie del Sud Europa.

In conclusione, vi è sufficiente evidenza per ritenere che l’aver agito esclusivamente dal lato dell’offerta, con strumenti (pur efficaci) di stimolo alle assunzioni, non sia stato sufficiente a garantire alla crescita un carattere strutturale. In assenza di una strategia sistemica, in grado di ridisegnare complessivamente il posizionamento competitivo del Paese, l’Italia rischia di rimanere relegata in una posizione subordinata rispetto alle maggiori economie europee, incapace di recuperare i livelli di competitività, già inferiori alla media comunitaria nel periodo precedente alla crisi economica, e ulteriormente erosi nella fase recessiva.

Dario Guarascio è ricercatore presso l’Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche (Inapp); Marco Centra insegna Strumenti e metodi di valutazione delle politiche alla Sapienza Università di Roma

Qui succede Casamicciola”. Questa locuzione, nell’area napoletana, è frequentemente usata per indicare il rischio di una grave catastrofe e sembra che anche Eduardo Scarpetta se ne servì in un suo testo teatrale dell’inizio del Novecento. A originarla è stato il terribile terremoto che nel 1883 colpi l’isola di Ischia, e in particolare Casamicciola, causando crolli e distruzioni che significarono la morte per 2.300 dei 4 mila abitanti. Il terremoto di origine vulcanica di magnitudo 4 che il 21 agosto scorso ha colpito Ischia, e in particolare i comuni di Casamicciola e Lacco Ameno, provocando l’abbassamento di 4 centimetri del suolo, 2 morti, 42 feriti e circa 1.500 sfollati, non è dunque un evento unico. Dal 1275 l’isola è stata interessata da 12 sismi, di magnitudo 3-4, come risulta dal catalogo dei terremoti italiani. Siamo, dunque, di fronte a un evento che si ripete, anche se con non altissima frequenza e, con i necessari adattamenti, questa affermazione vale per gran parte del nostro territorio.

Se ci riferiamo all’Italia nel suo insieme, oltre il 40% dei comuni si trova in aree a rischio sismico, mentre sono 7.145 (88,3% del totale), i comuni a rischio frane e/o alluvioni e, in ben 7 regioni, il 100% dei comuni è a rischio idrogeologico. Secondo il Rapporto dissesto idrogeologico in Italia (Ispra 2015), “le frane censite nell’Inventario dei fenomeni franosi in Italia sono 528.903 e interessano un’area di 22.176 chilometri quadrati, pari al 7,3% del territorio nazionale” , mentre “supera i 7 milioni il numero degli abitanti residenti in aree a rischio frane e alluvioni (12% del totale), dei quali oltre un milione vive in aree a pericolosità da frana elevata e molto elevata (P3 e P4), mappate nei Piani di assetto idrogeologico (Pai), e quasi 6 milioni vivono in zone alluvionabili classificate a pericolosità idraulica media P2 con un tempo di ritorno fra 100 e 200 anni (perimetrate nell’ambito della Direttiva alluvioni)”.

Nelle previsioni si parla, in realtà, di probabilità di eventi sismici nei prossimi 50 anni fin oltre il 30% e ancora più elevate sono quelle relative ai disastri idrogeologici. Si tratta di probabilità non piccole di fronte alle quali un comportamento maggiormente orientato alla prevenzione sembrerebbe razionale. E ancor di più sarebbe così se si tiene conto degli enormi danni che possono verificarsi al concretizzarsi dell’evento. Nell’ultimo terremoto di Ischia, i danni sono stati consistenti, malgrado la bassa intensità del sisma. È accaduto che gli effetti dello scuotimento sugli edifici sono stati amplificati dal cosiddetto effetto sito, cioè dalla presenza di terreni non consolidati. Tuttavia ciò che più colpisce – anche se non si tratta di una novità – è la presenza di crolli puntuali, cioè a macchia di leopardo: case e chiese rase al suolo contigue ad abitazioni che, pur lesionate, hanno resistito.

È evidente che i danni complessivi dipendono in larga misura dallo stato degli edifici e qui emerge un punto molto debole del nostro Paese. Il solo Piano Casa Italia ha individuato oltre 500 mila edifici, in 650 comuni, esposti a un rischio elevato. Peraltro, un recente dossier dell’Ordine degli ingegneri di Roma indica come l’80% degli edifici della capitale abbia più di 80 anni, quindi sia stato edificato prima della legge degli anni settanta sui requisiti antisismici; per questo motivo necessiterebbe di approfondite verifiche di stabilità. Ciò vale, naturalmente, non soltanto per la città di Roma. Appare più che appropriato, dunque, chiedersi perché tutto questo accada e se la razionalità non richiederebbe altro, in particolare un investimento enormemente maggiore di risorse pubbliche e private nella prevenzione dei danni che un evento naturale poco probabile, ma catastrofico, potrebbe determinare.

Per tentare una risposta, un utile punto di partenza sono i numerosi studi che dimostrano come gli individui tendano a non valutare correttamente le probabilità quando queste sono piccole e a tenere un comportamento diverso di fronte a perdite estese (risk taking) e a guadagni improvvisi (risk averse). La ricca letteratura scientifica su questi temi è stata originata da Kahneman e Tversky, che con la prospect theory e il reference point hanno razionalizzato l’esistenza di una curva dell’utilità attesa a forma di S rovesciata, cioè con preferenza al rischio per le perdite e un’avversione al rischio per le vincite. In tal modo, essi danno conto della relativa insensibilità dei comportamenti rispetto a eventi negativi cui si attribuisce una bassa probabilità. Vi è, quindi, un problema di distorta percezione del rischio in presenza di questi eventi estremi e di tendenza a vedere il rischio in termini di feeling (risk as feeling), cioè di emozioni e affetti che trasformano l’incertezza e le sue conseguenze in ansia o paura e limitano la capacità di assegnare un valore alle prevedibili conseguenze.

Una singola morte è una tragedia, un milione di morti è una statistica (psychological numbing). Non solo: si genera la tendenza a intraprendere una singola azione che riduca l’ansia o la paura, piuttosto che un insieme di azioni in grado di ridurre efficacemente il rischio (single action bias). Si potrebbe, dunque, spiegare in questo modo la poco razionale condotta nei confronti di eventi naturali catastrofici, che si manifesta nei comportamenti dei singoli, e anche negli orientamenti della politica. Per invertire questa tendenza un primo passo potrebbe essere quello che consiste nel cercare di correggere questa forma di “distorsione cognitiva” facendo uso dei nudge, cioè di quelle spintarelle che aiutano a compiere le scelte migliori per se stessi, di cui hanno parlato per primi Thaler e Sunstein (“Libertarian Paternalism”, American Economic Review, 2003).

In questo caso, il nudge potrebbe consistere nella “umanizzazione del rischio”, cioè nel collegare la probabilità dell’evento ad altri che sono più familiari. La probabilità stimata di un’eruzione pliniana del Vesuvio, pari all’11%, potrebbe attivare reazioni diverse se venisse presentata (naturalmente rispettando quel che si conosce) come la probabilità tripla di morire in un incidente stradale o di prendere 100 all’esame di maturità. L’effetto potrebbe essere quello di attivare azioni di prevenzione, tra le quali rientra quella che consiste nella sottoscrizione di un’assicurazione contro i disastri naturali.

L’esistenza del problema trova numerose conferme e non soltanto nel nostro Paese. Le recenti inondazioni nel Texas hanno provocato danni immensi in gran parte a carico di chi non aveva alcuna assicurazione. Il riferimento a questo disastro è utile anche perché permette di ricordare che negli Stati Uniti l’assicurazione contro le inondazioni è obbligatoria esclusivamente nelle aree in cui si è verificata almeno un’inondazione negli ultimi 100 anni e soltanto se la casa è gravata di un’ipoteca garantita dallo Stato. Peraltro, l’agenzia che gestiste l’assicurazione (Nfip) non riesce a coprire tutti i danni, come è facile che accada se la base degli assicurati è ristretta.

Tenendo conto di tutti questi aspetti la strada da seguire sembra essere quella che combina l’uso del nudge per creare maggiore consenso attorno all’ipotesi di assicurazione obbligatoria con l’adozione di quest’ultima misura, evitando però di restringerla ad aree in cui, sulla base di una concezione frequentista, si ritiene che la probabilità del disastro sia sufficientemente elevata. Inoltre, nella definizione dei dettagli si dovrebbe prestare attenzione particolare alle conseguenze distributive dell’assicurazione, prevedendo sostegni pubblici per coloro che dispongono di redditi limitati e tutele per gli affittuari economicamente più deboli.

Altre strade sembrano destinate all’insuccesso. In un precedente articolo avevamo dubitato dell’efficacia di provvedimenti fiscali (crediti d’imposta) volti a incentivare gli interventi di ristrutturazione sulle case, e i motivi erano due: l’alto costo degli interventi e il basso valore dell’imponibile medio soggetto a tassazione Irpef per il 90% dei contribuenti (solo 4 milioni di persone su oltre 41 milioni dichiarano redditi superiori a 35 mila euro). Quel che è accaduto da allora conferma i nostri timori e rafforza le ragioni a favore dell’assicurazione obbligatoria degli immobili contro le calamità naturali, tra le quali vi è il fatto che per sottoscrivere una tale assicurazione occorrerebbe mettere a norma l’immobile, con effetti positivi anche sul fronte del contrasto dell’abusivismo.

Marcello Basili è professore associato di Economia politica all’Università di Siena; Maurizio Franzini è professore ordinario di Politica economica alla Sapienza Università di Roma

La scorsa settimana Intesa Sanpaolo è risultata l’azienda più pubblicizzata nei media per il video della filiale di Castiglione delle Stiviere, video realizzato in un contest interno condiviso poi sui social, ricevendo milioni di visualizzazioni e commenti di una ferocia spietata. A causa dell’involontario successo del video sono fioccate analisi, commenti, satira; è stata occasione per qualche mente di prendersela di nuovo con il sindacato; si sono espressi politologi, giornalisti, sociologi, “strizzacervelli”. È il potere del web.

Si potrebbero dire molte cose, aggiungere ancora dei commenti. Si potrebbe dire, per esempio, che l’azienda è la grande assente dal dibattito, che non si è stigmatizzata la responsabilità di Intesa Sanpaolo nel promuovere su base “volontaria obbligatoria” la realizzazione di video motivazionali. Una ricerca della Fisac Cgil di Pisa dice che i bancari sono tra i maggiori consumatori di psicofarmaci per lo stress delle pressioni commerciali. Invece no, nei video aziendali sono felici, sorridenti e ci mettono il cuore.

Si potrebbe dire che c’è stata una grande superficialità in chi ha promosso il contest e gestito, o meglio non gestito, la circolazione dei video. Oggi non ci sono più i vecchi Vhf, è molto facile che un video interno venga condiviso sui social, caricato su YouTube. Esiste un manager profumatamente pagato per la sua competenza, un responsabile della comunicazione in Intesa Sanpaolo?

Si potrebbe dire che gli ambienti di lavoro sono diventati così alienanti, così competitivi, così condizionanti da indurre lavoratrici e lavoratori a dimenticare che esiste una dignità personale da rispettare, anche nel lavoro subordinato. La banca non è una grande famiglia, è un datore di lavoro a cui viene prestata la nostra opera e, in cambio, si riceve una retribuzione.

A tutto quel che si è detto si deve aggiungere che in questa brutta vicenda esiste anche un problema di genere. Quello della direttrice della filiale non è irrilevante. Il cyber bullismo che si è scatenato nei commenti ha aggiunto a insulti di efferata crudeltà i soliti pesanti apprezzamenti sull’aspetto fisico, la voce, la presunta moralità della direttrice. Se fosse stato un direttore l’ideatore della sceneggiata sarebbe stato giudicato per il suo aspetto fisico?

Il problema non sono i social, ma la sottocultura sessista, a cui i social stessi danno voce, una voce tanto più violenta quanto più è facile nascondersi dietro una tastiera. Non sta a noi giudicare Katia, se poteva o non poteva sottrarsi a quanto “chiedeva” l’azienda, e cosa doveva fare nel suo video. Certo lei non immaginava di finire alla gogna per responsabilità di quell’azienda che ipocritamente vuole mostrare un’immagine irreale e melensa dei propri ambienti di lavoro. Ne uccide più un clic che la lama di una spada.

In Italia, a ogni terremoto o calamità, si sentono le stesse giaculatorie, le stesse promesse condite con molta ipocrisia da parte di chi ha avuto e ha il potere di fare qualcosa, ma ha fatto poco e male. Dopo ogni catastrofe naturale, siamo abituati a passare in poco tempo dal pianto dettato dall’emotività al fatalismo e alla rassegnazione. Ma i tempi non sono più quelli in cui ci si può nascondere dalle responsabilità, maledicendo la natura matrigna; la natura è la natura, né buona, né cattiva, e ormai da tempo abbiamo le conoscenze per prevenire e impedire innanzitutto la perdita di vite umane, ma anche la distruzione di attività economiche e sociali nei territori colpiti. Le esperienza vissute anche di recente ci hanno mostrato per fortuna dell’altro: persone, intere popolazioni, che si rimboccano le maniche e lavorano molto, un lavoro spesso svolto nel silenzio e nell’invisibilità.

Su una particolare invisibilità ed esclusione vorrei qui soffermarmi: quella del contributo delle donne nell’ambito della comunità scientifica, con uno specifico riferimento, parlando di terremoti, a quelle impegnate nelle scienze della terra, giunte alla ribalta della cronaca durante le catastrofi naturali e troppo presto dimenticate. In un’indagine del 2015 della commissione Pari opportunità del Consiglio nazionale geologi si affermava che “la percentuale di donne appartenenti alla categoria professionale è pari solo al 21%. Di questo 21%, ben il 54% dei geologi donna ha dichiarato di aver subito discriminazioni sul posto di lavoro, mentre il 92% ha percepito delle diseguaglianze di genere”.

Per non parlare dei cantieri di costruzione, dove raramente vedrete la geologa, sebbene le donne professioniste dimostrino molto rigore e competenza. Nelle piattaforme petrolifere, geologhe o ingegnere sono tuttora pochissime. Persino negli avanzati Usa la situazione non è rosea, i dipartimenti di geologia non sono luoghi accoglienti per le donne. Sebbene la percentuale delle laureate in Scienze della terra sia cresciuta dal 29%, fino al 40% negli ultimi venti anni, il ruolo di professore viene raggiunto dalla stessa esigua minoranza di qualche decennio fa.

Questo ha dato fiato a qualche illustre professore per dire che le donne non sono portate per gli studi scientifici, per l’astrazione, essendo “per loro natura” più concrete e pratiche, confondendo l’effetto con la causa. Per secoli escluse dall’istruzione, scoraggiate ad applicarsi agli studi scientifici o tecnici, ancora oggi lo stereotipo che le donne non siano adatte ad alcune professioni è duro a morire. Tutto ciò determina, inevitabilmente, un grande spreco di talenti, di intelligenza, di capacità, commettendo un delitto che viene perpetrato da secoli ai danni delle donne, una sorta di femminicidio dell’intelligenza.

Di questi temi si è parlato giovedì 28 settembre in un convegno organizzato a Macerata dalla Fisac e dal Forum donne Cgil, a cui hanno preso parte, tra gli altri, Daniel Taddei (segretario generale Cgil Macerata), Angelica Bravi (Forum donne Cgil Macerata), Paolo Barboni (Università di Camerino), Paola Nicolini (Università di Macerata) e Giuliano Calcagni (della segreteria nazionale Fisac). Una riflessione collettiva su come le donne, con grande forza ed elasticità, hanno reagito e reagiscono nelle calamità.

C’è da dire che in occasione di ogni catastrofe naturale (sisma, frana o alluvione), tra le tante che negli ultimi anni si sono abbattute sul nostro territorio, la Cgil è stata in prima linea, impegnata nelle campagne di solidarietà in aiuto alle popolazioni colpite. Ma la solidarietà deve continuare, dando un seguito alla nostra azione. L’articolo 1 del nostro Statuto dice che siamo un sindacato che promuove l’autotutela solidale e collettiva. L’autotutela deve focalizzarsi ora sulla prevenzione, dobbiamo batterci affinché questo Paese inizi a uscire dalle emergenze.

Il fatto è che in Italia le emergenze e le ricostruzioni sono molto redditizie, molto più del rispetto dell’ambiente, dei piani regolatori, delle costruzioni antisismiche. In questo campo, si sente ancora di più la scarsa presenza delle donne, che aiuterebbe la conservazione, la tutela, la protezione del paesaggio e delle comunità. La verità è che il profitto privato se ne infischia delle vite umane. In Italia, oltretutto, interessi privati intrecciati alla corruzione e alla pochezza – quando non alla collusione – della politica, hanno finora impedito di investire in prevenzione e sicurezza, diversamente da Paesi quali il Giappone e la California.

Dopo il 24 agosto 2016 la Cgil ha preso posizione sul tema della ricostruzione e della messa in sicurezza, che potrebbe oltretutto portare lavoro nell’edilizia in crisi, senza consumo di suolo. Per questo ha avviato nel maggio scorso il Pses, Progetto di sviluppo economico e sociale per le aree terremotate e le aree interne del nostro Paese. Questo progetto deve andare avanti e scendere nel dettaglio, concretizzando proposte da portare alle amministrazioni locali, costruendo alleanze con le associazioni dei cittadini nei territori.

L’iniziativa delle sindacaliste del 28 settembre non è stata la celebrazione di una triste ricorrenza, piuttosto l’inizio di una piattaforma rivendicativa, una sorta di contrattazione sociale in sinergia tra territori colpiti da sismi recenti o passati. Per questo in occasione del convegno di Macerata il Forum donne Cgil e la Fisac provinciali hanno presentato due proposte di legge, nazionale e regionale (per le Marche), quale sostegno alle lavoratrici e ai lavoratori delle zone colpite da calamità naturali. Non possiamo impedire i cataclismi naturali, è vero, ma le calamità umane sì.

“La vicenda catalana è il frutto di una serie di errori, di sottovalutazioni e di strumentalizzazioni da parte in modo particolare del premier spagnolo Mariano Rajoy. Ricordo che nel decennio passato le autorità di Catalogna insieme al governo centrale spagnolo – all'epoca rappresentati rispettivamente da Pasqual Maragall e José Luis Zapatero – avevano raggiunto l'accordo su uno statuto che regolava in modo condiviso l'autonomia della Regione catalana. Rajoy tra i suoi primi provvedimenti lo ha impugnato, avviando un processo di incomprensioni e di scontri che sono arrivati all'esito della terribile giornata di ieri. Quindi, se dobbiamo individuare le responsabilità, la prima persona da indicare è sicuramente Mariano Rajoy”. Lo afferma Fausto Durante, responsabile per le politiche europee e internazionali della Cgil, intervistato da RadioArticolo1 (qui il podcast) nella trasmissione Ellemondo all’indomani del voto indipendentista nella penisola iberica.

“Come Cgil – precisa Durante – sin dal primo momento abbiamo sostenuto le posizioni del sindacato spagnolo che unitariamente, Comisiones Obreras e Ugt, ha chiesto dialogo e tolleranza. Del resto non avrebbe senso intervenire dall'esterno su una questione che riguarda direttamente le vicende interne di un altro Stato di cui rispettiamo l'autonomia e la libertà decisionale. Perciò abbiamo espresso da subito ai nostri colleghi spagnoli il nostro sostegno alla loro posizione che è molto chiara e allo stesso tempo inascoltata: la Spagna ha bisogno di una riforma istituzionale, di una revisione del suo assetto statale e di una Costituente, per ridisegnare il profilo e le caratteristiche dello Stato unitario nell'ottica di una concessione federalista e autonomista delle diverse regioni. Non dobbiamo mai dimenticare, quando parliamo di questa vicenda, le forti identità regionali sul piano culturale, della lingua e dell'identità”.

“Se queste identità non trovano compensazione in uno stato federale e solidale – osserva ancora l'esponente della Cgil – si corre il rischio di percorrere la strada senza uscita che deciso di prendere il governo della Catalogna, che certo ha violato la Costituzione, ha indetto un referendum su cui è legittimo avere molte riserve dal punto di vista della legge. Ma che esprime comunque un sentire collettivo della sua popolazione”. Resta il problema “dell'atteggiamento pilatesco di Bruxelles”, conclude Durante: “Manca una posizione chiara, comprensibile e unanime della politica estera del vecchio continente. Era già accaduto per altri conflitti che avvengono nel mondo, ma in questa circostanza è stato ancora più evidente: la voce dell'Unione europea è balbettante, e questo è davvero un grande peccato”.

 

“La maggior parte dei consensi della Afd (il partito di estrema destra che ha preso il 13,3 per cento, pari a quasi un centinaio di seggi al Bundestag, ndr) deriva dalla gestione dell'immigrazione: è questo il banco di prova per una ripresa delle forze democratiche e vale soprattutto per la sinistra: non c'è più soltanto il tema del lavoro, del welfare, del modello sociale. L'acuirsi della crisi mette in discussione con tutta evidenza la gestione del fenomeno migratorio che, lasciato così, rischia di portare consenso e voti solo ai partiti di estrema destra”. A dirlo è Fausto Durante, responsabile dell'Area politiche europee e internazionali della Cgil, intervistato da RadioArticolo1 dopo il voto tedesco. Le ipotesi in campo al momento sono due: o un governo di minoranza, oppure – molto più probabile – l'opzione Giamaica (dai colori dei tre partiti che potrebbero allearsi, ossia Cdu, Verdi e Liberali). “Qualunque sia lo scenario – osserva l'esponente della Cgil –, la prospettiva non è sicuramente agevole e porterà aspetti inediti nella vita politica tedesca. Certo, dal punto di vista democratico l'idea di Angela Merkel di voler recuperare i consensi che sono andati al partito di estrema destra è condivisibile; il punto è cercare di capire perché quelle preferenze siano andate a chi non nasconde l'ammirazione per il nazionalsocialismo e per le gesta eroiche dell'esercito tedesco. Questo rappresenta sicuramente un problema per la tenuta democratica”.

C'è un tratto comune tra i partiti di sinistra o di centrosinistra degli ultimi anni. Ieri in Germania abbiamo assistito al peggior risultato dal 1949 per il partito socialdemocratico; nelle recenti elezioni francesi i socialisti si sono ritrovati sotto il 10 per cento dopo cinque anni di governo Hollande. E anche l'elezione di qualche settimana fa in Norvegia ha visto la riconferma del centrodestra, in uno dei paesi più avanzati per cultura dello Stato sociale e socialdemocrazia europea. “Le contraddizioni della globalizzazione – osserva Durante – hanno un effetto sui ceti meno abbienti e così le ricette tradizionali della sinistra non funzionano più, anche perché in molti casi hanno semplicemente abbracciato le idee dell'avversario. L'unica eccezione è rappresentata da Jeremy Corbyn che è riuscito in qualche maniera – sebbene non sufficiente a impedire la riconferma di Theresa May – a mostrare maggiore radicalità e convinzione nell'affrontare i nodi cruciali della globalizzazione. Quella radicalità che nel Novecento ha permesso alle grandi masse di vedere un orizzonte, una forza politica in cui riconoscersi. È questo oggi il tema per la sinistra europea internazionale: proporre un'idea alternativa a quella imposta dal neoliberismo, una prospettiva di governo diverso della globalizzazione in cui profitti non vadano solo alla parte più ricca, ma siano distribuiti in maniera equa. Questo può permettere di affrontare con un atteggiamento diverso anche il tema dell'immigrazione, rispetto al quale bisognerà cominciare a pensare a ricette che tengano in conto il desiderio di sicurezza, la necessità di rassicurazione, il bisogno di accogliere e di integrare, ma anche quello di mantenere le prospettive. Su questo l'Unione europea deve cambiare passo, fino a oggi abbiamo assistito soltanto a balbettii”.

Per Michael Braun, direttore programmi della Fondazione Ebert a Roma, formare un governo non sarà facile: “Vedo trattative con un esito aperto. L’ago della bilancia è rappresentato sicuramente dai liberali, gli unici vincitori veri delle elezioni insieme a Afp. Con la cancelliera uscente, però, i liberali saranno molto cauti, perché si ricordano bene la lezione di quattro anni fa, quando uscirono malamente dal Parlamento, ridotti al lumicino: perciò saranno molto attenti a difendere le loro posizioni almeno in due campi, cioè Europa e migranti, che sono abbastanza antitetiche a quelle dei Verdi”. Allargando lo sguardo, Braun sottolinea la frattura culturale fra i cosiddetti cosmopoliti – favorevoli all'apertura delle frontiere e dei mercati – e coloro che i politologi chiamano comunitaristi, i quali vedono minacciata la comunità, la nazione o anche la regione, e coltivano paure spesso radicate nel mondo del lavoro. “Se guardiamo le statistiche sul voto tedesco, vediamo che la Spd fra gli operai totalizza appena il 24%. Ormai i ceti popolari si sentono minacciati e voltano le spalle ai partiti che li hanno rappresentati per decenni, guardano a un populismo nazionalista che promette chiusure. E il catalizzatore è stato la crisi dei rifugiati”.

 

In una recente intervista rilasciata a Rassegna Sindacale, il segretario generale della Flc Cgil Francesco Sinopoli ha evidenziato che la valutazione della ricerca, in Italia, è “ideologicamente orientata”, ed è vero. Lo sciopero dei professori e ricercatori universitari in atto – con la sospensione degli esami di profitto nella sessione autunnale per lo sblocco degli scatti stipendiali fermi dal 2011 – dovrebbe provare a incidere anche su questi aspetti. O comunque dovrebbe configurarsi come un punto di partenza per una radicale revisione delle politiche formative messe in atto negli ultimi anni.

L’obiettivo fin qui raggiunto dallo sciopero non va sottovalutato: dopo anni di totale silenzio, l’Università torna nel dibattito pubblico. Ed è un’occasione da non perdere per rivendicare anche altro. I temi in discussione sono tanti: il sottofinanziamento degli Atenei, il precariato della ricerca, la valutazione. Che la valutazione della ricerca scientifica sia un esercizio doveroso, se non altro perché questa è in larga misura pagata dai contribuenti, pare ormai un’opinione pressoché unanime. Il problema nasce quando ci si chiede come la ricerca scientifica è valutata in Italia.

È bene chiarire che, soprattutto nell’ambito delle scienze sociali, ogni esercizio di valutazione è, per sua natura, normativo, ovvero indica ciò che i ricercatori dovrebbero fare. E, per quanto attiene al caso italiano, è l’Agenzia nazionale di valutazione della ricerca (Anvur) a stabilirlo, avvalendosi di tecniche e metodologie alquanto discutibili. Fra queste, si può considerare il fatto che Anvur considera “eccellente” un ricercatore che pubblichi su riviste con elevata “reputazione”, del tutto indipendentemente dalla rilevanza dei contenuti della ricerca.

La “reputazione” di una rivista è certificata dal suo “fattore di impatto” (impact factor), e la sua certificazione è effettuata sulla base di criteri individuati dall’istituto Thomas Reuters, azienda privata anglo-canadese. In altri termini, in Italia si valuta il contenitore (la rivista), non il contenuto (l’articolo in sé), e il contenitore è buono se lo considera tale una delle più grandi imprese private su scala mondiale che opera nel settore dell’editoria. Va peraltro ricordato che l’impact factor è stato pensato come strumento per selezionare l’acquisto di riviste da parte delle biblioteche universitarie, e, anche sul piano strettamente tecnico, da più parti se ne sconsiglia l’uso ai fini della valutazione della ricerca scientifica.

Non solo. Va anche ricordato che negli Stati Uniti – le cui Università sono comunemente ritenute estremamente sensibili alla “cultura della valutazione” – l’impact factor non è quasi mai considerato un indicatore attendibile per valutare la qualità della produzione scientifica. È del tutto evidente che questa impostazione non ha effetti neutri sugli orientamenti della ricerca scientifica e, nel campo delle scienze economiche e sociali, sugli orientamenti dell’analisi economica e della politica economica.

Le riviste con più alto fattore di impatto sono riviste – prevalentemente statunitensi – che accolgono quasi esclusivamente (in molti casi, esclusivamente) articoli scientifici che, schematizzando, o utilizzano tecniche derivate dall’economia per studiare problemi non economici – il cosiddetto imperialismo dell’economia – o legittimano gli indirizzi di politica economica dominanti. Ne deriva un’attitudine conformista, soprattutto per le giovani generazioni, che impedisce di fatto di impegnarsi in ricerche che possano produrre risultati realmente innovativi.

L’economia – come è noto – è una disciplina intrinsecamente politica, ed è dunque intrinsecamente politico ogni esercizio di valutazione della ricerca economica. Il che dovrebbe indurre a riflettere in merito al fatto che l’operazione Anvur non è riconducibile a un rito che si consuma nella Torre d’avorio dell’Università italiana, ma riguarda o dovrebbe riguardare in primo luogo gli studenti e le loro famiglie.

La valutazione della ricerca fatta da Anvur va contrastata sì per i non pochi errori tecnici che l’Agenzia ha commesso e continua a commettere, ma anche perché istituisce una modalità di valutazione calata dall’alto, intrinsecamente illiberale, senza alcuna possibilità di controllo da parte di chi (docenti e, per conseguenza, studenti) ne è destinatario, ma soprattutto perché – quantomeno nelle scienze sociali – è un’operazione niente affatto neutra, ovvero è politicamente e ideologicamente orientata.

Si può aggiungere che i costi di funzionamento dell’Agenzia, verosimilmente molto alti, non sono mai stati resi noti pubblicamente. Sono costi ingenti, non motivati peraltro dal fatto che la valutazione Anvur, oltre a essere ideologicamente orientata, è monca: i docenti universitari sono valutati solo per quello che pubblicano, non anche per la qualità e la quantità dell’attività didattica, gli impegni istituzionali che assumono, la cosiddetta terza missione (ovvero i rapporti con il territorio). È solo dopo circa sei anni di attività che l’Agenzia si sta attrezzando per valutare/quantificare e misurare anche queste attività. Lo farà presumibilmente con la logica punitiva, che è la filosofia di fondo che guida la sua azione.

A questa logica – è persino superfluo sottolinearlo – i docenti universitari, almeno quelli non allineati, dovrebbero opporsi. Possibilmente con forme di protesta che siano più incisive della sola sospensione di un appello di esami. Occorre, a tal fine, e per invertire radicalmente la rotta, la mobilitazione di un fronte ampio, che coinvolga le famiglie, gli studenti, i dottorandi e i dottori di ricerca, le tante figure del precariato dell’Università.

Guglielmo Forges Davanzati è professore associato di Economia politica all’Università del Salento

A quasi dieci anni dall’approvazione del d.lgs. n. 81/08 sono ancora notevoli le difficoltà dei rappresentanti dei lavoratori alla sicurezza (Rls) nell’assumere un ruolo attivo per la prevenzione e il miglioramento delle condizioni di lavoro. E’ quanto emerge dallo indagine sui “modelli partecipativi aziendali e territoriali per la salute e la sicurezza sul lavoro”, finanziata da Inail e realizzata, per la prima volta, con il coinvolgimento diretto di Cgil, Cisl e Uil nazionali.

Uno studio complesso, affidato al Politecnico di Milano, in collaborazione con l’Università di Perugia, che traccia un quadro generale fatto di luci, ma anche di molte ombre. Nella maggior parte delle aziende, il rappresentante dei lavoratori alla sicurezza è ancora oggi ostacolato da diversi fattori che impediscono l’affermazione di un ruolo attivo e partecipativo, soprattutto a causa di sistemi di gestione di salute e sicurezza su lavoro, ritenuti “immaturi”, che “limitano i diritti di informazione, consultazione e partecipazione, ovvero gli assi portanti di un sistema di prevenzione condiviso”.

Dalle interviste condotte su un campione di 2.109 Rls aziendali, 115 Rls territoriali e 10 Rls di Siti Produttivi (RlsSP) emergono 4 profili di modelli partecipativi per la salute e sicurezza nei luoghi di lavoro:

Bloccato, considerato nella scala dei valori il più immaturo. In queste realtà, il Rls ha un ruolo marginale e sono garantiti solo gli aspetti formali.
Divergente: in questo modello, il rappresentante alla sicurezza dei lavoratori è apparentemente coinvolto nei processi di gestione, ma all’interno di un sistema adottato dall’azienda di tipo burocratico e poco strutturato. Il suo ruolo è quindi frustrato nelle sue possibilità di contribuire nei processi di prevenzione.
Incompiuto, è il modello improntato al miglioramento continuo, ma non contempla un contributo attivo del Rls, il quale è a conoscenza dei programmi aziendali, ma riveste un ruolo marginale.
Virtuoso, il quarto e ultimo modello a cui si dovrebbe tendere, dove si registra un alto livello di maturità sia del sistema di gestione per la sicurezza nei luoghi di lavoro che del Rls, con il riconoscimento del suo ruolo propositivo, in una logica di relazione virtuosa.

Contrariamente a quel che si è indotti a pensare, secondo questa classifica, il modello bloccato è di gran lunga più frequente nella pubblica amministrazione (53%), dove solo il 22% delle unità produttive ha raggiunto un modello partecipativo virtuoso. Nel settore privato la percentuale dei modelli “immaturi” tocca il 42% delle aziende coinvolte nell’indagine. In ogni caso, complessivamente, per quasi la metà delle realtà produttive pubbliche e private, comprese nel campione, il sistema partecipativo virtuoso resta ancora un percorso non praticato.

Una realtà che si riflette sulle difficoltà denunciate dai rappresentanti dei lavoratori alla sicurezza di partecipare attivamente nei processi di prevenzione dei rischi: il 42% degli intervistati dichiara, infatti, che “pochi o nessun lavoratore è in condizione di contribuire” a promuovere “azioni di miglioramento per la salute e la sicurezza”. Ma non basta. Quando si verificano infortuni, solo nel 44% dei casi vengono analizzati tutti gli eventi, nel 18% la maggior parte, nel 10% solo alcuni eventi, nel 15% solo quelli più gravi, mentre nel 13% dei casi non viene effettuata alcuna analisi. Secondo gli intervistati, nel 38% dei casi è prevista una registrazione formale di tutti i tipi di incidente e di evento.

Ciò accade, nonostante la percezione dei rischi per la salute sul lavoro sia molto alta tra i Rls (circa l’80% del campione): per il 60% di loro lo stress lavoro-correlato è al primo posto della classifica, seguito dai rischi biomeccanici ed ergonomici (45%), fisici (39%) e da quelli collegati ai videoterminali (35%). Per il 56% degli intervistati i sopralluoghi da parte dei responsabili della salute e sicurezza negli ambienti di lavoro sono effettuati, ma per quasi un terzo non sono mai svolti oppure vengono effettuati solo dopo incidenti gravi o casi di malattie professionali (17%).

Una situazione che chiama in causa la qualità e la quantità dell’attività di formazione, cui hanno diritto i Rls per svolgere appieno il ruolo loro assegnato. Se quella di base è pressoché garantita alla quasi totalità del campione intervistato, ma con una percentuale di soddisfazione che si attesta al 58%, la formazione continua (in aggiunta a quella obbligatoria) interessa poco più la metà dei Rls (53%), mentre il 31% dichiara di non averne mai fatta. E comunque, nell’80% dei casi non sono previsti incentivi reali per incoraggiare la frequenza dei corsi finalizzati alla riduzione dei rischi. Rischi che, per espressa previsione di legge (art.li 17, 28 e 29 Do.Lgs 81/08), dovrebbero essere indicati con precisione nel Documento di valutazione (Dvr), nel quale è contenuta una relazione dettagliata sui pericoli connessi all’attività svolta dall’azienda, da mettere a disposizione di tutti coloro che hanno responsabilità sulla materia, compresi i Rappresentanti dei lavoratori alla sicurezza. Per i datori di lavoro, si tratta, perciò, di un obbligo, anche sanzionabile in caso di inadempienza, che, tuttavia, alla prova dei fatti, non è per tutti i Rls consultabile o addirittura comprensibile. 

Dall’indagine emerge che nonostante l’accesso al Dvr sia garantito alla maggior parte dei rappresentanti dei lavoratori alla sicurezza (72% del campione, con facilità e un altro 18%, pur con qualche difficoltà), le informazioni in esso riportate “presentano criticità rilevanti”. Per il 37% degli intervistati, è difficile reperire una copia completa del documento; mentre per un altro 26%, la scarsa intelligibilità è indicata tra le criticità più importanti. Ancor più negativo è il giudizio di chi dichiara il Dvr “obsolescente” (25% del campione) o insufficiente per “la mancata valutazione di tutti i rischi” (16%). E’ evidente che c’è una diffusa percezione della inadeguatezza del Documento di valutazione dei rischi. Un aspetto che, secondo l’Inca, si riflette anche sulla insufficiente azione di tutela dei lavoratori e sulla dimensione assai irrisoria dei riconoscimenti delle malattie professionali da parte di Inail (secondo l’ultimo rapporto, quest’ultimo dato si attesta al 34% delle denunce).

ll quadro complessivo che emerge dall’indagine – commenta Silvino Candeloro, del collegio di presidenza di Inca – conferma come sulla salute e sicurezza nei luoghi di lavoro ci sia molto da fare. Molte aziende ancor oggi non collaborano abbastanza per fare crescere una nuova cultura della prevenzione. Sarebbe auspicabile, invece, che da parte di tutti gli attori, a vario titolo coinvolti, ci fosse maggiore consapevolezza dell’importanza di queste materie. Se il sistema partecipativo virtuoso diventasse una pratica diffusa in tutte le realtà produttive avremmo dei risultati davvero positivi anche sull’andamento degli infortuni e delle malattie professionali che non a caso continuano a rappresentare una piaga molto estesa”.

Per Candeloro, “la sottostima delle patologie da lavoro e le difficoltà nel denunciare gli infortuni sono il prodotto anche di politiche industriali inadeguate, improntate a incentivi a pioggia in favore delle imprese, senza un’attenzione appropriata sulle condizioni reali di lavoro e senza un modello premiante per quelle realtà produttive che invece pongono al primo posto il rispetto della salute dei lavoratori”. “Se lo si mettesse in pratica – conclude – avremmo meno morti bianche e meno tensioni sociali”.

L‘Osservatorio nazionale sul precariato dell’Inps conferma nella sua ultima rilevazione mensile l’andamento negativo del lavoro in Umbria.

Infatti nei primi 7 mesi dell’anno (periodo gennaio-luglio 2017) continuano a diminuire le attivazioni con contratto a tempo indeterminato: dai 12.624 del 2015, ai 7.324 del 2016, ai 6712 del 2017.

La diminuzione nel 2017 rispetto al 2016 è del 9,0%, contro una media nazionale di diminuzione del 4,6%. Solo Liguria e Lazio fanno peggio in questa non esaltante graduatoria.

Va anche detto che il complesso delle attivazioni (tenendo conto dei contratti a tempo determinato, apprendistato e stagionali) corrisponde a 47.344 unità di fronte di 36.391 cessazioni, dato che potrebbe dare l'illusione di un aumento dell’occupazione. Ma, appunto, si tratta di una distorsione della realtà, visto che una persona può attivare più contratti a termine nell’arco del periodo considerato.

Non a caso, l’Istat proprio in questi giorni, ha effettuato una rilevazione sul secondo trimestre 2017 dalla quale risulta una riduzione dell’occupazione in Umbria: gli occupati complessivi (dipendenti ed autonomi) sono scesi a 353mila unità rispetto alle 355mila del secondo trimestre 2016 e alle 359mila del primo trimestre 2017. Non solo, i disoccupati in un anno sono passati da 39.700 a 41.400.

Tornando alla rilevazione dell’Inps c’è da sottolineare che, considerando anche le trasformazioni avvenute da altre tipologie in contratti a tempo indeterminato, nei primi 7 mesi del 2017 solo il 21,7% delle attivazioni in Umbria rientra in questa tipologia contrattuale, mentre la percentuale nazionale, pur estremamente bassa, è del 24,2%.

Quindi, in sostanza, il lavoro, quando c’è, continua a essere fragile, povero e sostanzialmente senza tutele e senza diritti. E’ necessario modificare profondamente le politiche economiche e del lavoro, perché non si può costruire il futuro sul lavoro precario e senza prospettive reali.

* Mario Bravi è presidente dell'Ires Cgil Umbria

I soggetti istituzionali, e non solo, entusiasti della proposta francese sulla creazione di una nuova società con la divisione delle attività civili da quelle militari di Fincantieri, come mossa per uscire dall'impasse su Stx France – peraltro creata ad arte dai francesi – dovrebbero riflettere e valutare attentamente la proposta dei cugini d'oltralpe. Macron, infatti, vorrebbe costituire due società, una con le attività civili per l’Italia e l’altra con le attività militari per la Francia. Ora, se guardiamo alla marginalità delle attività non c'è dubbio della strategicità del settore militare, coperto da programmi istituzionali, mentre sul settore civile la concorrenza è molto più forte, con conseguenze dirette sul risultato economico, in particolare per quanto riguarda la prima nave costruita.

Il tema quindi non si risolve mettendo al tavolo Leonardo/Finmeccanica, ma facendo attenzione a non lasciare alla Francia i programmi istituzionali (finanziati peraltro dai cittadini italiani) cioè la parte più performante e sicura del mercato. Oggi nel bilancio di Fincantieri la costruzione di navi non distingue tra militari e civili e, se guardiamo alla performance economica, è evidente dove si concentra la marginalità. Dividere le attività quindi rischia di togliere alla parte italiana quella marginalità, quella capacità di investimento e quella ricerca e sviluppo finanziata che dal settore militare viene poi tradotta in soluzioni avanzate per il settore civile.

Siamo convinti quindi che gli escamotage possono servire a salvare la forma e la faccia, ma la sostanza della proposta francese deve essere valutata con attenzione, e se dovesse essere confermata per quello che emerge dalle anticipazioni dei media, deve essere rifiutata. Come Fiom Cgil siamo contrari a soluzioni dannose per l'Italia e per i lavoratori italiani. La maggioranza di Stx l'avevamo già conquistata acquisendo la società francese dal tribunale fallimentare, oggi ci danno quello che avevamo già prendendosi il settore militare e dovremmo ritenerlo un successo?

Lo abbiamo già detto prima dell'estate: se l'operazione sarà utile a creare una grande azienda europea della cantieristica navale in grado di competere con i produttori asiatici siamo favorevoli, ma a condizione che si facciano investimenti forti nei bacini italiani per renderli competitivi; in caso contrario non è necessaria a tutti i costi come ci viene detto. L’eventuale società che dovesse nascere dovrà essere unica e tenere insieme i due settori, a quel punto la maggioranza italiana può essere un vantaggio per il paese.

O Fincantieri e gli interessi italiani sono tutelati, attraverso un accordo equo con i francesi, oppure non ha senso continuare su una proposta che potrebbe danneggiare il paese, le sue prospettive industriali e il futuro dei lavoratori della cantieristica italiana.

Fabrizio Potetti è responsabile Fiom Cgil per Fincantieri

La questione dello sviluppo del Sud è nazionale. E non è solo un fattore economico: si tratta di un baluardo fondamentale per la coesione sociale di un paese nel quale la crisi ha fatto riemergere spinte disgregative dai territori. Così Luigi Giove, segretario generale della Cgil Emilia Romagna, che abbiamo intervistato a margine dell’assemblea generale della Cgil in svolgimento a Lecce e che ha al centro della discussione proprio il destino del nostro Mezzogiorno. “Questo paese – sottolinea – non riuscirà mai a fare seriamente un balzo in termini competitivi se non comincia a considerare il Sud come una risorsa e non una zavorra”.

Quello di Giove è un occhio particolare: viene infatti da Taranto e queste realtà, con tutte le loro potenzialità, le conosce bene. Ma come si colma questo gap decennale con il resto del paese? “È necessario tornare a cospicui investimenti pubblici, altrimenti il sistema economico da solo non ce la fa. Questi lunghissimi anni di austerità hanno colpito il Welfare e i servizi in tutta Italia, ma è chiaro che i tagli sortiscono effetti diversi, ad esempio, nella mia regione o in Calabria. Questo fa sì che il divario continui ad aumentare e ciò crea un problema di equità, di mancata parità nelle possibilità che i cittadini hanno, dalla formazione alla collocazione sul mercato del lavoro”.

Rassegna Il rischio è che il divario aumenti non solo sul piano economico...

Giove Certamente. Si pone anche un problema di unità nazionale. Continuare a ripetere che il Sud è un problema sollecita quegli istinti egoistici che nel Nord ancora ci sono e che non si sono mai spenti del tutto. Oggi si sono riavviati preoccupanti processi di disgregazione, riemergono pulsioni a far da sé e per sé, basta vedere i referendum proposti in Veneto e Lombardia.

Rassegna Anche se negli ultimi tempi la Lega manda messaggi di stampo nazionalista…

Giove Vero, ma assistiamo a una sorta di schizofrenia tra il messaggio xenofobo e nazionalista a livello nazionale, e i comportamenti sul territorio, dove la Lega continua a essere secessionista.

Rassegna Tu parli di massicci investimenti pubblici, ma allora si pone con forza anche un problema di legalità del contesto economico in cui questi investimenti dovrebbero andare...

Giove Sì, è un problema che va affrontato con decisione, per quanto il fenomeno delle infiltrazioni, come dimostra da noi il processo Aemilia, sia ormai un fenomeno nazionale. Il problema però non può essere solo affrontato con l’attività investigativa della Magistratura. Servono regole, prevenzione; bisogna evitare di interpretare come burocrazia inutile i passaggi regolatori per gli affidamenti degli appalti e gli interventi pubblici. Servirebbero, ad esempio, le white list, la regolazione di appalti e flussi finanziari tra gli appalti che sperimentiamo con successo in Emilia Romagna dal sisma del 2012. Abbiamo un testo unico sulla legalità approvato dalla Regione e un importante protocollo sul riutilizzo dei beni confiscati alla mafia. Credo siano esperienze esportabili.

Rassegna Nella sostanza dici che per colmare il gap non si possono fare “parti uguali tra disuguali”, come diceva Don Milani, ma che occorre investire più risorse al Sud. Ma credi che sia fattibile dal punto di vista della comunicazione politica, oggi, una cosa del genere?

Giove Capisco che non sia facile, ma è logico. Investire un 1 per cento di Pil al Sud genera un aumento dello 0,4 di Pil nel Nord, perché quell’investimento ha bisogno del supporto manifatturiero e di impresa del settentrione. È la cosa più sensata da fare: mentre genero sviluppo nel Mezzogiorno per riavvicinarlo all’Italia e all’Europa, contemporaneamente investo anche per il Nord. Questo è il messaggio che dovrebbe passare.

Rassegna Credi che il sindacato abbia qualche responsabilità rispetto alla situazione attuale del Sud?

Giove Non credo ci siano stati clamorosi errori da parte nostra. Forse è mancato un po’ di coraggio in più quando abbiamo assistito alla deindustrializzazione di queste aree del paese, provando sì a gestirne gli effetti, ma senza essere in grado di ribaltare il maistream dominante, e cioè che il Sud dovrebbe rinascere puntando tutto sul turismo e i servizi. Credo, invece, che se vuoi disinnescare la bomba o orologeria di un mercato del lavoro opprimente devi creare occupazione stabile e questo si può fare solo con investimenti industriali.

Rassegna Certo un’industria rispettosa dell’ambiente e delle grandi ricchezze del territorio...

Giove Ovviamente. Se avessimo infrastrutture adeguate, Industria 4.0 rappresenterebbe un’occasione incredibile per un modello di sviluppo non solo rispettoso dell’ambiente, ma altamente innovativo. Poi certo bisogna puntare sulla cultura, ma non solo e non tanto in riferimento al turismo, bensì pensando a grandi investimenti sull’istruzione a partire dall’infanzia e fino a quella terziaria. Insomma, ci sono tutte le potenzialità per poter mettere in campo un modello economico che tenga insieme cultura e produzione. Bisogna però abbandonare l’ideologia per cui il mercato risolve tutto da solo. Questo non è vero in generale ma, ancor di più, quando si parte da situazioni di arretratezza: in questi casi il mercato si sposta, semplicemente, su altri lidi. Concludo con un paradosso. In Emilia Romagna stiamo discutendo della copertura al 100 per cento della regione con banda larga e fibra. Quando questa accadrà, ciò aumenterà la distanza con una parte consistente dell’Italia: dialogheremo di più con l’Europa che con le regioni del Sud. C’è un’ideologia della separazione che è politica, ma poi anche una pratica economica della separazione che è nei fatti che si producono e che può essere persino più deleteria.

Fino a oggi la discussione sull’equo compenso dei lavoratori autonomi, professionisti e freelance, obiettivo che trova favorevoli (quasi) tutti gli addetti ai lavori, si è arenata sull’individuazione del criterio o dei criteri con i quali si dovrebbe declinare tale misura.

Mentre gli ordini reclamano la reintroduzione delle tariffe professionali, una parte significativa del mondo associativo è orientata verso l’impiego di parametri da applicare nei rapporti con la Pubblica amministrazione. Poi c'è la posizione di chi, come la Cgil, ritiene che il modo migliore per declinare l’equo compenso sia fare riferimento ai livelli retributivi minimi previsti dai Contratto collettivo nazionale di lavoro.

Fino a qualche settimana fa, inoltre, nell’ordinamento giuridico italiano non esisteva alcun riferimento universale su cui parametrare i compensi dei professionisti: i parametri individuati dai due decreti del ministero della giustizia del 2012 e del 2016, infatti, non solo si riferiscono alla specifica fattispecie della liquidazione giudiziale dei compensi in caso di controversia, ma limitano la propria efficacia sia dal punto di vista soggettivo (vengono considerate soltanto alcune professioni), sia da quello oggettivo (tali decreti identificano soltanto alcune prestazioni).

L’entrata in vigore delle nuove norme sull’impresa sociale (Dlgs. 3 luglio 2017, n.112) cambia improvvisamente, e sorprendentemente, lo stato dell’arte.

In particolare, l’impresa sociale viene qualificata come soggetto che non persegue lo scopo di lucro, né direttamente né indirettamente. Tra le varie fattispecie che il decreto individua come presunzione di lucro vi è anche la corresponsione ai lavoratori subordinati o autonomi rispettivamente di retribuzioni o compensi superiori a una determinata soglia.

Per individuare tale soglia “universale” il legislatore ha definito un criterio unitario identificato nel 140% di quanto previsto, per le medesime qualifiche, dai Ccnl. Tanto per le retribuzioni dei dipendenti come per i compensi degli autonomi. Certo, si tratta di un massimo e non di un minimo, ed il fine non è la tutela dei lavoratori non dipendenti, ma resta comunque la dimostrazione che l'importo dei compensi non è una grandezza incommensurabile rispetto ai contratto nazionale.

Perché il legislatore ha scelto questo criterio? A nostro modo di vedere poiché è proprio l’unico criterio adottabile se si vuole determinare non tanto il valore puntuale di una prestazione professionale ma un limite, un livello oltre il quale tale valore diventa così sproporzionato da far presupporre una indiretta distribuzione di utile.

Chi si trova ad affrontare il dilemma della quantificazione dell’equo compenso deve risolvere un problema analogo. Non tanto individuare il corrispettivo puntuale di ogni singola prestazione professionale, corrispettivo estremamente aleatorio poiché condizionato da un elevato numero di variabili oggettive (che incidono sulla complessità della prestazione) e soggettive (che attengono alla qualità della stessa). Ma piuttosto provare a identificare un livello al di sotto del quale tale prestazione diviene antieconomica per chi la esegue e che, quindi, fa necessariamente presumere una distorsione del normale funzionamento del mercato dei servizi professionali. Quando non una volontà delle imprese di aggirare le norme per abbassare i costi a spese di tutti i lavoratori, dipendenti o meno.

A ben vedere, il dibattito sull’equo compenso trae origine proprio da questo: contrastare la pratica di remunerare le prestazioni dei professionisti sensibilmente meno di quanto, da contratto, un'impresa dovrebbe pagare i propri dipendenti.

Il dibattito sull’equo compenso, infatti, non nasce per determinare il valore di ogni singola prestazione professionale, ma per impedire che un giornalista venga pagato 5 euro a pezzo, un dentista 8 euro per una pulizia dei denti, un avvocato 10 euro a udienza, che un architetto sia chiamato da un bando pubblico (!) a svolgere gratuitamente il proprio lavoro.

E allora ben venga una misura che impedisca tali pessime pratiche: riportare nel “mercato” i professionisti economicamente più deboli costituirà un argine alla concorrenza al ribasso e conseguentemente migliorerà le condizioni di tutti i lavoratori.

Per questo, tuttavia, è necessario che una norma che stabilisca in relazione ai Ccnl il limite sotto il quale la prestazione diventa antieconomica ed il compenso non adeguato (che va comunque accolta con soddisfazione) sia accompagnata dall'apertura di un tavolo ampio, che raccolga tutte le parti sociali, le associazioni, i rappresentanti del mondo del lavoro tutto. Un tavolo che individui i parametri e le specifiche da utilizzare per individuare questa relazione.

Sarebbe questo l'unico modo per evitare che la norma venga considerata come “calata dall'alto” dai diretti interessati e per evitare, inoltre, di trasformare una norma di grande valore in un enunciato di principio aleatoriamente declinabile.

Cristian Perniciano è responsabile della Consulta delle professioni Cgil

Il caso di sparizione forzata del giovane argentino Santiago Maldonado durante una manifestazione di protesta nella proprietà del Gruppo Benetton, nella Patagonia argentina, ripropone due questioni storiche che continuano a tormentare i paesi latinoamericani: il diritto al territorio indigeno e i desaparecidos.

Il Gruppo Benetton nel 1991, attraverso la propria holding Edizione, ha acquistato, per 50 milioni di dollari americani, le terre della Compañia de Tierras del Sur de Argentina (CTSA), una proprietà di quasi un milione di ettari, la più estesa proprietà terriera di tutta la Repubblica d’Argentina, tanto da essere chiamata la “24esima provincia”dello stato federale. Su queste terre il Gruppo Benetton produce circa il 10% delle lane poi trasformate in capi d’abbigliamento per i propri marchi. Ma oltre alle 280 mila pecore, 16 mila bovini, 8.500 ettari coltivati a soia, quelle terre sono ricche di minerali e di altre risorse naturali. Fanno parte di quello che è stato il territorio Mapuche, il principale popolo pre-colombiano che ha resistito alle invasioni, prima degli Incas e poi della Corona Spagnola, difendendo uno spazio fisico che dal Pacifico attraversava la Cordillera andina per arrivare all’Atlantico, senza frontiera alcuna, per poi capitolare solamente alla fine del XIX secolo, nelle guerre contro Cile (Pacificación de la Araucania, 1883) ed Argentina (Conquista del Desierto, 1885).

Da allora la storia dei Mapuche ha seguito la stessa sorte degli altri popoli pre-colombiani conquistati e spogliati delle loro culture e delle loro terre. Prima condannati alla schiavitù e ai lavori forzati durante il periodo coloniale, poi, con l’indipendenza e con la costituzione degli stati nazionali, nel XIX secolo, hanno dovuto affrontare un processo di acculturazione e di accettazione delle nuove identità e istituzioni nazionali, che li ha relegati a cittadini di seconda serie, emarginati, sfruttati e discriminati. Le frontiere degli stati nazionali hanno diviso i Mapuche tra Cile e Argentina, come gli Aymara tra Bolivia, Cile, Perù, o i Guaranì tra Paraguay, Bolivia e Argentina, o i Quechua tra Perù, Bolivia, Ecuador, Colombia, distruggendo legami e relazioni tra famiglie, tra comunità, proibendo la libera mobilità e una economia basata sullo scambio e sul controllo dei “diversi piani ecologici”.

Dalla Conquista, alla colonia, agli stati indipendenti, è stato un susseguirsi di accordi, trattati, intervallati da continui tradimenti, ribellioni e violente repressioni, dove le popolazioni indigene hanno cercato di recuperare la propria identità e i propri territori. Prima la colonia e poi gli stati nazionali hanno agito a difesa delle proprie conquiste, forti della potenza militare e di una nuova egemonia culturale. Un conflitto che ha posto domande di etica e di morale, oltre che di giustizia, non solamente a intellettuali e accademici, ma alle stesse istituzioni e ai governi, facendo sì che nel corso del secolo scorso la comunità internazionale e i singoli stati si siano dotati di strumenti giuridici, quali, tra gli altri, la Convenzione per i diritti dei popoli indigeni Onu, la Convenzione Oil 169, le modifiche alle costituzioni nazionali, le leggi indigene e la costituzione di fondi per il recupero dei territori indigeni.

L’obiettivo di queste iniziative, in sintesi, è sempre stato quello di trovare, per la via del diritto, una mediazione che potesse dare delle risposte senza mettere in discussione gli attuali assetti istituzionali (stati nazionali), concedendo alcuni riconoscimenti di carattere culturale, si pensi all’uso della propria lingua, al riconoscimento della medicina indigena, in alcuni casi delle autorità indigene e della proprietà collettiva per le comunità originarie, dell’educazione bilingue e interculturale e, per quanto riguarda la terra, consegnando attraverso programmi di sviluppo e di ricollocazione delle comunità indigene, una piccola, ma veramente piccola, parte dei terreni espropriati nel corso di questi secoli.

Nel caso dei Mapuche, che coinvolge le regioni del sud di Argentina e Cile, il conflitto per la terra non si è fermato o assopito, neanche con i tentativi della “Ley de Politica Indigenas y apoyo a las comunidades aborigenas” del 1985 in Argentina o con la “Ley Indigena del 1993” in Cile.

Lo scarto tra le rivendicazioni dei discendenti dei Mapuche e ciò che le istituzioni dei due stati hanno concesso è abissale. Ragion per cui, dalla fine delle dittature militari, sia in Argentina che in Cile, le comunità indigene e in particolare quelle Mapuche hanno ripreso a organizzarsi e a confrontarsi con le istituzioni nazionali, attraverso rivendicazioni e proteste pacifiche ma anche dando vita a movimenti e azioni violente, rivendicandone la legittimità, dall’occupazione delle terre dei latifondisti ad atti di sabotaggio alle aziende agricole e forestali, esasperando così il conflitto e fornendo alle forze più reazionarie di questi paesi la possibilità di criminalizzare la protesta e di dar corso alla peggior repressione (in Cile l’accusa è quella di terrorismo, con carcere immediato e condanne pesantissime). La terra per queste popolazioni è stata e rimane una questione centrale, non solamente per l’aspetto economico ma soprattutto per il significato culturale e religioso.

Il conflitto che da anni è in corso tra il Gruppo Benetton e le comunità Mapuche argentine è la conferma di questa situazione non risolta, che sembra essere sopita ma che poi sistematicamente riesplode più forte e violenta di prima.

La proprietà attuale del Gruppo Benetton deriva da un processo classico di espropriazione di terre indigene da parte dello stato argentino a fine secolo XIX, quando l’allora presidente Uriburu, a seguito della guerra che portò lo stato argentino a conquistare il territorio Mapuche, decise di donare, in segno di riconoscenza, proprietà terriere dell’ordine di 80 mila ettari cadauna, a società inglesi in cambio dei favori ricevuti. Così che nel maggio 1889, a Londra, dieci proprietari di altrettanti possedimenti costituirono la società “The Argentinian Southern Land Company Ltd”, dotata di un patrimonio di terre che sommava a circa 800 mila ettari.

Nel 1975 la “Argentinian Southern Land Company Ltd” è acquistata da una società con sede in Lussemburgo, la “Great Western Company” , i cui proprietari sono tre famiglie latifondiste argentine: Menéndez, Hume, Paz y Ochoa. Questi, a seguito delle politiche restrittive emanate dal governo argentino all’inizio degli anni 80 del secolo scorso, e in particolare contro le società inglesi, dichiarano il loro possedimento e, nel 1992, ne cambiano la denominazione, traducendola nella lingua spagnola, e trasferendo la sede legale della società in Argentina. Arriviamo così alla attuale denominazione: “Compañia de Tierras del Sud Argentino S.A.”. L’ultimo passaggio è quello attuale, che porta all’acquisizione del Gruppo Benetton, nel 1991, quando la Compañia viene acquistata dalla Edizione Holding International N.V. di proprietà del Gruppo Benetton, costo dell’operazione 50 milioni di dollari americani.

La proprietà del Gruppo Benetton in Patagonia è oggetto da anni di manifestazioni e proteste da parte delle comunità Mapuche delle province di Neuquén, Rio Negro, Santa Cruz e Chubut, che rivendicano il loro diritto ancestrale sulle terre dove i loro avi hanno vissuto fino alla fine del secolo XIX. In questi anni la proprietà ha cercato di reagire di volta in volta mettendo in campo strategie diverse, dalla creazione di un museo storico della regione, all’offerta di compensazioni e donazioni di terreni, ma senza mai raggiungere degli accordi con le comunità Mapuche.

Uno dei conflitti più noti avvenne nel 2002, quando una famiglia Mapuche, Curiñanco/Nahuelquir, occupò le terre della località Santa Rosa, un possedimento di 535 ettari, dopo aver avuto conferma dalle autorità competenti argentine che tali terre erano catalogate come “terreni abbandonati”. La famiglia si accampò, e iniziò a coltivare e allevare qualche capo di bestiame per la propria sussistenza. Non passò molto tempo che le terre in questione furono rivendicate come appartenenti alla proprietà dei Benetton, che sporsero denuncia contro la famiglia chiedendo lo sgombero immediato, cosa che le autorità locali realizzarono, con incredibile celerità, distruggendo l’abitazione e i campi seminati. Si mobilitarono associazioni Mapuche, intellettuali, tra cui il premio Nobel Pérez Esquivel. In quella fase Benetton offrì di donare 7.500 ettari di terreno alla provincia di Chubut, per poi essere distribuite alle famiglie Mapuche della zona, ma le istituzioni argentine rifiutarono le donazioni per la pessima qualità dei terreni in questione, non adatti ad attività agricole o di allevamento. Mentre, per le comunità Mapuche, il rifiuto fu per una questione di fondo, perché per loro la questione non è risolvibile con donazioni ma con il riconoscimento dell’obbligo di restituire ciò che è stato loro espropriato con inganni, cavilli legali e falsi documenti. La causa è rimasta aperta, e la famiglia è ancora in attesa di una risposta da parte dei Benetton.

Ma negli ultimi anni la tensione e l’attenzione alle terre del Gruppo Benetton è cresciuta a causa dell’azione del movimento Resistencia Ancestral Mapuche (RAM) guidato da un giovane leader, Facundo Jones Huala.

La prima azione di questo gruppo nella proprietà Benetton risale al 2015, quando occupò un terreno dentro il settore Leleque, località La Resistencia, del Dipartimento di Cushamen, provincia di Chubut, arrivando a controllare una superficie di 1.875 ettari, organizzando postazioni per l’accesso e turni di difesa, giorno e notte. Azione, questa, che non vide l’immediata adesione dei Mapuche residenti nella comunità, essendo una toma de tierras che presuppone una forma di resistenza e di confronto violento con le autorità, nonostante sia condivisa nelle sue finalità.

Senza dubbio, quest’azione ha determinato un’accelerazione dell’azione repressiva da parte delle autorità e una maggiore attenzione da parte delle istituzioni centrali. Sarà forse una coincidenza, ma subito dopo un incontro avvenuto tra i due presidenti di Argentina e Cile, Facundo è stato arrestato, il 27 giugno scorso. Il primo agosto la Gendarmeria Nacional argentina ha represso una manifestazione indetta dallo stesso gruppo di Facundo per richiedere la sua liberazione: con un dispiegamento di oltre 100 agenti anti sommossa, arresti, uso di proiettili di gomma e la scomparsa di una persona, Santiago Maldonado, a conferma della mano dura che le istituzioni argentine intendono usare per fermare la protesta e le azioni di occupazione di terre.

Una strategia repressiva che ha subito riaperto una vecchia ferita non ancora chiusa nella società argentina e cilena: la questione dei desaparecidos, che ha visto oltre 30 mila argentini sparire durante le dittature militari dal 1976 al 1983. La scomparsa di Santiago Maldonado, uno dei giovani argentini messosi al fianco delle comunità Mapuche, malmenato e poi prelevato dagli agenti, secondo testimonianze di diverse persone presenti, è un caso che trascende la protesta Mapuche e colpisce la parte più sensibile della società argentina, il ricordo terribile dell’epoca della dittatura militare.

Le istituzioni locali e federali, non appena hanno visto crescere la protesta nella capitale, con in testa le associazioni per i diritti umani, las madres e las abuelas de Plaza de Mayo, i sindacati, accademici e intellettuali, a chiedere che si faccia immediatamente luce su quanto accaduto, che si individuino responsabilità e il domicilio attuale di Santiago Maldonado, hanno aperto un’inchiesta, ma ancora oggi, a distanza di 40 giorni, non vi sono novità sul caso, se non tentativi di depistaggio e di squalificare la figura e l’azione di Santiago e degli altri giovani coinvolti nelle proteste.

Nel frattempo la mobilitazione a favore di Maldonado è diventata globale, da Amnesty International, ai sindacati, alle associazioni di difesa dei diritti umani, alle università, in ogni angolo del mondo appare il volto del giovane argentino con la domanda: “Dov'è Santiago Maldonado?”.

Diritti dei popoli indigeni e desaparecidos, due questioni che si intrecciano e che vedono ancora una volta riapparire spettri del passato che possono essere sconfitti solamente con la democrazia e con il rispetto dei diritti umani, con il coraggio e la responsabilità di affrontare la storia non solamente con la voce dei vincitori ma anche ascoltando la voce dei vinti, ricostruendo giustizia e riconciliazione, restituendo alle popolazioni indigene condizioni minime che consentano di poter vivere in modo dignitoso e nel rispetto delle loro culture, dando così concretezza a società multietniche e interculturali.

Per ora la priorità è quella di trovare Santiago Maldonado. L’auspicio è che il buon esempio potrebbe partire proprio da casa nostra, se il Gruppo Benetton sedesse al tavolo con le comunità Mapuche e trovasse un accordo storico, mettendo fine a un conflitto permanente.

Sergio Bassoli, Area politiche internazionali ed europee Cgil

“Tanto bricolage, poca strategia”. Per Gianfranco Viesti il Decreto Sud predisposto dal governo “è stato concepito come un contenitore di norme piuttosto disparate. L’elemento più rilevante è la grande enfasi comunicativa: qualcosa effettivamente è stato fatto e quel qualcosa risalta, perché il governo Renzi non ha fatto nulla”. Per l’economista e docente di Economia applicata all’Università di Bari, “sfugge il senso generale degli interventi, largamente insufficienti per la profondità della crisi”.

Rassegna  Professore, la Cgil terrà nei prossimi giorni a Lecce un’Assemblea generale sul Mezzogiorno. Nell’attesa, sulle misure del Decreto Sud la confederazione parla di interventi parziali, di tanta (e sola) autoimprenditorialità per la creazione di lavoro, a fronte del nulla su condizioni di contesto, infrastrutture, innovazione. Condivide?

Viesti  Sì, certo. In sé non è una cosa cattiva sostenere l’autoimprenditorialità, ma è come partire dalla fine e non dall’inizio. Senza migliorare le condizioni complessive del Sud, senza azioni per il rilancio della domanda interna. Se questa è ancora debole, non vi sono certo condizioni per favorire lo stimolo a intraprendere. Di contro, c’è poca visione, mancano ancora le politiche ordinarie. Non ci sono novità sulla sanità, sull’istruzione, sui trasporti.

Rassegna  Il punto centrale resta la mancanza di una strategia.

Viesti  L’austerità è stata asimmetrica, ha colpito più il Sud che il resto del Paese. Questo sia per ragioni strutturali che per scelte politiche. La tassazione è aumentata per lo più su scala locale e soprattutto nel Mezzogiorno, gli interventi sulla spesa hanno avuto una forte componente territoriale, sia per la riduzione degli investimenti pubblici, sia perché nelle grandi politiche di spesa ci sono state scelte che hanno penalizzato il Sud. Dopo una lieve ripresa negli ultimi due anni, gli investimenti pubblici sono tornati a diminuire.

Rassegna  Per il Decreto Sud si stanziano risorse che sono però spalmate in un lungo periodo e quelle effettivamente spendibili nel breve sono una minima parte.

Viesti  A esser buoni possiamo parlare di programmazione, ma non sfugge a nessuno che si sono caricati di enfasi comunicativa questi interventi, perché il governo è sensibile alle imminenti scadenze elettorali.

Rassegna  Senza risposte sul piano occupazionale, il Mezzogiorno, lo denuncia da tempo lo Svimez, rischia la desertificazione sociale: soprattutto i giovani continuano a emigrare. Si insiste con misure di decontribuzione, molto costose e con effetti limitati: così, è la Cgil a denunciarlo, aumenta il numero degli occupati, ma il monte ore resta invariato. Come se ne può uscire?

Viesti  Le decontribuzioni sono interventi diretti per l’occupazione che possono accompagnare politiche di sviluppo, ma un ruolo centrale lo devono avere gli investimenti pubblici. Ci deve essere un impegno del privato, del sistema produttivo ad assumere giovani qualificati, ma il pubblico deve fare la sua parte. Il blocco del turn over, le politiche fiscali, i tagli dei trasferimenti agli enti locali non hanno certo aiutato l’occupazione.

Rassegna  Per assumere giovani qualificati, soprattutto al Sud, servirebbero imprese disposte a puntare di più sull’innovazione. La realtà sotto i nostri occhi è invece ben diversa: a fronte di un aumento della redditività e dei margini di guadagno, il tema della qualità del nostro sistema produttivo resta drammaticamente inevaso.

Viesti  Partiamo dagli investimenti: su questo il governo qualcosa sta facendo, penso agli iperammortamenti. Bene in senso congiunturale, ma con la crisi abbiamo assistito a un calo degli investimenti. Qualcosa si è recuperato negli ultimi due anni, anche se siamo ancora a livelli molto più bassi del periodo pre-crisi. Quanto alle imprese, il problema c’è: quella della struttura, dimensione, specializzazione di prodotto, innovazione, è centrale. Ma allo stesso tempo, per lo sviluppo delle imprese, occorre determinare condizioni complessive, dalle infrastrutture alla legalità. È in particolare su questo versante che manca ancora una strategia e una visione che guardi all’intero Paese, non solo al Sud.

Politiche per il lavoro: una discussione a carattere generale “senza alcuna indicazione delle risorse a disposizione, in particolare per gli interventi che dovranno trovare risposta nella legge di Stabilità”. Così in una nota molto articolata Tania Scacchetti, segretaria confederale della Cgil, e Rosario Strazzullo, coordinatore dell’area contrattazione della confederazione di corso d’Italia commentano l’incontro del 5 settembre. Secondo quanto affermato dal ministro Poletti, le risorse economiche saranno possibili solo dopo la presentazione della nota di aggiornamento al Def. Per questo, spiegano i sindacalisti, “abbiamo unitariamente rimarcato la necessità di esprimere un giudizio compiuto una volta che saranno anche disponibili le risorse a disposizione e in relazione agli altri capitoli di intervento: il rinnovo contratto pubblico impiego, la vertenza sulla previdenza, il welfare e la sanità, le misure fiscali”. La Cgil comunque apprezza “la volontà e la disponibilità al confronto sulle scelte da intraprendere”. Il confronto pertanto va avanti e proseguirà con tavoli di approfondimento su tematiche specifiche Di seguito, per punti, i temi sui quali si è discusso.

Politiche attive 
Per quanto riguarda i Centri per l’impiego, si legge nel documento, “il ministro ha evidenziato l’impegno a chiudere in breve tempo l’accordo con la Conferenza Stato Regioni per trasferire il personale alle dipendenze delle Regioni, stabilizzare i precari e procedere con il Piano di rafforzamento dei Cpi con 1.600 unità aggiuntive grazie alle risorse del Pon Spao e del Pon Inclusione. L’accordo dovrebbe riguardare anche la definizione dei decreti sui livelli essenziali delle prestazioni, l’accreditamento e le risorse economiche”. La seconda questione riguarda l’assegno di ricollocazione. Su questo punto il Governo ha espresso nuovamente la volontà di passare da una fase sperimentale a una strutturazione della misura, “ma ha aperto alla disponibilità di fare un approfondimento sulle diverse criticità riscontrate in questi mesi, non ultima l’assenza di coordinamento con le Regioni, con l’obiettivo di rendere più credibile l’offerta congrua e coinvolgendo maggiormente gli operatori del sistema delle politiche attive”. Il terzo capitolo di cui si è discusso è relativo alla proposta di Cgil, Cisl, Uil e Confindustria di attivare un assegno di ricollocazione attivabile nella gestione anticipata dalle crisi. Un tema complessa, rispetto al quale l’idea del governo non coincide del tutto con quella del sindacato.. Per la Cgil, infatti, occorre “evitare il rischio che lo strumento sia utilizzato dalle imprese per indebolire il ruolo sindacale nelle procedure di riorganizzazione e collegare la discussione a quella sugli ammortizzatori sociali, evidenziando come oggi le imprese abbiano maggior vantaggio a licenziare che non a riorganizzare con strumenti conservativi”.

Giovani e occupazione 
Su questo capitolo il ministro Poletti ha espresso la volontà del Governo di agire su diversi fronti, non pensando cioè a un’unica misura a sostegno della occupazione ma ad una pluralità di interventi che abbiano al centro la valorizzazione del contratto a tempo indeterminato e una migliore connessione tra i sistemi di istruzione e formazione e il mondo del lavoro. Queste, come riportano Scacchetti e Strazzullo, le proposte: decontribuzione mirata per i giovani, avvio della nuova fase del programma Garanzia giovani, stabilizzazione degli incentivi sull’apprendistato duale, potenziamento degli Its, costruzione di strategie comuni con Mise e Miur e l’ipotesi di introdurre una misura sulla formazione quale il credito di imposta. “Sulla decontribuzione è stata introdotta l’idea di uno strumento permanente nel tempo, uno sgravio della durata di due o tre anni, indicativamente del 50 per cento per i giovani. È ancora aperta la discussione sull’età che il Governo punta ad avere il più alta possibile (32-35 ). Sull’ipotesi di una riduzione strutturale del cuneo fiscale, per tutti i nuovi assunti, indipendentemente dalla età, non c’è all’orizzonte ancora nessuna possibilità. Il ministro ha poi confermato la volontà, non precisata nella strumentazione, di voler legare alla decontribuzione una norma che impedisca il licenziamento al termine degli sgravi”.

Sull’utilizzo di questi strumenti la Cgil ha espresso forti dubbi: se non collegati a politiche di investimento e di creazione della domanda di lavoro e a coerenti investimenti in campo della istruzione e della formazione, si rischia una sorta di “cannibalismo”, per esempio sull’apprendistato. Non solo: “Valorizzare il lavoro a tempo indeterminato significa per noi anche tornare indietro rispetto alla totale liberalizzazione del tempo determinato e operare un intervento forte e serio sull’abuso dei tirocini e degli stage”.

Ammortizzatori sociali
Poletti è stato chiaro: disponibilità a ragionare su singole problematicità, ma nessuna modifica strutturale dell’impianto definito della legge 148. Due i temi sollevati dai sindacati: i limiti del Fis (il Fondo di integrazione salariale) e la necessità di modificare, ampliandone possibilità di utilizzo e limiti temporali, la cassa integrazione straordinaria. “Abbiamo segnalato in particolare – si legge nell’analisi – la difficoltà nelle aree di crisi non complessa e il fatto che con la cassa si può evitare che si scarichi tutto sulla Naspi o sull’Assegno di ricollocamento, con evidente aumento della tensione sociale”. “Su queste tematiche – spiegano Scacchetti e Strazzullo – registriamo come organizzazioni sindacali tensioni e riorità differenti, ma abbiamo segnalato comunque in modo unitario la necessità di un ragionamento che flessibilizzi maggiormente gli strumenti possibili e che sia certo è utilizzabile per le piccole e medie imprese”. Per il momento, conclude il report, “abbiamo riscontrato una importante apertura nei confronti del Fis su cui si attiverà un confronto specifico e il ministro, pur ribadendo l’impossibilità dal suo punto di vista di un intervento generalizzato per tutti come avvenuto l’anno scorso sulle aree di crisi complessa, ha detto di essere disponibile a una riflessione”.

A un anno dall’inizio del terremoto 2016-2017, uno dei più complessi, vasti e lunghi eventi sismici degli ultimi decenni, è necessario fare un bilancio, seppure provvisorio, di quanto è accaduto: di quanto è stato fatto e, fuori dalla propaganda, di cosa non è stato neppure avviato. È giusto farlo per rispetto delle popolazioni coinvolte e anche per definire le priorità dell’agenda dei prossimi mesi.

Il ripetersi delle scosse ha obbligato a iniziare ogni volta da capo le verifiche dei danni alle strutture pubbliche e private colpite e modificare dimensione e confini del cratere di riferimento. Il numero di comuni (e frazioni) coinvolti è enorme. Le dimensioni medie di quelle realtà territoriali sono certamente non adatte alla gestione dei problemi straordinari (e spesso nemmeno ordinari) legati all’emergenza e alla ricostruzione.

Non esistono enti di area vasta in grado di garantire l’ordinaria manutenzione delle strade provinciali e i servizi minimi per il territorio (per responsabilità di una riforma nazionale pasticciata e incompleta). Le quattro regioni coinvolte non si sono fino a questo momento coordinate fra loro, né sul piano regolamentare normativo, né tantomeno su quello dei progetti da avviare nel breve e nel lungo periodo. L’avvicinarsi di scadenze elettorali regionali non fa essere ottimisti sulla possibilità che un nuovo coordinamento venga avviato. Per fortuna, nelle drammatiche circostanze del sisma si è toccata con mano la generosità delle associazioni di volontariato e dei corpi preposti all’emergenza (Protezione civile, Vigili del fuoco tra i primi) e tutta l’inefficienza burocratico-amministrativa delle istituzioni di governo del territorio (senza contare l’incapacità delle stesse istituzioni di relazionarsi fra loro).

Anche a livello nazionale non è realistico fare un bilancio positivo di come si è gestita l’emergenza sisma. Fin dall’inizio, sono stati dati segnali sbagliati alle popolazioni coinvolte, facendosi prendere più dalla propaganda che dal realismo. “Ricostruiremo tutto com’era e dov’era”, è un indirizzo privo di senso comune, oltre che di razionalità tecnica e politica, e un impegno che non può essere mantenuto. Costruire com’era prima significa non ridurre i rischi strutturali degli edifici; dov’era prima è spesso “fisicamente” impossibile, oltre che socialmente discutibile, per la conformazione di quei territori e per la necessità di fornire servizi adeguati alle esigenze della popolazione (trasporti, scuola, sanità, strutture commerciali ecc.).

Il secondo errore è stato quello di promettere tempi irrealistici di ripristino delle nuove condizioni abitative stabili. Le esperienze precedenti (anche quelle meglio gestite) ci insegnano che la ricostruzione si misura in decenni non in mesi. Il terzo errore è pensare che sia finita la fase del coordinamento nazionale delle politiche di ricostruzione e si possa avviare un decentramento delle funzioni di ricostruzione sulle Regioni. A questi errori si aggiungono i ritardi nella gestione delle soluzioni provvisorie (case e scuole) e nelle attività di trattamento delle macerie e ripristino viabilità.

A un anno dalla prima scossa, le quattro Regioni e il governo hanno divulgato bilanci delle cose fatte. E per fortuna alcuni interventi sono effettivamente partiti. Ma l’idea divulgata attraverso i media che l’emergenza sia ormai superata e che la ricostruzione sia avviata è falsa e umiliante per quelle persone che sono ancora sfollate (decine di migliaia) e per tutti quelli che continuano ad abitare precariamente (in roulotte, tende, baracche) vicino alla propria casa inagibile.

La realtà è diversa dalle dichiarazioni e dai sogni. Amatrice in queste settimane è piena di turisti, la grande maggioranza degli altri paesi e delle frazioni è deserta. Le macerie sono state in parte compattate e coperte (alla vista), ma non rimosse e trattate. Le casette installate sono meno del 25% delle richieste fatte dai Comuni, nelle Marche 42 su 1800, mentre la viabilità ripristinata è ancora a circolazione limitata e precaria (con i danni del sisma sulle strade non riparati). Non solo. Alcune strade provinciali si interrompono di colpo nel transito da una all’altra provincia o regione. I servizi minimi non sono stati ripristinati per mancanza di abitanti stabili, le persone che sono ancora nei paesi e nelle frazioni non hanno le poste e le farmacie.

Come accade più spesso di quanto si pensi, per l’emergenza e la ricostruzione non mancano le risorse impiegabili (pubbliche e private, nazionali, regionali ed europee): mancano indirizzi di spesa, capacità di definire progetti condivisi e realizzarli in tempi accettabili in maniera coordinata su tutta l’area. Manca un piano di prevenzione di medio periodo che riduca i rischi sismici (e quelli idreogeologici, ambientali ecc.) diffusi in gran parte del territorio nazionale. Manca una legge quadro che regoli la gestione degli eventi calamitosi.

Le strutture regionali e territoriali della Cgil coinvolte dal sisma (anche l’ultimo evento che ha colpito l’isola di Ischia) realizzeranno un proprio bilancio critico di quanto è stato fatto, definiranno le priorità ancora da soddisfare e le presenteranno al governo in occasione dei prossimi Stati generali sul sisma.

Gaetano Sateriale è coordinatore del Piano del lavoro della Cgil nazionale

Ai 20 mila ragazzi sotto i 30 anni che hanno lasciato la Puglia negli ultimi dieci anni si sommano il 39 per cento degli studenti universitari ufficialmente ancora qui residenti ma che vivono e frequentano un ateneo di altra regione. Parliamo di circa 50.000 ragazzi e ragazze su di una popolazione universitaria pugliese di 128 mila unità. Numeri questi che posizionano Puglia al secondo posto dopo la Sicilia nella classifica delle migrazioni per motivi di studio.

Attorno al tema si è innescato un dibattito – alimentato da rappresentanti istituzionali e politici - che sta interessando in maniera non solo parziale il fenomeno della cosiddetta fuga dei cervelli, ma anche strumentale in materia di responsabilità politica. Ma a questi numeri se ne aggiungono di drammatici andando ad analizzare nello specifico altri due fattori: i corsi di studio in relazione al tessuto produttivo e quelli legati al tema dell’innovazione.

In Puglia, a tre anni dal titolo di dottore in agraria o scienze dell’alimentazione, lavora solo il 65 per cento dei laureati, con uno stipendio di 1.219 euro per gli uomini, e di 946 euro per le donne. Situazione che non cambia di molto rispetto ai corsi di studio relativi al tema dell’innovazione, vale a dire chimica, farmacia o biotecnolgie. I fortunati laureati che si sistemano dopo tre anni dalla fine degli studi, sono solo il 69 per cento: gli uomini con uno stipendio di 1.300 euro, le donne guadagnando invece 1.153.

Si tratta di percentuali troppo basse per quello che è lo scenario occupazionale della Puglia, in cui il 51,3 per cento dei giovani under 24 risulta essere disoccupato. A ciò va aggiunta una riflessione sulla insufficiente retribuzione a fronte del carattere altamente specializzato del lavoratore assunto e una considerazione anche sul gap salariale di genere che rappresenta un’ulteriore fonte di produzione di diseguaglianze in un contesto economico e sociale in sofferenza, come è quello del Mezzogiorno.

Un grande assente in tutto il dibattito che i dati dell’Istat rilanciati dalla Cgil Puglia ha generato, è il tema dei bisogni materiali dei giovani della nostra regione. La mobilità è un valore aggiunto ma solo a precise condizioni. Non lo è di certo se il giovane è costretto a trasferirsi altrove perché è l’unica chance che ha per accedere ad un sistema di diritto allo studio che gli garantisca una borsa di studio o un alloggio in uno studentato pubblico.

La mobilità non è un valore aggiunto se andarsene è una scelta obbligata, o è una scelta che spetta solo a quanti possono permetterselo perché sostenuti economicamente dai genitori. Pertanto vanno rimossi gli ostacoli materiali cui fa riferimento anche il dettato costituzionale, altrimenti non riusciremo a soddisfare l’obiettivo europeo del 40 per cento di laureati tra i 30 ed i 34 anni, classifica che ci vede, peraltro, al penultimo posto con 26,2 punti percentuali, seguiti solo dalla Romania (25,6 per cento).

Per questa ragione, un rinnovato rapporto fra mondo della ricerca e mondo del lavoro rappresenta uno degli assi portanti della nostro Piano straordinario per l’occupazione giovanile, proposta nazionale della Cgil che punta complessivamente alla creazione di 600 mila assunzioni e il cui costo si attesterebbe intorno ai 10 miliardi di euro. Il Piano prevede l’assunzione a tempo indeterminato di 20 0mila ricercatori, con un’attenzione particolare all’ambito delle energie rinnovabili e della sostenibilità ambientale; 300 mila contratti straordinari 3 anni+3, per prevenzione antisismica, manutenzione del territorio e bonifiche, ristrutturazione abitazioni, educazione permanente, strutture sociali per infanzia e anziani; 100 mila contratti triennali nel settore dei beni culturali e archeologici e del loro sviluppo tecnologico, diffusione della cultura digitale, corsi di lingua italiana per migranti; 60 mila occupati in nuove cooperative giovanili e femminili, per agricoltura biologica, agriturismo, produzione culturale, tutela del territorio e della forestazione; 20 mila occupati in nuove imprese giovanili, per risparmio ed efficienza energetica, creazione dispositivi tecnologici per il territorio, housing sociale.

A differenza di quanto fatto con il Jobs Act, il cui costo solo per il 2017 ammonta a 7,8 miliardi, la Cgil punta alla creazione diretta di lavoro (520 mila posti pubblici e 80 mila privati), dalla quale dipenderebbe un incremento degli occupati di circa 1 milione 368 mila unità, il tasso di disoccupazione scenderebbe al 4,8 per cento, mentre il Pil reale salirebbe al 5,7 per cento e gli investimenti pubblici e privati crescerebbero del 19 per cento.  

Dopo quasi dieci anni di crisi economico-finanziaria occorre ridare fiato e prospettive al Mezzogiorno e ai suoi giovani. Ammontano a 130 milioni di euro le risorse utilizzate dal programma “Garanzia Giovani” in Puglia e grazie al quale su 65.322 giovani che hanno sottoscritto il patto di servizio con i servizi pubblici alle imprese o hanno scelto i privati tramite le Ats (imprese ed enti di formazione), 14.896 risultano occupati. Di questi ultimi 4922 assunzioni sono direttamente incentivate con il bonus che il programma garantisce. Per orientare al meglio la seconda edizione che prevede lo stanziamento di circa 100 milioni di euro, dobbiamo chiedere e pretendere di conoscere bene il tipo di lavoro che si è generato e intervenire per orientare al meglio questa nuova fase.

La Cgil Puglia a fine mese lancerà una campagna di informazione destinata ai giovani affinché chiunque possa conoscere i propri diritti, affrancandosi da violazioni e sfruttamento. 

Maria Giorgia Vulcano è la responsabile dipartimento Politiche giovanili Cgil Puglia

La Flc Cgil ha da sempre sostenuto la necessità di estendere l’obbligo scolastico, non semplicemente di istruzione e formazione, fino ai 18 anni. Ne esistono la necessità e le condizioni. Il nostro Paese può e si deve permettere di investire le risorse necessarie per far seguire, ai giovani che entrano nella scuola italiana, un percorso che consenta davvero la piena attuazione dei valori costituzionali di libertà, uguaglianza, democrazia e pieno sviluppo della persona umana.

Per questa ragione, riteniamo del tutto sbagliata la curvatura “funzionalista” attribuita dalla ministra alla proposta, cioè legata unicamente agli interessi del mondo produttivo, che pur nella sua importanza sembra essere, di nuovo, l’obiettivo prevalente sotteso alla legge 107/2015 e più in generale dell’attuale governo. Così come appare profondamente errata l’operazione che sembra voler compensare la prevista riduzione del percorso delle scuole superiori a quattro anni con un innalzamento dell’obbligo che, cosiffatto, fallirà gli obiettivi fondamentali sopra richiamati.

Soprattutto se essi sono dettati dalla “formazione del capitale umano”, sulla quale si è spesa la ministra. Si tratta allora di ricostruire, a partire da una vera volontà politica, le condizioni perché le scuole, in autonomia, con le risorse necessarie e con l’aiuto dell’intera società, possano farsi carico di una missione fondamentale: sviluppare innanzitutto le potenzialità personali e individuali delle nuove generazioni e adeguare saperi e competenze alle necessità della vita sociale ed economica del Paese.

Nel passato, seppur con evidenti contraddizioni, è stato introdotto l’obbligo di iscrizione a un percorso di istruzione e formazione entro i 16 anni e l’obbligo di permanere nel sistema di istruzione e formazione per conseguire un titolo di qualifica o di diploma entro i 18 anni. Questo quadro confuso e improduttivo ha mostrato  tutti i suoi limiti. Da ciò la ormai storica proposta della Cgil di elevare l’obbligo scolastico a 18 anni. Per questo obiettivo sono però necessari chiarezza sulle finalità e coinvolgimento dei soggetti che debbono attuare il cambiamento: il personale delle scuole autonome e le loro rappresentanze sindacali, le associazioni professionali, il mondo della ricerca pedagogica.

E sono necessarie le risorse. Alla proposta di elevamento dell’obbligo a 18 anni, contenuta peraltro nel Piano del lavoro della Cgil, insieme ad altre proposte di riqualificazione dell’intero sistema scolastico (la generalizzazione della scuola dell’infanzia ad esempio), la Flc Cgil ha accompagnato anche una quantificazione delle risorse occorrenti: si devono investire 17 miliardi di euro che corrispondono a quel  punto di Pil che ci manca nell’investimento in istruzione per essere allineati alla media dei Paesi Ocse.

La ministra Fedeli ha anche detto che occorre aumentare gli stipendi agli insegnanti. È quello che chiede il sindacato. Ma alla ministra spetterebbe di reperire le risorse, perché gli annunci, alla fine della legislatura, rischiano di trasformarsi in propaganda politica piuttosto che negli impegni mantenuti, tra i doveri di chi invece dirige un dicastero.

Francesco Sinopoli è il segretario generale della Flc Cgil

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