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Sta andando avanti da alcune settimane su Rassegna un interessante ragionamento circa la possibilità di “rispondere” all’economia delle piattaforme con un modello che in qualche modo sia uguale e contrario. Uguale in quanto usa lo stesso concetto di condivisione; contrario in quanto lo applica non alla massimizzazione del profitto, ma alla diffusione di nuove forme di rappresentanza. Se le piattaforme vogliono disintermediare, Idea Diffusa, questo il nome del sistema proposto dalla Cgil, intende invece integrare competenze e opinioni per governare il nuovo (che non sempre è migliore del vecchio, almeno non per tutti) “dalla parte del Lavoro” (scritto con la maiuscola, come raccomanda Aris Accornero) .

Dell’effetto della digitalizzazione del lavoro si è scritto di tutto e il contrario. Alcuni studiosi hanno lanciato avvertimenti catastrofici (fine del lavoro, disoccupazione di massa, scomparsa di centinaia di mansioni e mestieri, lavoratori rimpiazzati da robot mossi da intelligenza artificiale) tanto che un’idea intellettualmente provocatoria, come quella di lavorare a retribuzione zero, rischia di passare da pratica simil-schiavistica a vero programma politico. Dall’altra parte, invece, studiosi altrettanto seri confidano nella capacità – dimostrata in fin dei conti in migliaia di anni di progresso dell’umanità – delle tecnologie innovative di creare prodotti sempre migliori e fantastici che richiamano nuovi consumatori (si pensi alla diffusione a decine di milioni di esemplari di auto, smartphone e robot industriali non solo in Asia, ma anche in Africa) e di conseguenza creano nuove occasioni di lavoro, e magari di migliore qualità.

Impossibile dire, senza prese di parte ideologiche, chi abbia ragione. Se proprio dobbiamo fare previsioni, queste, almeno, traguardino ben oltre la nostra morte. Entrambe le schiere, in ogni caso, portano seri dati statistici e ragionamenti raffinati a supporto delle proprie tesi. D’altronde, anche Marx si era trovato davanti a un dilemma simile: nei famosi “Frammenti sulle macchine”, parte dei Grundrisse, aveva notato che con lo sviluppo della grande industria, “la creazione della ricchezza reale viene a dipendere meno dal tempo di lavoro e dalla quantità del lavoro impiegato (…) ma dipende invece dallo stato generale della scienza e dal progresso della tecnologia, o dall’applicazione di questa scienza alla produzione”. Vale a dire che la scienza si sostituisce al lavoro umano, una condizione che all’epoca era vista come disastrosa e oggi è invece assai ben accolta, almeno da parte del sistema industriale e politico, anche se non dai lavoratori che perdono il posto per l’introduzione di nuove tecnologie.

Qui si innesta, a mia avviso, la domanda che Marco Tognetti pone in un recente contributo apparso su Rassegna: “Possibile che non si possano sfruttare i benefici del digitale senza perdere la qualità, la profondità e la protezione che i corpi intermedi offrono alla società da oltre un secolo?”. In effetti il discrimine è proprio questo: a chi un impiego non lo avrà più, cosa bisogna offrire? Un reddito di sussistenza – o una pensione anticipata – erogato per compensare la pena di non poter più esercitare la propria professione? Processi di formazione che lo rendano adatto ad assumere nuovi incarichi in un mondo della produzione che lo ha reso obsoleto? E davvero la formazione, che sappiamo essere risolutiva per i giovani, può riuscire a “resettare” un lavoratore nella fase finale della sua vita lavorativa? Si tratta di domande alle quali, nonostante i molti sforzi, non abbiamo sinora risposte che convincono pienamente. Anzi, come spesso accade, l’idea della leva formativa diviene una risposta generica a una mancanza di progettualità.

Tanto per fare un esempio: Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee, nel loro libro del 2011 Race Against The Machine, partono dalla constatazione che tra il 1995 e il 2011 l’America – nonostante la crisi del 2007-09 in cui si sono persi 12 milioni di posti di lavoro – ha fatto misurare una importante crescita del Pil. Ciò nonostante la forza lavoro impiegata è diminuita del 5 per cento, e i nuovi lavori creati a partire dal 2010 non sono sufficienti neanche a far fronte all’aumento della popolazione. Una prognosi senza appello, quindi. Che viene poi corretta con il libro successivo (The Second Machine Age, del 2014) che offre una ricetta tutt’altro che semplice per fronteggiare l’impatto sociale dell’innovazione: ripensare i sistemi educativi alla luce delle nuove esigenze della “seconda era della macchina”; sostenere e incoraggiare l'imprenditorialità, necessaria per sostituire molti dei posti di lavoro che andranno persi; introdurre un’imposta negativa sul reddito (noi la chiameremmo reddito di cittadinanza), ricetta fatta propria – sebbene all’inverso: tassare l’introduzione di macchine - anche da Bill Gates.

A me pare che confidare così tanto in soluzioni strategiche di lungo respiro non renda un buon servizio a chi il lavoro lo perderà probabilmente in un futuro vicino. Sarà quasi metà dell’umanità, come affermano Frey e Osborne, oppure solo l’8-10 per cento degli occupati come stimato da Stefano Scarpetta dell’Ocse? Certo le quantità sono importanti, ma ancor di più a me paiono cruciali i tempi. Le tecnologie avanzano con enorme rapidità e il matrimonio tra economia, lavoro e piattaforme digitali ha un effetto di iper-accelerazione.  Lavori che oggi sono considerati tutto sommato “al sicuro” per quanto lo saranno ancora? A te che sei un insegnante hanno spiegato che gessetto e lavagna andavano sostituiti con slide e computer. Ti sei adeguato, e ti pare di fare un lavoro migliore che in passato. Poi ti hanno detto che i libri andavano sostituiti con ebook, lo hai fatto anche se ti pare che l’apprendimento sia un po’ peggiorato. Infine, ti hanno detto che dovevi diventare un animatore di comunità di apprendimento online, e che era inutile far venire in classe i discenti. Infine, ti hanno detto che il tuo lavoro era ormai standardizzato, tanto valeva sostituirti con una piattaforma.

Spero che Idea Diffusa serva a ragionare di un mondo digitale che sia per tutti noi, non solo per pochi, e che riesca a realizzare, tramite un modello nuovo di rappresentanza degli interessi  collettivi dei lavoratori, l’ideale che le tecnologie devono portare progresso, non disastri.

Patrizio Di Nicola è docente di Sistemi organizzativi complessi alla Sapienza Università di Roma

Alla Camera dei deputati (sala della Lupa, ore 11), si tiene oggi (15 giugno) la presentazione del libro “Bruno Trentin - Diari 1988-1994(Ediesse 2017). All’iniziativa, promossa dalla casa editrice Ediesse e dalla Fondazione di Vittorio, oltre al segretario generale Cgil Susanna Camusso, intervergono il curatore Iginio Ariemma, Aldo Agosti e Romano Prodi. La discussione sarà preceduta dal saluto del presidente della Camera Laura Boldrini e presieduta dal presidente della Fondazione Di Vittorio Fulvio Fammoni. Quello che segue è un ampio stralcio tratto dalla prefazione del volume

Trentin supera del tutto la classica distinzione tra libertà formale e libertà sostanziale e così per la democrazia. “La democrazia e la libertà – scrive – sono in realtà l’inizio di una storia di cui non si conoscono gli approdi. Ma un inizio senza il quale non c’è sviluppo né società né individuo”. Questo si legge nel diario del 1989 riflettendo sul crollo del comunismo reale e sulle rivoluzioni antitotalitarie (democratiche gli sembra eccessivo) dei Paesi dell’Europa dell’Est. La scelta non si presta ad equivoci. In un altro passo rafforza l’assunzione di tale scelta. Non la lotta per un egualitarismo astratto deve essere l’obiettivo, annota, ma “il diritto all’eguaglianza delle opportunità, come terreno principale di affermazione della libertà e della libertà come prerogativa individuale della persona”.

Sottolineo la parola diritto che precede le pari opportunità e la libertà come diritto di ogni uomo. E poco dopo aggiunge: “Bisogna lavorare in questa direzione. Mi sembra che qui stia la radice di tutta la riflessione che vorrei riuscire a sistemare sul conflitto tra oppressione e sfruttamento nei tentativi socialisti di realizzare l’uguaglianza (dei risultati) rinviando nel tempo la piena realizzazione dei diritti e della libertà della persona (e l’uguaglianza delle opportunità)”. Ovviamente per lui l’oppressione della libertà nei luoghi di lavoro, non lo sfruttamento economico è la questione prioritaria.

Trentin ha una concezione ampia e innovativa dei diritti dell’uomo. Infatti scrive nel diario: “La dignità dell’uomo è garantita dalle pari opportunità di godimento dei diritti sociali fondamentali e di quei nuovi diritti (all’informazione, alla formazione, all’autogoverno del lavoro) che vanno implementati dalla lotta rivendicativa e dalla legislazione sociale”. E si rende conto che le pari opportunità pongono problemi ben maggiori “nella società dei diversi”, anche per il sindacato.

Tra i diritti quello più importante per Bruno è sicuramente il diritto al lavoro, perché è – soprattutto e prima di tutto, anche se non ha una visione totalizzante né esclusiva – tramite il lavoro che la persona autorealizza se stessa, il proprio progetto di vita.

Su questo punto lavora tutta la vita, guardando specialmente ai lavoratori subordinati, per dare loro maggiore potere di intervento e di controllo sulle condizioni di lavoro e sulla organizzazione produttiva: dai delegati e dai Consigli di fabbrica della fine degli anni sessanta e dell’autunno caldo fino alla “compartecipazione progettuale” che ricorre spesso nelle note del diario preparando i materiali per il programma della Cgil. È in atto, scrive, una trasformazione del processo produttivo industriale (la crisi del fordismo e l’affermarsi dell’economia digitale) che potrebbe cambiare radicalmente il lavoro umano e che comporta un profondo rinnovamento del sindacato. Ha colto molto bene questa novità Jacques Delors quando nella prefazione francese a “La città del lavoro” scrive che Bruno va alla radice del lavoro, al suo fondamento, e in questo modo supera ogni visione di cogestione o autogestione e “fa emergere, senza ingenuità e senza illusioni, l’intelligenza collettiva dei lavoratori” che richiede il “concorso di tutti”, dall’operaio all’ingegnere al programmatore al responsabile dell’impresa. Infatti Bruno parla di coinvolgimento o compartecipazione progettuale, che ovviamente non annulla, in linea di principio, l’autonomia e la conflittualità sindacale.

Il diritto al lavoro è per lui tanto importante che deve essere considerato e divenire un diritto di cittadinanza, al pari degli altri, presenti nella Costituzione. Infatti deve essere un diritto della persona, la base principale del diritto soggettivo, così come nel pensiero liberale è stata ed è la proprietà privata. La polis, cioè la comunità politica nel suo significato più profondo di ricerca del bene comune e della libertà eguale, è “La città del lavoro”, il titolo dell’opera che più amava.

Nel diario di questi anni il tema della democrazia è uno dei più ricorrenti. Legge parecchio: Kant, Polanyi. Kelsen, Rousseau, Condorcet, Tocqueville, Dahrendorf, Bobbio, libri e saggi sulla democrazia economica. Partecipa anche a seminari di studi con esponenti di alta qualità europei, come quello, curiosamente intitolato, su “Stato e società civile, come democratizzare la democrazia”.

Della democrazia italiana ha una visione marcatamente pessimista: “imputridita e avvelenata”. Giudizio che non concerne soltanto il sistema politico e i partiti, ma anche la società civile e le sue istituzioni, compresi i sindacati. Una società civile sempre più “disgregata”. La vittoria di Berlusconi nelle elezioni del 1994 sorprende anche lui, ma fino ad un certo punto, poiché già aveva messo in luce alcuni fattori del neopopulismo, in particolare i rischi del prevalere della società dello spettacolo, molto individualista e voyeurista, oltre che arrogante e violenta, che si manifesta in parte anche tra i lavoratori e persino nel sindacato con un massimalismo corporativo, rissoso e antiunitario.

Ma anche sulla democrazia europea non è ottimista. Trentin coglie perfettamente la contraddizione di fondo dell’integrazione europea dopo il crollo del comunismo all’Est: da una parte la necessità di andare decisamente verso una unità politica forte e più coesa (anche dopo la scelta della moneta unica), dall’altra parte il proliferare dei nazionalismi che mettono in discussione principi e valori imprescindibili quali i diritti umani, l’equilibrio ecologico, i diritti delle minoranze che richiedono una cultura che vada ben al di là dell’autodeterminazione nazionale. Il federalismo europeo è parte integrante della sua storia, ce l’aveva nel sangue, come diceva.

La visione della democrazia di Trentin è per un certo verso “eretica” poiché prevalente se non dominante è l’autotutela individuale e collettiva, tramite le istituzioni della società civile (sindacati, associazioni, mass media ecc.), della libertà e dei diritti. Nel diario c’è una sorta di irritazione verso un modo vecchio di pensare, mentre ci si chiede “Quale democrazia”, durante la discussione sulle tesi del programma del partito. Siamo all’inizio del collasso del cosiddetto socialismo reale. “Occorre uscire dal fumo, dice, quando si afferma l’attualità del socialismo come processo o come movimento e la identificazione con l’espansione della democrazia. Quale democrazia? Prima di tutto, partendo da dove? I cosiddetti valori della democrazia liberale con i quali persiste una notevole riluttanza a fare i conti sino in fondo ...”.

E andando dove” aggiunge. Egli ritiene che si debba andare oltre, verso quella che poi definirà “la riforma della società civile”, con diritti, regole ed anche doveri, tali da costituire un tessuto che rafforzi la democrazia di base ad anche quella rappresentativa. In questo ambito fondamentale è non tanto la democrazia economica, che è un concetto fumoso, ma la democrazia e la partecipazione nei luoghi di lavoro e dell’impresa. Questa è la democrazia socialista. Il socialismo possibile è un processo, non un sistema. Del resto neppure il capitalismo è per lui un “ente” o un sistema, ma un fenomeno e una struttura processuale.

La sua concezione della democrazia richiede l’esercizio quotidiano dei diritti e della libertà per vincere le resistenze, le iniquità e la corruttibilità del potere politico, per quanto eletto democraticamente. Il potere per Bruno è imprescindibile dal vivere civile e sociale, ma è per natura teso a perpetuare se stesso e a mettere freni all’au­toaffermazione della libertà. Contrario alla personalizzazione del potere, è ostile anche al potere oligarchico, poiché l’élite, per dirlo con le parole del suo professore, relatore della sua tesi di laurea, Enrico Opocher, “è una minoranza che può, hic et nunc, condizionare la volontà e l’azione di altri individui, malgrado l’assoluta estraneità della loro vita”, e dunque può coartare la libertà.

Sul potere significative sono le riflessioni dei diari sul giacobinismo e su Robespierre, in occasione del bicentenario della rivoluzione francese. “Non esiste per Robespierre – scrive – il primato del potere nella politica e sulla morale, non esiste autonomia del politico, non è un Hobbes né Marx”. E conclude con notevole e severa acutezza: “Per principio condanna gli altri e perde se stesso”. “C’è una grossolana identificazione – precisa – fra il giacobinismo dell’Ottocento e del Novecento, in tutte le sue varianti (garibaldine, crispine, craxiane, ma anche gramsciane e leniniste) con la ricerca tormentata dei giacobini, anch’essa segnata da contraddizioni e differenze, ma sempre mossa da una intima coerenza morale che resistette ad ogni concezione machiavellica del potere”.

La sua concezione della politica è conseguente a quanto detto. Per Trentin la politica ha senso e valore se contiene e persegue un progetto di società. Non può limitarsi alle strategie e tattiche per l’accesso e per la gestione del potere. Per che cosa si gestisce il potere? A quale fine? Con quale consenso popolare? si chiede. L’ultima battaglia di Trentin è stata quella contro il trasformismo che sta avvelenando tutta la politica italiana, ma in particolare la sinistra, incapace di dotarsi di un progetto credibile di trasformazione della società italiana e del sistema politico, compreso il partito che dovrebbe raccogliere l’intera sinistra.

Un progetto non elitario né da partito pigliatutto ma profondamente radicato nel popolo. Il timore della deriva trasformistica è molto presente in questi diari. Una deriva che non si interrompe e non si batte, secondo lui, attraverso la difesa di un’astratta identità, tanto più se passata e perduta, ma tramite nuove categorie di ricerca, nuovi programmi, nuovi uomini. È favorevole ad un sistema politico impostato sull’alternanza democratica tra i due poli, quello di sinistra e quello di destra. Ma per essere solida deve basarsi su un comune consenso sui principi costituzionali e deve trovare fondamento in programmi e partiti forti, non su schieramenti pasticciati ed elettoralistici che in definitiva favoriscono le divisioni e le scissioni trasformistiche.

Nitida è la figura di Trentin che emerge dal diario: un uomo di grande spessore umano e intellettuale. Con le sue debolezze e fragilità, è ovvio, con i suoi momenti di delusione, di disperazione e persino di acuta depressione. Bruno amava un verso della canzone più popolare della Comune di Parigi, “Il tempo delle ciliegie”: “Non evito di vivere per non soffrire”. Aveva una forte volontà, ma soprattutto, come testimoniano questi diari, sincerità verso se stesso, che è la condizione primaria per affrontare le traversie e gli ostacoli di ogni giorno.

Era un intellettuale, colto, cosmopolita, con il gusto della vita. Chi legge questi diari sarà colpito dall’enorme massa di letture, dai racconti sui viaggi in mezzo mondo e dallo spirito di ricerca non dogmatico, libero, che non ha alcuna paura del nuovo; e si confronta assiduamente con i processi della realtà, sebbene abbia sempre il massimo rispetto della tradizione e delle opinioni e delle valutazioni altrui. Uno spirito di ricerca che è anche una passione perché diretto in prevalenza alla liberazione del mondo del lavoro, la sua scelta di gioventù.

I sei anni raccontati nel diario sono anni di fuoco, in cui Bruno Trentin ha cercato di lasciare un segno forte nella Cgil che è stata la sua vita: rinnovare dalla radice il ruolo del sindacato di fronte al mondo sempre più globale, dinanzi alla rivoluzione industriale e tecnologica in corso, di fronte all’Europa federata che deve essere costruita e ad una società e ad una politica in profondo movimento dopo il crollo del comunismo. C’è riuscito? Se si guarda il seguito, con tutta franchezza occorre dire che purtroppo il suo messaggio rimane tuttora in larga parte inascoltato.

Aprire questo diario dà speranza. Perché il sindacato di Trentin, negli anni 1988-1994, di rottura e di grande travaglio, pur tra inciampi e difficoltà, è stato capace di trattare, in modo unitario e non corporativo, tutta la gamma dei problemi del mondo del lavoro e, insieme, di lottare per i diritti universali al fine di dare vita ad una nuova cittadinanza sociale, ad una nuova cultura e civiltà che ha i suoi fondamenti nel lavoro e nella libertà della persona umana. Credo che oggi, di fronte alla crisi attuale del sindacato, di tutti i sindacati, e più in generale della democrazia, da qui, dal suo pensiero occorra partire.

La piattaforma Idea Diffusa è, dopo il Coordinamento politiche industriali, la Consulta industriale, il Comitato scientifico per le politiche industriali, l’ultima arrivata di una serie di strumenti messi in campo dalla Cgil per comprendere e rappresentare il mondo del lavoro 4.0, quello forse più coerente con la linea strategica che la confederazione persegue in questa fase: fare rete con i lavoratori, che vivono l’innovazione ogni giorno, ma anche, e soprattutto, nella costruzione di un rapporto con persone esterne al mondo sindacale, per attrarre nuove idee e mettere in moto un processo di contaminazione reciproca. Ne parliamo con Vincenzo Colla, chiamato a occuparsi nell’ambito della segreteria confederale delle politiche industriali e in particolare del piano Industria 4.0.

Rassegna  Colla, come definiresti Idea Diffusa: la naturale evoluzione di un percorso dettato dalla necessità di governare i cambiamenti imposti dalla tecnologia o un’iniziativa all’insegna dell’innovazione?

Colla  L’una e l’altra cosa. Avevamo entrambi i bisogni. Da una parte, era necessario strutturare un modello che fosse in grado di coinvolgere nuove competenze nel lavoro di analisi e di elaborazione, quelle di docenti, esperti e accademici, e dall’altra poter mettere questo patrimonio umano in sinergia con le esperienze e le conoscenze sindacali, mettendo in rete le buone pratiche. Penso che essere arrivati fin qui sia un risultato importante. Idea Diffusa ci dà la possibilità di dotarci di strumenti organici ed efficienti, quello che abbiamo chiamato un service a vantaggio di categorie e territori, capace di avere un impatto sul terreno più proprio del sindacato: la contrattazione.

Rassegna  Non trovi sia un po’ paradossale che lo strumento assurto a simbolo della disintermediazione, sia sociale che politica, si candidi a diventare un punto di forza per il rilancio dell’azione sindacale nel campo delle politiche industriali?

Colla  Quello della disintermediazione è un tema oramai globale. Trova alimento nella suggestione ideologica di coloro che pensano che nel mondo, dove ciascun individuo è connesso, non sia più necessario il ruolo della rappresentanza. Si arriva a ipotizzare che da qui a breve la tecnologia potrà sostituire la democrazia in una sorta di plebiscitarismo tecnologico. Noi invece crediamo nella funzione storica e sociale dell’innovazione tecnologica. Pensiamo che il modo migliore per favorire questa funzione sia di metterla al servizio della democrazia e con essa del sistema di rappresentanza. Come ha già detto qualcuno, potremmo parlare di “eterogenesi dei fini”. Molto più concretamente, penso che non sia più possibile rinunciare ai vantaggi di questo potenziale tecnologico.

Rassegna  La tecnologia non è neutrale…

Colla  Esatto, dipende da come la si usa. Noi non affidiamo alla rete il compito di raccogliere i pareri di tutti e poi sono gli stessi che hanno postato la domanda a scegliere la risposta, senza rendere conto dei criteri utilizzati. Abbiamo deciso di partire da un ambito che salvaguardi competenza e rappresentanza in una rete protetta che non crei disintermediazione. Piuttosto vogliamo generare una relazione condivisa sui temi e sugli obiettivi, allargando l’apporto del pluralismo di idee in modo da qualificare la nostra capacità di analisi e di autoformazione. Una fonte di conoscenza che risponda in tempo reale alle domande del gruppo dirigente e di coloro che sul territorio e nelle categorie contrattano in prima linea e che hanno bisogno di nuovi stimoli per governare i processi di cambiamento.

Rassegna  Non c’è il rischio che l’utilizzo della piattaforma digitale alla lunga faccia perdere di vista al sindacato l’importanza dell’azione a stretto contatto – propria di uno storico modus operandi dei cosiddetti corpi intermedi solidi – con i lavoratori e con gli stessi suoi militanti?

Colla  Questo mai. Piuttosto dobbiamo sapere che non è possibile andare dai lavoratori senza le conoscenze appropriate sull’impatto che le nuove tecnologie avranno sui processi produttivi. Abbiamo pensato la piattaforma proprio per rafforzare il ruolo della contrattazione. In questo l’intermediazione non cambia nella necessità di un rapporto diretto con il lavoratore, al contrario, migliorando capacità di analisi o di proposte, la rafforza. Un metodo che rappresenta in un certo qual modo l’evoluzione delle conferenze di produzione, così come della pratica di far anticipare le vertenze aziendali dagli studi di caso degli anni passati. In entrambe quelle esperienze, le conoscenze si trovavano nell’azienda, spesso tra i lavoratori più qualificati, oppure nell’ambito sindacale. Ma quelle realtà aziendali allora contenevano tutto il ciclo produttivo, mentre oggi non solo quel ciclo non è più ricompreso nel solo perimetro aziendale, ma per ricomporlo si deve affrontare su scala globale. È chiaro che servono nuove competenze per leggerlo e governarlo.

Rassegna  Stiamo parlando comunque di uno strumento indispensabile: il sindacato ha assolutamente bisogno di un approccio del tutto nuovo nei confronti del vasto e variegato universo di Industria 4.0, che assicurando maggiore tempestività e approfondimento, consenta di cogliere fino in fondo le opportunità dell’innovazione…

Colla  È importante accordarsi su quali sono i processi e i fenomeni che abbiamo di fronte, indipendentemente dalle etichette. È in atto un cambiamento tecnologico trasversale che impatta in tutti i settori. Cambia il modo di produrre e di consumare, cambiano le relazioni formali (il welfare) e quelle informali (la contrattazione), le relazioni tra le persone, cambiano le città e i flussi migratori. Tutto ciò avviene a una velocità spiazzante. Per questo pensiamo che la piattaforma Idea Diffusa sia, per l’insieme di questi motivi, uno strumento indispensabile per affrontare questa radicalità. Ci sono quelli che ci vorrebbero ancora in coda per il gettone, si rassegnino, siamo anche noi, con i nostri valori, nel tempo nuovo.

Rassegna  Può Idea diffusa sconfinare l’ambito specifico delle politiche industriali e trasformarsi in un modello di lavoro esportabile in altri campi di attività della Cgil?

Colla  Questa è una domanda che ci siamo posti. E una risposta in parte c’è già: Idea Diffusa viene utilizzata non solo dall’area delle Politiche industriali, ma è condivisa con l’ufficio Progetto Lavoro 4.0, che collabora con tutte le aree della Cgil e risponde alla segreteria generale. Prima di muovere ulteriori passi, però, occorre testare quel che abbiamo messo in campo. Sappiamo di essere in una fase di sperimentazione e siamo abbastanza laici per sapere che questa serve a correggere eventuali errori (in ambito informatico, la versione 1.0 non è mai quella definitiva) e, soprattutto, a far sì che la community prenda confidenza con lo strumento e lo faccia proprio. Ma è evidente che Idea Diffusa, lo dice il nome stesso, ha le potenzialità per allargarsi sia in orizzontale, verso nuovi ambiti di competenza, sia in verticale, anche verso i nostri delegati nei luoghi di lavoro. Per soddisfare le loro domande, rafforzando formazione e informazione a distanza. Ma prima di pensare al secondo tempo dobbiamo giocare bene il primo.

L’11 giugno del 2016 Paolo Leon ci ha lasciato. Come possiamo ricordarlo dopo un anno? Leon nasce a Venezia un anno prima della pubblicazione della Teoria Generale di J. M. Keynes. Trent’anni dopo Paolo scrive un libro che riprende alcune tesi fondamentali dello stesso Keynes per descrivere lo sviluppo capitalistico – Ipotesi sullo sviluppo dell’economia capitalistica (Isec, 1965). È un libro che si propone di andare oltre il mainstream keynesiano allora dominante, in quanto non si accontenta dell’analisi un po’ ingegneristica della riflessione keynesiana di allora, che vedeva nella politica economica pubblica lo strumento istituzionale necessario volto a ridurre la forbice tra domanda e offerta aggregata, attraverso l’incremento della spesa pubblica.

A tal proposito ci aveva suggerito un interessante contributo di W.F Gossling pubblicato nel 1974. Leggendolo si apprende che l’evoluzione del sistema capitalistico non può essere ridotta a flussi di input e output, né può essere descritta ricorrendo alle tavole di input-output. Queste sono indiscutibilmente utili e possono essere usate per la programmazione economica, nella consapevolezza che si tratta di strumenti insufficienti per conoscere cosa si nasconde dietro la domanda potenziale.

La domanda effettiva per Leon non può essere considerata come un dato o una costante. Essa cambia quali-quantitativamente nel tempo. Il cambiamento della sua composizione modifica in profondità proprio la matrice input-output. Se al variare del reddito cambia la composizione dei consumi e non semplicemente la quantità degli stessi, la domanda effettiva può mutare in modo diverso rispetto alle aspettative degli imprenditori che organizzano i loro investimenti. “L’esperienza storica dimostra che nella realtà economica si dà sempre una dinamica delle preferenze sociali… Anzi, tale concetto è in diretta relazione con la variazione della composizione del consumo: esso ha la stessa natura della nozione che è alla base dell’aumento del livello di sussistenza (psicologica) del reddito. Se la coscienza generale identificasse in tale variazione un aumento del prodotto e del reddito, ciò sarebbe sufficiente per confrontare (in termini logici) tecniche diverse tra loro in relazione al prodotto che esse forniscono, e per poter valutare la dimensione di un sistema in diversi momenti nel tempo” (Isec, p. 51).

L’incertezza macroeconomica rimane l’alfa e l’omega dell’indagine economica. In tal senso, l’economia è una scienza sociale, e guida i comportamenti (gli animal spirits) degli imprenditori – probabilmente non solo degli imprenditori –. Leon però non si fermava qui: l’incertezza come categoria interpretativa dei fenomeni economici andava ulteriormente indagata. Cerca di farlo nel 1981 con L’Economia della domanda effettiva (Ede): “Se la domanda effettiva determina l’offerta, cosa determina l’investimento o l’aumento della capacità produttiva? Ovvero, è possibile costruire un’economia nella quale la domanda effettiva determina l’offerta anche nel lungo periodo? Se non si chiarisce questo punto, resta sempre aperta la porta a teorie che rendono l’aumento della capacità produttiva funzione dell’azione autonoma delle imprese” (Ede, p. 11).

Leon riconosceva alla legge di Engel una centralità particolare per lo studio dello sviluppo capitalistico. In questo il suo lavoro di ricerca ha dei chiari punti di tangenza con le ricerche di Luigi Pasinetti, sebbene in Leon emerga una maggiore sensibilità alle conseguenze sul piano della politica economica e della dinamica sociale, che ha ribadito anche nel suo libro forse più bello: Il capitalismo e lo Stato (Cs, 2014). Nel capitalismo la domanda effettiva non è mai uguale a se stessa, cambia ed evolve con l’aumento del reddito, e con l’evoluzione della società: “Un’economia è dinamica quando varia la composizione della domanda di consumo, e questa variazione è diversa per i diversi individui in relazione al rispettivo reddito pro capite: la legge comincia a funzionare dai redditi più alti, al crescere del reddito, per poi trasmettersi ai redditi inferiori… se il più ricco all’apice della piramide della ricchezza è il proprietario del capitale, non è il consumo ciò che ne caratterizza il comportamento, ma l’accumulazione”.

A giudizio di Leon, “l’investimento ha senso se i consumi crescono, ma i consumi non crescono se non cresce il reddito, e al crescere del reddito non si possono consumare sempre in maggiori quantità gli stessi beni e servizi, senza influenzare negativamente la propensione al consumo e, per questa via, il reddito e, alla fine, l’investimento. Questa catena di eventi non è nota né prevedibile per i capitalisti, e il motivo del profitto si spegnerebbe se la catena si interrompesse. Lo Stato sembra l’unica forza per evitarlo e rimediarne gli effetti: le crisi sono anche questo” (Cs, pp. 74-75).

Ciò che alimenta la domanda potenziale è la certezza che si possono consumare beni diversi e, quindi, produrre beni diversi. Non conosciamo un imprenditore che costruisce le sue fortune sulla produzione di un bene sempre uguale a stesso. Qualora un bene avesse queste caratteristiche, l’imprenditore farebbe di tutto per rappresentarlo come originale e unico. La capacità di condizionamento dei consumi conta e ciò plasma il funzionamento dei mercati.

Le riflessioni di Leon sulla differenziazione dei prodotti possono essere sviluppate utilizzando le ricerche condotte da Paolo Sylos Labini. In tal modo, lo sviluppo economico appare in una luce nuova. Nelle parole di Sylos “è da riguardare, non semplicemente come un aumento sistematico del prodotto nazionale concepito come aggregato a composizione data, ma, necessariamente, come un processo di mutamento strutturale”, (così come) “è necessario cogliere la logica profonda dei movimenti dei redditi… l’investimento nella tecnologia necessario senza il quale non sarebbe possibile concepire il ciclo economico”. Qui si apre lo spazio per ripensare le politiche pubbliche e – Leon lo ricordava spesso – anche il ruolo del sindacato.

Cosa rimane oggi della ricerca economica (e sociale) relativamente alla domanda effettiva? Il diverso contenuto qualitativo della domanda al variare del reddito rappresenta un tema eluso da troppi economisti keynesiani. Ciò, purtroppo, ha compromesso la nascita di analisi teoriche ulteriori, necessarie non solo per indagare le macro-fondazioni della microeconomia, ma anche per evitare che i pubblici poteri cadessero nell’ignoranza. Da questo punto di vista, Leon è rispettoso della tradizione keynesiana, ma è eterodosso nel modo di utilizzare quella stessa letteratura. La Storia economica di Leon è Storia con la S maiuscola. I poteri ignoranti (Pi) del 2016 è il suo ultimo libro. Uno scritto dato alle stampe in fretta, in cui sono raccolte considerazioni urgenti e amare, ma preziosissime se prese sul serio: perché in troppi guardano ai cicli economici, mentre l’evoluzione del capitalismo è un processo storico.

Nel tempo tutta la classe dirigente ha perso contatto con questa dimensione “normativa” dell’economia, e ciò rende più complicata l’uscita dalla crisi di paradigma (reaganiano) iniziata nel 2007: “Rifiuto l’idea di aver assistito a una fluttuazione ciclica, conclusa la quale si torna in equilibrio… finita l’epoca della moneta facile, si dice negli Usa che si torna alla normalità: il ritorno è invece impossibile, a meno che non si riaprano le dighe dell’intervento pubblico diretto, e delle politiche a favore del sindacato” (Pi, p. 9). “Una volta esautorato il potere pubblico, anche quando la moneta esogena sostituisce quella endogena, non ne segue altra autocoscienza pubblica che il mercantilismo, e governi mercantilisti sono altrettanto ciechi all’economia nel suo complesso degli imprenditori-capitalisti che proteggono. C’è allora da chiedersi se gli Stati mercantilisti, ridotta la sovranità nazionale, non cercheranno di ricostruirla attraverso il conflitto aperto con gli altri Stati” (PI, pp. 67-68).

Chi scrive ha lavorato con Paolo Leon e preso l’impegno di continuare la ricerca che aveva realizzato sulle dinamiche dello sviluppo capitalistico, una ricerca che ha le sue radici nel periodo in cui Paolo era a Cambridge. Trovarsi nel posto giusto nel momento esatto in cui si verifica un fatto non è banale per la fortuna di molti economisti. Probabilmente la crescita economica dei paesi capitalistici del dopoguerra ha condizionato la ricerca economica keynesiana. Il problema “normativo” degli economisti di allora era, sostanzialmente, il governo dei cicli economici attraverso l’intervento pubblico. Non sottovalutiamo questa impostazione, se oggi fosse raccolta la crisi legata al leverage sarebbe in parte attutita, ma il tema del governo del ciclo economico ha fatto perdere di vista l’analisi dell’evoluzione qualitativa della domanda. Ciò comporta una completa ignoranza  circa il governo del cambiamento strutturale, che investe i sistemi economici rendendo estremamente difficile il perseguimento della piena occupazione.

Abbiamo ancora bisogno di una teoria che spieghi il contenuto dell’occupazione, ma ciò può essere fatto solo se ci si concentra sul cambiamento qualitativo della domanda effettiva. Ciò dovrebbe essere fatto soprattutto per contribuire a superare la grave crisi istituzionale europea: governare la dinamica economica strutturale significa anche ripensare la specializzazione produttiva interna ai diversi sistemi economici che compongono l’Europa, per evitare il pericolo degli Stati mercantilisti sui cui insisteva l’ultimo Leon.

Su questo Paolo ha dialogato a lungo anche con noi, al punto da scrivere una prefazione alla prima bozza di un libro che contiamo di dare presto alle stampe. È stato un compagno di viaggio che ha manifestato una pazienza quasi commovente, viste le nostre debolezze, insistenze e titubanze. Paolo era una persona sorridente, incoraggiante, gentile e sin troppo umile. Ci piacerebbe che il suo contributo teorico fosse conosciuto in tutto il suo valore.

ARCHIVIO
La preziosa lezione di Paolo Leon
Nazionalizzare nell'interesse del Paese

Il 10 giugno 1924 Giacomo Matteotti viene rapito e ucciso dai fascisti. A causare la morte del deputato socialista, le sue denunce dei brogli elettorali attuati dalla nascente dittatura nelle elezioni del 6 aprile 1924 e le sue indagini sulla corruzione del governo. “Voi che oggi avete in mano il potere e la forza – aveva detto il 30 maggio Matteotti alla Camera –, voi che vantate la vostra potenza, dovreste meglio di tutti gli altri essere in grado di far osservare la legge da parte di tutti. Voi dichiarate ogni giorno di volere ristabilire l’autorità dello Stato e della legge. Fatelo, se siete ancora in tempo; altrimenti voi sì, veramente rovinate quella che è l’intima essenza, la ragione morale della nazione”.

È profondamente sbagliato, a giudizio di Matteotti, continuare “più oltre a tenere la nazione divisa in padroni e sudditi, poiché questo sistema certamente provoca la licenza e la rivolta. Se invece la libertà è data, ci possono essere errori, eccessi momentanei, ma il popolo italiano, come ogni altro, ha dimostrato di saperseli correggere da sé medesimo. Noi deploriamo invece che si voglia dimostrare che solo il nostro popolo nel mondo non sa reggersi da sé e deve essere governato con la forza. Molto danno avevano fatto le dominazioni straniere. Ma il nostro popolo stava risollevandosi ed educandosi, anche con l’opera nostra. Voi volete ricacciarci indietro. Noi difendiamo la libera sovranità del popolo italiano al quale mandiamo il più alto saluto e crediamo di rivendicarne la dignità, domandando il rinvio delle elezioni inficiate dalla violenza alla Giunta delle elezioni” (leggi tutto).

Sarà l’ultimo discorso pubblico di Giacomo Matteotti: il 13 giugno Filippo Turati darà in Parlamento la notizia della sua scomparsa, mentre il corpo sarà ritrovato due mesi dopo, il 16 agosto. Per protesta contro il rapimento e l’assassinio del deputato socialista, tutta l’opposizione parlamentare si ritira sul cosiddetto Aventino. Seguono mesi di braccio di ferro, in cui il governo fascista sembra sul punto di capitolare. Ma il 3 gennaio 1925, con un famoso discorso alla Camera, Mussolini si assume in prima persona la responsabilità politica del delitto: “Dichiaro qui, al cospetto di questa Assemblea e al cospetto di tutto il popolo italiano, che io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto. Se le frasi più o meno storpiate bastano per impiccare un uomo, fuori il palo e fuori la corda! Se il fascismo non è stato che olio di ricino e manganello, e non invece una passione superba della migliore gioventù italiana, a me la colpa! Se il fascismo è stato un’associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere”.

Sul piano sindacale, con gli accordi di Palazzo Vidoni  del 2 ottobre 1925, Confindustria e sindacato fascista si riconoscono reciprocamente quali unici rappresentanti di capitale e lavoro, abolendo le Commissioni interne. La sanzione ufficiale arriva con la legge n. 563 del 3 aprile 1926, che riconosce giuridicamente il solo sindacato fascista – l’unico a poter firmare i contratti collettivi nazionali di lavoro –, istituisce una speciale magistratura per la risoluzione delle controversie di lavoro, cancella il diritto di sciopero. Il 4 gennaio 1927, in seguito ai provvedimenti emessi dal fascismo, il vecchio gruppo dirigente della Cgdl, tra cui Rinaldo Rigola e Ludovico D’Aragona, decide l’autoscioglimento dell’organizzazione, immediatamente però ricostituita a Parigi da Bruno Buozzi.

Durante la prima Conferenza clandestina di Milano del febbraio 1927, anche i comunisti danno vita a una loro Confederazione generale del lavoro; in questo modo, dalla fine degli anni venti e fino alla caduta della dittatura fascista, convivono due Cgdl: una di ispirazione riformista, aderente alla Federazione sindacale internazionale, l’altra comunista, aderente all’Internazionale dei sindacati rossi. A capo della Cgdl comunista, dopo l’espulsione di Paolo Ravazzoli dal Pcd’I, è chiamato nel 1930 Giuseppe Di Vittorio. Fino alla metà degli anni trenta i rapporti tra le due confederazioni si mantengono tesi. Quando però il pericolo fascista diventa concreto, soprattutto in seguito alla presa del potere da parte di Hitler in Germania (gennaio 1933), le diverse componenti della sinistra riescono a trovare un terreno comune di iniziativa, evidente nella politica dei Fronti popolari in Francia e Spagna.

Gli effetti si fanno sentire sia sulla politica italiana (con la firma nel 1934 del Patto di unità d’azione tra Pcd’I e Psi), sia sul sindacato, con la firma, il 15 marzo 1936, della Piattaforma d’azione della Cgl unica: “La Cgl ha lo scopo di raggruppare tutti i lavoratori salariati – recita l’articolo 1 dell’accordo – d’ogni corrente politica o religiosa, per la difesa e il miglioramento delle proprie condizioni di vita, sviluppando questa lotta sino all’abbattimento del fascismo e del regime capitalista, condizione indispensabile per l’emancipazione totale del lavoro”.

Ilaria Romeo è responsabile Archivio storico Cgil nazionale

Lingua italiana. Crisi della comunicazione linguistica: una sfida democratica”. E’ questo il titolo di un documento lanciato oggi, venerdì 9 giugno, dalla Fondazione Di Vittorio e dall’Associazione Proteo Fare Sapere, da tempo impegnate assieme per ridare attualità alla lingua italiana, per favorire una discussione su questi temi, 42 anni dopo la pubblicazione delle Tesi per una linguistica democratica di Tullio De Mauro. Primi firmatari del documento il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, e l’ex ministro della Pubblica istruzione, Luigi Berlinguer.

In Italia - afferma Fulvio Fammoni, presidente della Fondazione Di Vittorio - dobbiamo ancora affrontare e risolvere un grande problema quantitativo di dispersione scolastica ma contemporaneamente l’acquisizione di una solida e permanente formazione di competenze per tutti”. “La comunicazione linguistica - aggiunge Fammoni - rappresenta dunque una vera e propria sfida democratica del nostro futuro, sia riflettendo sulla condizione dei nostri giovani, che sui nuovi contesti comunicativi del web, oppure sulla crescente difficoltà a esprimersi con il linguaggio verbale e scritto. Le barriere comunicative sono causa di persone più sole e più individualiste, producono l'allentamento dei legami sociali ed espongono maggiormente a pregiudizi e chiusure. Questa preoccupazione deve portare ad un urgente salto di qualità evitando che ancora una volta siano le persone più deboli a ritrovarsi senza neppure le parole per affermare i propri diritti”.

Il documento - conclude il presidente della Fondazione Di Vittorio - rappresenta un primo passo. Intendiamo, infatti, approfondire questi diversi e complessi aspetti promuovendo un percorso di iniziative da realizzare nei prossimi mesi, aperto a contributi esterni e al confronto con le diverse voci del mondo e della cultura per quel cambio di passo nelle politiche generali e di settore, di cui avvertiamo urgente necessità”.

IL DOCUMENTO
«Sono trascorsi 42 anni dalla pubblicazione delle “Tesi per una linguistica democratica”
che, ricordava sovente De Mauro, avrebbero consentito un importante salto qualitativo nell'insegnamento della lingua italiana nelle aule delle nostre scuole. L'effetto ci fu davvero, in particolare nella scuola elementare anche se certamente meno nella scuola media e superiore. E tuttavia quel documento, il dibattito e la spinta innovativa che ne seguirono, furono di grande utilità per il Paese. Noi crediamo che oggi sia tempo di riaprire, con uno sguardo orientato alla complessità del presente, quel dibattito. Senza retorica, senza cadere nella celebrazione, ma anche senza cedere alle facili sirene che, ancora una volta, di fronte a segnali indiscutibili di crisi della comunicazione linguistica, auspicano il ritorno alla scuola “severa”, della regola grammaticale e della matita rossa e blu.

Tullio De Mauro, con la sua consueta e gentile ironia, avrebbe irriso questa antistorica lettura dei processi linguistici. Solo chi guarda alla purezza della lingua, al prestigio di sé e della istituzione che vuole rappresentare, può trascurare il fatto che dall'Unità ad oggi sia stato compiuto un vero miracolo linguistico. E sempre Tullio De Mauro avrebbe volentieri rinnovato la sua gratitudine a quelle migliaia di maestre che in condizioni molto difficili diedero un contributo fondamentale alla costruzione della unità linguistica degli italiani. E non avrebbe neppure dimenticato la svolta democratica della riforma della scuola media del 1960, che aprì finalmente le porte a una istruzione decorosa per milioni di ragazzi “figli del popolo” che in precedenza ne venivano esclusi.

Non c'è dunque da tornare ad una scuola che era buona e severa perché frequentata da una minoranza che aveva già, nelle proprie condizioni di vita, le garanzie di un buon esito scolastico. Era la scuola di classe che Don Lorenzo Milani avrebbe anche eticamente condannato, individuando proprio nella “conquista delle parole”, il riscatto degli umili. La scuola di classe non è definitivamente scomparsa: l’accesso generalizzato fino ai livelli superiori dell’istruzione pubblica non coincide con il possesso di una solida formazione di competenze per tutti. Questa è la grande sfida democratica del nostro tempo. Un tempo segnato da nuove e profonde disuguaglianze: economiche, sociali, culturali. Questo dato è confermato anche dalla indagine che ha incrociato i dati OCSE-PISA del 2000 (sui quindicenni) e OCSEPIACC del 2012 (sugli adulti). Se infatti si conferma in quel quadro la vocazione inclusiva della scuola primaria (elementare e media) pur senza approfondire quali siano gli esiti degli apprendimenti conseguiti, a partire dai 16 anni, i processi di selezione e persino rinforzo delle disuguaglianze, tornano rilevanti e colpiscono duramente soprattutto i giovani degli istituti professionali. Ma non solo: solo 1 giovane su 6 arriva al diploma, la dispersione è ancora al 15% malgrado l’obiettivo del 10% di Europa 2020, siamo ancora gli ultimi in Europa per numero di laureati. Ma soprattutto, come vedremo, siamo lontani dall’Europa per quanto riguarda la educazione permanente degli adulti e le politiche formative qualificate per l’accesso al lavoro.

E proprio mentre assistiamo al permanere di dati inaccettabili relativi alla dispersione scolastica, alla dimensione abnorme del fenomeno dei giovani di famiglie svantaggiate che non studiano e non lavorano, registriamo nello stesso tempo una vera e propria crisi della parola e del discorso. In particolare preoccupa il fatto che la comunicazione tra persone stia assumendo forme di riduzione e semplificazione, in evidente contrasto con la complessità del mondo contemporaneo. Dietro questa difficoltà espressiva, si apre una crisi anche educativa: la realtà delle persone, infatti, è intessuta di elementi percettivi, affettivi, intellettivi e una difficoltà a raccontare e raccontarsi è indicativa di una difficoltà a rappresentare se stessi e comunicare con gli altri. Un linguaggio più povero segnala un pensiero più povero. Non vi è dubbio, quindi, che le istituzioni chiamate ad intervenire sulla questione linguistica dovrebbero in primo luogo porsi il problema, in termini nuovi, della formazione iniziale e in servizio di tutti i docenti e non solo di quelli della specifica area disciplinare. L'educazione linguistica, infatti, è altro dall'insegnamento della lingua: non è una disciplina, ma è un modo di rappresentare ed insegnare le diverse discipline, facendo dei giovani i protagonisti di una comunicazione dialogica.

Di questi temi vogliamo discutere, senza ignorare il fatto che i fenomeni culturali connessi alla globalizzazione hanno certamente avuto un effetto sulla comunicazione tra le persone. Si sono infatti creati contesti comunicativi molto diffusi, tra i giovani in particolare: il web, i social network, i siti che aggregano gruppi di diverso tipo e poi i media, il cinema e le tante forme di intrattenimento. Tutto questo pone questioni inedite alla comunicazione e all'insegnamento della lingua. E sono tutte questioni non estranee al contesto scolastico e formativo perché la scuola e l'università non sono mondi separati, ma vivono gli effetti di fattori ed agenti esterni, contribuendo nello stesso tempo anche a modificarli. Soprattutto resta centrale la consapevolezza delle nuove contraddizioni che sta vivendo la nostra società.

Da tempo segnaliamo con preoccupazione l'emergere di una condizione sociale che esprime rabbia, rancore, litigiosità, aggressività, individualismo. Il linguaggio riflette questi mutamenti e arriva a condizionare i registri comunicativi dei media ed anche della politica, con un evidente abbassamento di livello. Il fatto drammatico è che sembra di assistere ad una assuefazione corale a questo degrado che da anni pervade il nostro Paese con un effetto profondo di declino culturale nel tessuto sociale. Dietro questa crisi del linguaggio non si può quindi non vedere la crisi del civismo in Italia e una preoccupante crisi del valore della stessa partecipazione democratica delle persone.

Nello stesso tempo, proprio la globalizzazione e il bisogno di valorizzare la propria identità nel mare della comunicazione e del mercato globale, ha aperto per la nostra lingua uno scenario di sviluppo e diffusione nel mondo, come mai si era registrato in passato. Il plurilinguismo, trainato dalla nascita della comunità europea, è certamente valore prezioso per una cittadinanza senza barriere, ma non cancella affatto la domanda di identità linguistica. La lingua italiana è sempre più parte organica del nostro straordinario patrimonio artistico-culturale e dei prodotti che vengono richiesti sul mercato internazionale e costituisce un valore insieme economico e culturale. E tuttavia le nostre politiche per la diffusione della lingua italiana all’estero restano ferme a vecchie pratiche ministeriali e a una visione angusta e provinciale che non riesce a dare una risposta convincente alle nuove domande.

Occorre dunque costruire le condizioni per aprire una nuova fase di crescita culturale. Occorre ridare senso a una linguistica democratica per alzare i livelli di padronanza linguistica di tutte le persone del nostro paese. E questo è possibile certo migliorando le didattiche nella scuola e nell'università, ma soprattutto aggredendo quei fenomeni di illetteratismo e povertà linguistico culturale degli adulti sui quali De Mauro aveva insistito negli ultimi anni del suo impegno civile e culturale. Da anni le indagini Ocse-Pisa e poi Piaac, hanno documentato la condizione sconfortante del nostro Paese nelle graduatorie relative al possesso delle competenze di base dei giovani. La CGIL aveva colto nel segno promuovendo una legge di iniziativa popolare per la formazione permanente, ma la legge 107/15 non ha minimamente preso in considerazione questa nuova frontiera dello sviluppo.

In tutti i paesi dell’Occidente, i sistemi scolastici accusano questa nuova contraddizione: da una parte tutti hanno innalzato i livelli di scolarizzazione di base ma, nello stesso tempo, tutti accusano il fenomeno di una veloce perdita del capitale culturale negli anni successivi alla conclusione dei percorsi di istruzione. In Italia, il processo è aggravato da una eredità ancora pesante di tanti adulti con un basso livello di istruzione scolastica, che si trasforma in barriera comunicativa con i propri figli e la società circostante. E’ dunque urgente e carico di significati politici e culturali un rinnovato impegno per fare della educazione degli adulti una battaglia fondamentale di tutte le forze democratiche. Oggi questa battaglia si impone anche per contrastare i rischi regressivi sul versante dell’accoglienza e dellaintegrazione degli immigrati.

Una buona conoscenza della lingua è condizione essenziale per capire la realtà in cui si è immersi e comprendere gli altri, per conoscere usi, costumi, norme, per accedere a percorsi di inserimento scolastico e lavorativo. E’ anche una condizione essenziale per evitare di riprodurre comunità omogenee, separate dal contesto generale. La conoscenza della lingua si ripresenta come presidio democratico irrinunciabile, come un imperativo di quell’articolo 3 della nostra Costituzione che oggi si afferma come valore anche per chi non è cittadino italiano ma ha scelto di vivere nel nostro Paese. Abbiamo dunque bisogno di un sistema di educazione permanente capace di valorizzare tutte le risorse presenti sul territorio ma forte di una garanzia pubblica di accesso, supporto, certificazione e valutazione. Per queste ragioni la costruzione di un sistema di educazione degli adulti resta un impegno prioritario e lo vogliamo sostenere a partire dalla valorizzazione dei CPIA quale soggetto pubblico di riferimento di un sistema inevitabilmente integrato e complesso.

Intendiamo approfondire i diversi e complessi aspetti della questione linguistica, che abbiamo qui sommariamente indicato, promuovendo un percorso di iniziative da realizzare nei prossimi mesi, aperto a contributi esterni e al confronto con le diverse voci del mondo della cultura.

Vogliamo aprire questo percorso con una raccolta di adesioni a questo documento e la sua presentazione in alcune realtà territoriali. Contiamo nei prossimi mesi di realizzare un evento nazionale, con la speranza che questo possa favorire la ripresa di una discussione a tutto campo sui nodi complessi del futuro e sollecitare quel cambio di passo nelle politiche generali e di settore, di cui avvertiamo urgente necessità».

CAMUSSO Susanna (Segr. Gen. CGIL Nazionale)
BERLINGUER Luigi (ex ministro P.I.)
FAMMONI Fulvio (Presidente FDV)
MASSAFRA Giuseppe (Segr. Naz. CGIL)
SINOPOLI Francesco (Segr. Gen. FLC CGIL)
SORELLA Sergio (Pres Ass. Proteo)

Si conclude oggi, 8 giugno, con la riunione del Consiglio dei ministri dei paesi dell'Ocse, il forum di dibattiti e di incontri che l'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico ha tenuto nel corso della settimana nella propria sede di Parigi. L'edizione di quest'anno si è svolta in un contesto fortemente segnato dalle evidenti tensioni nello scenario internazionale, dal clima di insicurezza derivante dal ripetersi di atti di terrorismo in tante aree del mondo, dai risultati elettorali che in diversi paesi hanno evidenziato sentimenti di avversione da parte dei cittadini nei confronti di governi, sistemi politici, istituzioni economiche e finanziarie globali. Un quadro che denota una sorta di vera e propria crisi dell'idea di democrazia, nel cortocircuito causato dall'assenza di regole e di governo della globalizzazione, che sta creando evidenti fenomeni di polarizzazione nelle società e nei mercati del lavoro, oltre che nuove e profondissime disuguaglianze. 

Da un lato, le risposte sbagliate alla lunga e duratura crisi economica producono su scala globale il peggioramento delle condizioni generali di vita e di lavoro per le persone che vivono di lavoro dipendente, dando corso a quel processo di impoverimento della "classe media" alla base della crisi di consumi, di domanda, prospettiva e miglioramento sociale per sé e per le proprie famiglie, processo che caratterizza il tempo presente. Dall'altro lato, la voracità del capitalismo e della finanza costruiscono le migliori condizioni per il costante arricchimento di élite sempre più ristrette di privilegiati, per i floridi bilanci delle multinazionali, per i guadagni smisurati di azionisti e amministratori delegati, senza alcuna considerazione per il destino di quanti vedono in questo stato delle cose la causa della loro insicurezza, della precarietà del proprio reddito e del proprio lavoro, della mancanza di speranza per il futuro. 

La stessa Ocse, che al Forum del 2016 aveva concentrato i lavori sulla questione delle disuguaglianze, ammette – per quando indirettamente e nella maniera felpata dei documenti e delle dichiarazioni ufficiali – che il mondo continua ad essere segnato da ingiustizie e iniquità nella distribuzione globale del reddito e delle opportunità e che i governi hanno la responsabilità di mettere in campo politiche adeguate per rispondere in senso socialmente sostenibile a queste sfide di carattere mondiale. Sfide che vedono aggiungersi, ai temi da tempo conosciuti, quelli inediti della digitalizzazione dell'economia, della nuova rivoluzione tecnologica conosciuta come Industria 4.0, delle incognite sul futuro del lavoro.

Il sindacato internazionale, che è rappresentato presso l'Ocse dal comitato sindacale consultivo Tuac, ha presentato alla riunione ministeriale un documento con le richieste del movimento globale dei lavoratori, che si possono riassumere nella necessità di un nuovo contratto sociale per il ventunesimo secolo. Ma cosa dovrebbe ricomprendere il contratto sociale del tempo nuovo? Intanto, un cambiamento radicale delle politiche di austerità e di taglio alla spesa pubblica e, insieme, un ritorno all'intervento diretto degli Stati nella sfera economica, per controbilanciare il dominio incontrastato delle multinazionali, ripristinare le giuste gerarchie tra politica ed economia, ricominciare a tenere nella giusta considerazione la "questione sociale". Le nuove politiche dovrebbero riguardare gli investimenti pubblici finalizzati alla creazione di buona occupazione (soprattutto giovanile e femminile), il coordinamento delle politiche fiscali, la transizione giusta verso la low carbon economy.

Per accompagnare questo cambio di paradigma, inoltre, servono scelte che rafforzino la contrattazione collettiva e rilancino il tema della crescita dei salari, ossia le questioni su cui con più forza si è abbattuta, negli anni alle nostre spalle, la mannaia del mantra neoliberista. Senza una crescita del potere d'acquisto dei lavoratori dipendenti non potrà realizzarsi né la diminuzione delle disuguaglianze né la robusta ripresa della domanda, necessaria per uscire dalla trappola della cosiddetta "ripresa senza crescita". È evidente come, per realizzare questi obiettivi, sia indispensabile tornare a credere nella contrattazione collettiva e nei sistemi di dialogo e di relazioni tra le parti sociali come leve per anticipare e gestire il cambiamento, distribuire meglio i risultati della crescita della produttività, affrontare il tema dell'economia digitale e della quarta rivoluzione tecnologica con un'ottica favorevole verso i lavoratori. 

Si tratta, insieme alle questioni del commercio internazionale e dello sviluppo sostenibile, dei temi su cui si gioca il futuro dei rapporti di forza su scala internazionale, del governo democratico dell'economia, della possibilità di definire un quadro condiviso di regole per affrontare i temi decisivi dell'immigrazione e dei rifugiati in fuga da guerre e persecuzioni, della costruzione di nuovi equilibri mondiali improntati alla pace e alla convivenza tra popoli e nazioni, del cambiamento climatico e delle scelte conseguenti su un nuovo modello produttivo compatibile con l'esistenza futura dell'umanità e del pianeta. Questa agenda per una nuova politica, un nuovo contratto sociale, un nuovo equilibrio tra capitale e lavoro, è il contributo del movimento sindacale internazionale alla discussione in corso. Senza presunzione, sarebbe bene che i grandi del mondo ne tengano conto, visti i fallimenti delle politiche e delle scelte applicate sino a questo momento che ci hanno portato sull'orlo del baratro. La nostra agenda può contribuire a costruire un mondo migliore.

Fausto Durante è il responsabile delle politiche europee e internazionali della Cgil

È in corso la quarta rivoluzione industriale e, più le persone se ne accorgono, maggiore diventa la percezione del futuro come una minaccia. A vedere nero non sono solo le vittime dell’esclusione sociale, ma anche i ceti medi impoveriti e tutti i soggetti che percepiscono se stessi in una traiettoria socio-economica declinante.

Attivare le persone nell’innovazione continua
La globalizzazione non regolata ha seminato troppe insicurezze e paure, ora ulteriormente alimentate dall’aggirarsi di un nuovo spettro: un’innovazione tecnologica i cui effetti dirompenti e spiazzanti rischiano di mettere fuori gioco le persone con competenze inadeguate.

Le cifre delle persone con bassi livelli di competenze, a rischio di esclusione sociale, sono impressionanti. In Europa 64 milioni di soggetti, più di un quarto della popolazione compresa tra i 25 e i 64 anni, sono in possesso di un titolo di studio non superiore alla licenza media e, secondo l’indagine Ocse-Piaac, in 20 Stati membri la stessa proporzione di adulti si colloca al livello più basso delle competenze alfabetiche, matematiche e di risoluzione dei problemi in ambienti tecnologicamente avanzati, un livello considerato insufficiente per vivere e lavorare oggi.

In Italia le cose vanno anche peggio: quasi la metà della popolazione adulta arriva al massimo alla licenza media e circa il 70 per cento non padroneggia le competenze chiave per il lavoro e la cittadinanza. Non deve stupire se questa ampia fascia di popolazione si ritiene molto vulnerabile e se nutre scetticismo nei confronti delle opportunità offerte dalle società aperte e dall’innovazione tecnologica.

Su questo vasto e profondo malessere sociale sta sviluppandosi nel mercato politico una varietà di risposte populiste accomunate dall’illusione di possibili protezioni delle persone dai cambiamenti: redditi di cittadinanza per tutti, neo protezionismo, uscita dall’euro e ritorno della svalutazione competitiva, blocco dei flussi migratori. Un’alternativa credibile alle risposte fake di populisti e sovranisti è possibile solo realizzando nuove ed efficaci politiche inclusive, che promuovano il sostegno e l’attivazione delle persone nel cambiamento.

In questo senso, appaiono del tutto improbabili sia le riproposizioni delle formule neoliberali centrate sull’astratta espansione di nuove opportunità insite in ogni processo di innovazione, sia le utopie retrospettive fondate sulle nostalgie dei regimi rigidi di tutele e protezioni sviluppati nell’età dell’oro delle socialdemocrazie europee.

Occorre, invece, una nuova capacità di coniugare produzione e redistribuzione della ricchezza, un nuovo e più avanzato intreccio tra interventi di protezione e di attivazione delle persone, che sviluppi le capacità e le abilità necessarie per vivere e lavorare in contesti in continua transizione. Senza uno scatto di innovazione nelle politiche inclusive inevitabilmente prevarranno le ricette populiste, perché, come aveva già capito Oscar Wilde, l’impossibile è sempre preferito all’improbabile.

L’apprendimento permanente contro l’emarginazione 4.0
Nell’era dell’innovazione pervasiva e continua, le nuove sicurezze sono sempre più connesse alla concreta possibilità di esercitare il diritto all’apprendimento permanente. Sostenere e rafforzare le persone nel cambiamento significa innanzitutto renderle attive e capaci di apprendere lungo tutto il corso della vita.

Se, come ci ha ricordato anche il pontefice, non bisogna rassegnarsi all'ideologia che solo la metà dei lavoratori lavoreranno, mentre gli altri invece saranno mantenuti da un assegno sociale”, se il lavoro è alla base del patto costituzionale di cittadinanza, allora occorre evitare che l’innovazione tecnologica metta ai margini ampie fasce dell’attuale forza lavoro.

Non si tratta solo di “adattare” le persone ai cambiamenti, ma di orientare e condizionare le innovazioni in corso, i cui effetti distruttivi sui posti di lavoro potranno essere più o meno compensati dalla creazione di nuovi lavori anche in ragione della qualità del capitale umano disponibile.

Gli effetti sul mondo del lavoro dell’innovazione tecnologica guidata esclusivamente dagli spiriti animali del mercato sono comprensibili già oggi: una polarizzazione in cui a una minoranza di lavoratori della conoscenza con elevati livelli di istruzione e remunerazione, corrisponde una maggioranza di lavoratori precari “uberizzati”, concentrati nei settori dei servizi a bassa qualificazione e retribuzione.

Per contrastare questa prospettiva occorre contemporaneamente tenere alta l’asticella dei diritti e del valore del lavoro e promuovere un innalzamento diffuso dei livelli di competenza della popolazione. Allora, il primo obiettivo da perseguire è assicurare a ogni persona le competenze chiave per il lavoro e l’esercizio della cittadinanza attiva: una base essenziale per poter attivare i processi di riqualificazione indispensabili per lavorare in contesti produttivi in cui cambia radicalmente il modo stesso di pensare prodotti e servizi, di produrli e commercializzarli.

La nuova sfida cognitiva posta dai processi di innovazione pervasiva e continua di Industria 4.0 è rappresentata, da un lato, dalla certezza della sempre più rapida obsolescenza di tutte le qualificazioni professionali e, dall’altro, dall’impossibilità di una previsione chiara e certa delle competenze specialistiche necessarie nel prossimo futuro.

In questo quadro di incertezza, l’unica soluzione possibile è mettere in grado le persone di apprendere continuamente. Si deve, quindi, puntare su una riattivazione cognitiva della popolazione adulta, assicurare a tutti le basi culturali essenziali per continuare ad apprendere, insegnare a imparare per stare al passo delle trasformazioni veloci e continue, promuovere l’acquisizione di quelle competenze trasversali sempre più determinanti per nuovi modi di lavorare: partecipazione creativa, assunzione di responsabilità, polifunzionalità, team working.

Una strategia nazionale per le competenze
Per un Paese come il nostro, agli ultimi posti in Europa per titoli di studio e livelli di competenze, non dovrebbero esserci dubbi, né ulteriori incertezze da parte di governo e Parlamento sull’adozione di una strategia nazionale per le competenze. Ma così non è: per questo i sindacati confederali, il Forum del terzo settore e le Reti dei Centri per l’istruzione degli adulti e delle Università per l’apprendimento permanente (Ridap, Ruiap, EdaForum) hanno dato vita a un Tavolo nazionale per promuovere l’adozione di politiche per la crescita dei livelli di competenza della popolazione adulta italiana, in coerenza con le indicazioni europee e, in particolare, con la recente Raccomandazione “Upskiling Pathways”. L’obiettivo è di assicurare a tutti le competenze chiave per il lavoro e la cittadinanza e di tendere a far conseguire a tutti titoli pari almeno al terzo/quarto livello Eqf.

Anche questa scelta europea soffre dei limiti delle politiche di austerity attualmente prevalenti nell’Unione, non sono previsti investimenti pubblici all’altezza della sfida posta. Questo non significa che non sia possibile anche nel nostro Paese, insieme alla rivendicazione di nuovi finanziamenti, cominciare a usare al meglio le risorse esistenti oggi spesso disperse in mille rivoli, in azioni inefficaci e, soprattutto, utilizzate quasi esclusivamente a favore della domanda più forte e consapevole: diplomati, laureati, alte qualificazioni professionali.

Per raggiungere la cosiddetta domanda debole, quella meno consapevole e spesso addirittura propensa all’autoesclusione, non basta infatti agire sull’offerta formativa, occorre rendere effettivo il diritto soggettivo all’apprendimento permanente, rimuovendo gli ostacoli economici e di tempo che frenano l’accesso alla formazione degli adulti. Di grande interesse, da questo punto di vista, il recente contratto nazionale del metalmeccanici, che assegna a ogni lavoratore permessi retribuiti e risorse finanziarie per la propria formazione.

Al sostegno e alla sollecitazione della domanda deve poi corrispondere lo sviluppo di sistemi territoriali integrati a regia pubblica capaci di attivare servizi coordinati di informazione, orientamento e certificazione delle competenze. Le norme per la costruzione del sistema dell’apprendimento permanente sono vigenti da ormai cinque anni (legge 92/2012) e non sono nemmeno mancati i necessari accordi in Conferenza unificata. Continua invece a mancare una visione a lungo termine delle prospettive di sviluppo del Paese, indispensabile per un investimento impegnativo e complesso come il superamento del deficit cognitivo italiano.

Lo stallo in cui versano le politiche per l’apprendimento permanente è inoltre il risultato del diffondersi dell’ideologia della disintermediazione sociale, più che mai dannosa in queste materie. È noto, infatti, che tutte le azioni di successo nel campo della formazione degli adulti vedono il protagonismo degli enti locali, delle parti sociali, del volontariato, dell’associazionismo. Le reti territoriali integrate (pubblico e privato sociale; apprendimento formale e non formale; formazione di base, digitale e professionale) sono lo strumento più adatto a intercettare i soggetti con bassi livelli di competenze e a realizzare percorsi utili e motivanti per la popolazione adulta.

Per un Paese come il nostro, così poco propenso all’azione sistemica, la spinta necessaria alla realizzazione di una strategia nazionale delle competenze non può che venire dalle forse sociali, come avvenne con le 150 ore, non a caso, una delle poche esperienze italiane di successo di formazione degli adulti. Lo stesso spirito deve tornare ad aleggiare per un’innovazione 4.0 che metta al centro dignità e qualità del lavoro.

Un Pon per cominciare
Da non perdere l’occasione offerta dai fondi europei (Pon per l’istruzione degli adulti): queste risorse devono essere il più possibile utilizzate per azioni che prefigurino il sistema integrato per l’apprendimento permanente. È possibile cominciare a realizzare percorsi formativi rivolti a lavoratori con bassi livelli di istruzione e disoccupati finalizzati all'acquisizione delle competenze chiave per essere lavoratori occupabili e cittadini consapevoli nell’era 4.0. È del tutto inadeguato pensare a una sorta di addestramento alle competenze digitali attraverso la formazione aziendale.

Nessuna formazione digitale è possibile senza una riattivazione delle competenze minime di base, linguistiche e matematiche, di cui risultano privi il 70 per cento degli adulti italiani, secondo l’indagine Ocse-Piaac. Sarebbe poi inaccettabile una formazione esclusivamente piegata agli interessi aziendali: i percorsi di apprendimento devono tener conto dei progetti di vita delle persone; le competenze comunque acquisite, anche attraverso le esperienze di vita e di lavoro, devono essere certificate, rese riconoscibili e spendibili anche all’esterno del posto di lavoro, nelle transizioni lavorative e per continuare gli studi.

Per questo il Tavolo nazionale dell’apprendimento permanente propone che, come anche contenuto nella Raccomandazione europea “Upskilling Pathways”, i percorsi formativi prevedano: • un bilancio delle competenze in ingresso; • un percorso formativo personalizzato e basato sull'integrazione delle competenze di base, digitali e professionali; • una certificazione conclusiva delle competenze utile per la prosecuzione dei percorsi di istruzione e spendibile nel mondo del lavoro. 

L’impegno del sindacato per la diffusione di esperienze formative con queste caratteristiche è un primo, ma significativo passo per lo sviluppo di una nuova capacità di contrattare la formazione e la valorizzazione delle competenze. Un tema che tocca sempre più il futuro delle persone e del sindacato: le competenze appartengono, infatti, al campo del lavoro e ne rappresentano ormai il valore più alto e meno sostituibile. Da esse, inevitabilmente, passa la strada per dare nuova forza al potere contrattuale del sindacato.

Fabrizio Dacrema è responsabile istruzione e formazione area welfare Cgil nazionale

All’Eurallumina di Portovesme, l’unica raffineria di bauxite in Italia, riapre oggi, 1° giugno, il servizio mensa per le squadre di manutenzione che operano all’interno dello stabilimento. Sono passati otto lunghissimi anni, da quel 31 marzo del 2009, giorno che l’azienda, tassello importante per la produzione dell’alluminio, con un accordo sindacale siglato davanti al ministro dello Sviluppo economico decretò l’avvio delle operazioni di fermata temporanea delle produzioni: 270 operai a casa con gli ammortizzatori sociali, altri 100 impegnati a turno nelle opere di custodia degli impianti.

Ben altra soluzione fu invece individuata per chi operava nei servizi affidati in appalto (tra cui, appunto, la mensa). Per loro la strada si fece tortuosa e senza coperture sociali. Nella prima fase, dopo la firma dell’accordo, gli operai impegnati nella manutenzione costituivano un numero talmente esiguo da non giustificare l’esistenza del servizio: così il gestore, ritenendolo non più economicamente remunerativo, lo chiuse. Per una ventina di lavoratrici sono stati anni di incertezze e sacrifici.

Da alcuni giorni, però, le cose sono cambiate: circa 150 operai varcano quotidianamente il cancello dello stabilimento Eurallumina: 100 sono diretti, una cinquantina sono quelli degli appalti. Per questo motivo, quel diritto a un pasto caldo, conquistato con le lotte degli anni settanta e ormai acquisito è nuovamente fruibile. “È una scommessa per il futuro – commenta Corrado Marongiu, delegato della Rsu di Eurallumina –, quello che sembrava un capitolo chiuso sta riprendendo il suo corso, smentendo chi ha continuato a dipingere la nostra azienda come una fabbrica chiusa e non invece un’attività che ha fermato temporaneamente le produzioni, per ragioni oggettive, ma che ha mantenuto costantemente circa 200 lavoratori impegnati nella salvaguardia degli impianti, in attesa del nuovo avvio”.

Per la Rsu la riapertura del servizio di erogazione dei pasti caldi è anche un atto di giustizia verso una decina di lavoratrici che vi operavano da oltre trent’anni. Con la cessazione dell’appalto avevano perso il lavoro e da alcuni anni erano disoccupate, senza l’assegno dell’ammortizzatore sociale. È anche un segnale di impegno e solidarietà che, cogliendo a pieno la volontà dell’azienda di non abbandonare il Sulcis, sfida il “fai da te” che aveva accompagnato questi anni di lavoro senza il servizio mensa, tanto che in occasione della riapertura è stata proclamata l’assemblea generale di tutte le lavoratrici e i lavoratori dell’Eurallumina e delle imprese d’appalto operanti all’interno dello stabilimento.

Va riconosciuto un grande apprezzamento alla ditta che si è aggiudicata l’appalto e ha scommesso in questa iniziativa – prosegue il delegato della Rsu –, siamo orgogliosi di aver proposto e riscosso il sostegno della direzione aziendale Eurallumina per far ripartire la mensa con le lavoratrici e i lavoratori storici. Un’affermazione di giustizia sociale che auspichiamo sia il preludio per una totale occupazione”. Numeri ancora esigui rispetto al passato, ma che fanno ben sperare. L’azienda ha presentato un progetto di rilancio che ha ricevuto il via libera da tutti gli enti coinvolti. Per la realizzazione di un cogeneratore di energia elettrica e vapore, l'adeguamento dell’impianto di raffinazione della bauxite per la produzione dell'allumina, minimizzando gli impatti ambientali e l'ampliamento del bacino dei fanghi reflui del ciclo produttivo, verranno impiegati circa 200 milioni di euro.

Per gli investimenti, che produrranno un impatto occupazionale di oltre 600 unità lavorative – 357 diretti (con circa 100 nuove assunzioni) e 270 degli appalti –, ci sarà lavoro garantito per 36 mesi. Dei 270 lavoratori degli appalti che parteciperanno alla fase di ricostruzione, 150 verranno riconfermati per la gestione delle manutenzioni quando la fabbrica rientrerà in esercizio. La fase di riavvio dovrebbe durare secondo i piani presentati alle parti dall’azienda circa tre anni, poi la produzione procederà a regime. Ecco perché la mensa è una conquista importante: apre le porte al futuro e scaccia quell’alone di incertezza costruito e alimentato da tanti nemici dello sviluppo industriale adeguato e compatibile con i tempi e l’ambiente, necessario per la crescita sociale ed economica del territorio.

Il lavoro va sostenuto soprattutto perché è una questione umana: dall'occupazione dipende il posizionamento delle persone all'interno della società, la loro realizzazione, in una parola la dignità dell'individuo. Il sindaco di Parigi, Anne Hidalgo, ha parlato oggi alla Mid-Term Conference della Ces, la tre giorni che si chiude al Teatro Quirino di Roma, con un intervento impostato su alcuni temi cardine: il lavoro, la sostenibilità ambientale, la questione femminile.

Davanti alla platea sindacale, il sindaco ha ricordato la sua provenienza: "Ho fatto per anni l'ispettrice del lavoro al ministero francese - ha esordito -, conosco bene i vostri problemi: so che il lavoro continua ad essere oggi una questione cruciale. Da questo dipende la dignità dell'individuo". Un'occasione per creare occupazione può arrivare dai Giochi olimpici, a cui Parigi si candida per il 2024: "Siamo l'unica città europea che prova ad ospitare le Olimpiadi. Con questa candidatura tentiamo di rilanciare il lavoro attraverso la creazione di posti di qualità. Allo stesso tempo vogliamo accelerare la transizione ecologica nella città: se riusciamo ad ottenere i Giochi può essere un volano per tutta l'Europa".

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Affrontare la sfida del clima con strumenti adeguati è sempre più urgente, ha detto Hidalgo. "È essenziale per tutti, si pone la questione complessiva della sopravvivenza del pianeta. Nostra responsabilità è gettare le basi per progredire: si pensi che il 70% delle emissioni CO2 vengono prodotte dalle maggiori città, quindi spetta in particolare a noi sindaci agire rapidamente. Sarà necessario uscire dal combustibile fossile - a suo avviso -, ma va fatto sempre nel rispetto dei lavoratori, per questo il fondo di transizione che avete creato è uno strumento indispensabile per tutti gli Stati europei". Si tratta di un fondo strutturale che "permette di accompagnare la riconversione e il mantenimento dei posti di lavoro". L'obiettivo che pone Hidalgo è "sfruttare le opportunità che ci vengono offerte, come la rivoluzione digitale, e allo stesso tempo tutelare con forza i diritti di chi lavora".

Per gestire al meglio i cambiamenti bisogna stringere alleanze con sindacati, imprese e anche col settore privato. "Non sarà facile, c'è l'esempio del settore automobilistico: il diesel che ha conseguenze nefaste per la popolazione, ma gli industriali ci hanno puntato nascondendo la realtà degli effetti nocivi. Oggi in quel settore ci sono migliaia di posti di lavoro che naturalmente non possono essere cancellati". Il sindaco ha raccontato l'esperienza di Parigi: "Ho vietato l'uso del diesel entro il 2020. Se tutte le grandi città dicono basta con il diesel, allora il mondo economico non potrà sottovalutarlo. Cosa fare? Possiamo creare una massa critica, così le imprese dovranno risponderci costruendo auto pulite". In questo scenario l'occupazione va trasformata, per offrire prospettive agli addetti dei settori in trasformazione: "Qui il movimento sindacale deve svolgere pienamente il suo ruolo".

Anne Hidalgo ha poi affrontato la questione femminile, vista dalla sua lente di sindaco donna: "Anche adesso uomini e donne hanno storie lavorative profondamente diverse, il tetto di cristallo resta intatto. Le donne sindaco sono ancora poche: quando mi sono candidata tutti si chiedevano se potessi sostenere il ruolo, se avessi le spalle abbastanza larghe. Per una donna è difficile imporre una scelta, deve dialogare con tutti per poi operare una decisione che sia sempre condivisa". I risultati delle donne al potere sono superiori a quelli degli uomini: "Lo dice uno studio dell'Onu: quando le donne si assumono la responsabilità, secondo le statistiche sono meno esposte ai rischi della corruzione. Allora facciamo in modo che ci siano più donne dappertutto. Se i Trattati di Roma fossero gestiti dalle donne, dalla società civile e dai poteri locali forse la situazione della Ue sarebbe diversa. Io - ha concluso - vorrei un futuro semplice per i nostri figli: aria pulita, non morire sul lavoro, avere un'occupazione dignitosa".

Nel corso della discussione è intervenuto il responsabile delle Politiche europee e internazionali della Cgil, Fausto Durante: "Il movimento sindacale italiano ha due segretari generali donne - ha detto -, l'uguaglianza di genere è al centro della nostra iniziativa". Il sindaco di Parigi, da parte sua, "porta un messaggio di speranza, ci dice che nella sinistra europea l'anima sociale è ancora viva: c'è attenzione per il lavoro, il clima, i diritti delle donne". Durante ha quindi ricordato il caso dell'Ilva:"Ieri la maggiore azienda italiana di produzione dell'acciaio ha annunciato 5-6mila esuberi: non è più possibile assistere al ricatto tra lavoro e salute. Dobbiamo conciliare le nostre esperienze, sindacali e politiche, per far sì che questo non accada mai più. Serve un nuovo modo di produrre, un modello che sia rispettoso dell'ambiente ma anche del lavoro delle persone". Per i settori che cambiano, inoltre, "è necessaria riqualificazione professionale dei lavoratori, attraverso una formazione che deve essere finanziata con l'intervento dello Stato". L'impegno verso le nuove generazioni, in definitiva, deve essere lasciare lavoro e speranza, non un pianeta morto.

Lo scorso 18 maggio la Fisac ha promosso, presso la sede nazionale della Cgil, un convegno dedicato al futuro dell’euro e dell’Ue, nel corso del quale è stato presentato il libro di Marcello Minenna “La moneta incompiuta” (Ediesse). Quello che segue è l’intervento svolto nell’occasione dall’autore

Si dice che una volta toccato il fondo non puoi che risalire.
A me capita di cominciare a scavare (Freak Antoni)

Gli elementi disgreganti dell’Eurozona: aspetti politici ed economico-finanziari
Qualche giorno fa Macron, nonostante nel suo programma elettorale avesse inserito l’esigenza di condividere i rischi all’interno della nostra area valutaria, ha dichiarato di essere contrario alla collettivizzazione dei debiti passati, definendola “una politica irresponsabile”. Poco dopo il suo portavoce ha espresso contrarietà agli eurobond. Qualche tempo prima il presidente Juncker aveva condannato l'idea della United Federal Europe. E ancora qualche tempo prima la cancelliera Merkel aveva affermato l’esigenza nel prossimo futuro di una Europa multi-speed. Non è detto che queste dichiarazioni siano pietre tombali al risk-sharing – vale a dire ciò di cui l’Eurozona ha bisogno – ma di sicuro, configurano un campo minato nel percorso verso una nuova e duratura Europa. A mio avviso rappresentano però bene l’incredibile involuzione della nostra area valutaria.

Nell’annus horribilis della crisi, e cioè il 2011, i paper che circolavano presentavano progettualità come gli eurobond o simili soluzioni per la condivisione dei rischi; sembrava che la crisi ci avrebbe portato diritti verso gli Stati Uniti d’Europa, e quindi verso un’Europa risk-shared. Invece non è andata così: l’Europa ha preso una pericolosa deriva a rischi segregati, cioè dove i rischi di debiti pubblici e privati vengono nazionalizzati nei vari Stati membri. Il tema è: a chi serve la nazionalizzazione dei rischi? Credo che serva a chi non ha fiducia nell’euro e in un’Europa con uno sviluppo armonico e a chi sta investendo invece in una soluzione egemonica degli equilibri tra i vari Stati membri. Quanto più i rischi sono nazionalizzati, infatti, tanto minori sono i danni collaterali, per quanto difficilmente ponderabili, di eventuali soluzioni consensuali di uscita dall’area valutaria unica.

Detto questo, vediamo quali sono le due grandi patologie della nostra unione monetaria, che non sono previste nei nostri Trattati, anzi a ben vedere sono in qualche maniera osteggiate. Innanzitutto un’area valutaria non può avere diciannove spread, cioè diciannove costi del denaro differenti, perché la merce (l’euro) è una sola e uno solo dovrebbe essere il suo costo. Se i costi sono differenziati si determinano divari di competitività nel sistema produttivo sia per le banche che per le imprese. Questi divari sono tanto maggiori quanto più il sistema è banco-centrico come appunto accade nell’Eurozona. È poi inammissibile che l’euroburocrazia non sappia distinguere tra “malinvestimenti” e “buoninvestimenti”; mi riferisco al fiscal compact, un accordo intergovernativo che tratta gli investimenti al pari delle spese improduttive e, quindi, alla fine, rende impossibile per gli Stati membri procedere a manovre fiscali anticicliche. Queste anomalie non sono scritte nei Trattati e da qui il falso problema di doverli cambiare per aggiustare le cose; nei Trattati sono infatti presenti i principi della condivisione dei rischi, dello sviluppo armonico e della convergenza dei cicli economici. Si tratta pertanto di interpretarli correttamente e, usando un anglicismo, implementarli per il benessere dell’Europa.

Regimi di cambi fissi nell’Europa
L’euro, da diversi anni, si comporta come un regime di cambi fissi; eppure è ancora in piedi e non dà segni di autonomo sgretolamento, come la lezione di Bretton Woods ci insegna. Consentitemi una metafora: un sistema di cambi fissi per i mercati finanziari è come un piccolo casinò per un ricco investitore. L’unico modo per evitare che il ricco investitore sbanchi il piccolo casinò, giocando al raddoppio, è non farlo entrare. Tornando alle dinamiche dell’Eurozona, nel 2007-2008 l’arrivo della crisi da oltreoceano aggiunge un ulteriore fattore di complessità, che rompe il compromesso implicito italo-tedesco tra finanza pubblica e industria manifatturiera, in quanto la germanizzazione dei tassi italiani si sgretola e lo spread la fa da padrone. Con lo spread il nostro debito pubblico e la spesa per interessi entrano in una nuova era, e quindi la permanenza nell’Eurozona diviene, mutuando un’espressione dalla medicina, uno stillicidio ematico.

Vi do una cifra che è impressionante: negli ultimi quattro anni il nostro sistema produttivo ha generato un minore gettito per lo Stato di circa 100 miliardi di euro tra mancate tasse delle imprese in crisi e deferred tax credits (crediti fiscali differiti) conseguenti alle svalutazioni dei non-performing loansde, cioè i crediti problematici accumulatisi nei bilanci bancari; quest’ultimo fenomeno è tutt’altro che irrilevante dato che oggi più del 10% del nostro sistema bancario è capitalizzato attraverso questi crediti d’imposta e rammento che su questa pratica contabile è in corso un’indagine della Commissione europea con l’ipotesi di violazione della disciplina degli aiuto di Stato. Se l’indagine dovesse terminare con esito sfavorevole si riaprirebbe (non che si sia mai chiusa) la stagione degli aumenti di capitale a spese del pubblico risparmio.

Qualcuno potrebbe sostenere che se queste sono le derive della nostra area valutaria allora perché non uscire come fu per il Serpente Monetario e per il Sistema Monetario Europeo? Il problema è che la metafora del ricco investitore e del piccolo casinò non opera per l’Eurozona. L’esistenza di una Banca Centrale unica con la capacità operativa della Bce non dà spazio ad attacchi speculativi con carattere di conclusività; non conviene. È infatti assai più conveniente creare tensioni sull’area valutaria, indurre, quindi, interventi straordinari della Bce, che generano prevedibilità per l’andamento delle principali variabili finanziarie ed effettuare “intermediazioni da spread”.

Mi spiego meglio: la Bce, con la sua operatività non convenzionale, interferisce con le normali dinamiche dei mercati finanziari definendo per gli operatori scenari maggiormente prevedibili. Questa maggiore prevedibilità consente a banche, assicurazioni e fondi di effettuare compravendite dei titoli di Stato dei Paesi membri per realizzare dei guadagni privi di rischio, proprio intorno all’andamento degli spread. Quest’operatività, l’“intermediazioni da spread”, appartiene alla famiglia degli arbitraggi e scommette de facto sulla divergenza delle curve dei tassi di interesse dei vari Paesi membri; si tratta quindi di divergence trades da non confondere con gli speculari convergence trades del triennio 1997-2000 che hanno costruito la curva unica dei tassi di interesse dell’euro.

I divergence trades trovano conferma a partire dal 2011 sui mercati dell’Eurozona in relazione ai vari programmi di prestiti straordinari alle banche (Ltro e TLtro) e di acquisto dei titoli di Stato (Smp e Qe) nonché in relazione al famoso whatever it takes del 2012 di Mario Draghi (che rammento non si è mai concretizzato in effettive operazioni sul mercato da parte della Bce) e purtroppo dominano ancora la scena sul mercato dei Govies. A meno di non voler veramente credere a chi sostiene che lo spread si sia strutturalmente ridimensionato grazie alle policies straordinarie della banca centrale. Il fenomeno dello spread è infatti ancora lì; studiando questa grandezza in termini di tassi di interesse reali (e, quindi, al netto dell’inflazione), si scopre che il 2016 non è stato poi così diverso dal 2011, l’annus horribilis. E d’altronde, perché gli operatori di mercato dovrebbero cambiare le valutazioni sulla rischiosità di uno Stato membro se nessuno si occupa di cambiare le regole di funzionamento dell’Eurozona in un’ottica risk-shared?

Una rinnovata dialettica politica per un nuovo set di interventi straordinari
Con queste condizioni al contorno bisogna identificare cosa fare. La mia opinione è che serva un drastico cambio di rotta. Nella dialettica politica si dovrebbe iniziare a bollare come euroscettiche dichiarazioni del tenore di quelle che ho citato all’inizio. Bisogna poi contrastare, o perlomeno non far passare inosservati, incontri bilaterali come quello dello scorso marzo tra la cancelliera Merkel e il presidente degli Stati Uniti d’America Donald Trump nel momento in cui vengono prevaricate le prerogative degli altri Stati membri. Una statistica può rendere meglio l’idea. Per l’80% della durata dell’incontro la Merkel ha discusso di politiche economiche dell’Eurozona e non di quelle tedesche: questa è un’evidente prevaricazione. Le istituzioni europee devono riprendere centralità e non farsi sorpassare a destra. Va contrastato il principio che “guida” chi ha la capital key più elevata nell’Eurosistema; perché finora purtroppo è andata così salvo rare eccezioni e non va bene. Alla politica non spetta solo un ripristino della dialettica istituzionale ma anche proporre delle soluzioni. Ci sono a mio avviso sette interventi mirati che si potrebbero porre in essere a trattati invariati, cioè sic stantibus rebus.

1) Le outright monetary transactions della Banca Centrale Europea, cioè lo “scudo anti spread”, dovrebbero stabilire nell’Eurozona un obiettivo zero spread a dodici mesi. Una dichiarazione del genere porterebbe gli investitori istituzionali a muovere la loro operatività nel senso dei convergence trades e ad azzerare lo spread nell’Eurozona, eliminando così quel fattore di divario di competitività dei sistemi produttivi che alimenta squilibri persistenti e crescenti fra i Paesi aderenti. Non è qualcosa di impossibile; come dicevo prima, è già successo nel triennio 1997-2000.

2) Il fiscal compact entro fine anno va ratificato nei trattati europei: l’occasione dovrebbe essere utilizzata per scomputare gli investimenti dal calcolo della spesa pubblica superando le quote risibili che oggi ci sono accordate dall’asse Berlino- Bruxelles. Se non ci fidiamo della classe dirigente dei singoli Stati membri, si può valutare l’eventuale istituzione di un Comitato Europeo che verifichi i “buoninvestimenti”, cioè quelli con moltiplicatore maggiore di uno. I “buoninvestimenti” vanno esclusi dall’algebra del fiscal compact. Segnalo, per inciso, che questi calcoli algebrici sono a mio avviso di dubbia legittimità dato che impostano la politica fiscale secondo una modalità pro-ciclica e, quindi, in piena contraddizione con i Trattati e con l’articolato stesso del fiscal compact, che invece definisce l’esigenza di politiche economiche anticicliche.

3) Il quantitative easing non dovrebbe concludersi senza un cambio di rotta verso il risk-sharing. Questo programma di acquisti di tioli – lo ricordo – è stato strutturato secondo una architettura a “rischi segretati”. La Banca Centrale Europea presta i soldi alle banche centrali nazionali, affinché queste comprino i titoli di Stato domestici (cioè ognuna quelli emessi dal proprio governo). Questa è un’anomalia che non a caso si riflette sul saldo Target 2: oltre 400 miliardi di euro di debiti dell’Italia verso l’Eurosistema (formalmente) ossia (sostanzialmente) verso la Germania. In un contesto normale il saldo del sistema di pagamenti interbancari di ciascun Paese dovrebbe essere prossimo allo zero. I numeri che osserviamo invece testimoniano l’errore architetturale del Qe definito così dopo le pressioni tedesche in Consiglio direttivo. Oggi la domanda è: come concludere il Qe? Semplice, riavvicinando il quantitative easing europeo a quello della Federal Reserve americana. I titoli di Stato delle banche centrali nazionali dovrebbero essere rilevati dalla Bce (non andare sul mercato) e i relativi prestiti andrebbero estinti.

4) Per i crediti deteriorati serve una bad bank europea. È vero quelli delle banche italiane ammontano a oltre trecento miliardi di euro, ma è altrettanto vero che il dato complessivo dell’Eurozona è anch’esso notevole: oltre mille miliardi. Peraltro, i nostri trecento, quasi per metà sono interessi larga parte dei quali anatocistici; infatti, come ricorderete, la sentenza che rende l’anatocismo illegale è del 2014; lo segnalo in quanto da questo punto di vista la situazione nell’Eurozona è eterogenea. A parte queste differenze – su cui prima o poi l’armonizzazione europea dovrebbe intervenire (come lo ha fatto per esempio sulla tempistica di svalutazione fiscale degli Npl portandola da 18 anni a 1, cosa che non è ci abbia proprio agevolato) – torniamo alla bad bank europea. Si tratta di ipotizzare un veicolo che vada ad assorbire questi crediti deteriorati – così da levare il tappo a questo lavandino dove ristagna la liquidità della Bce – e ripristinare così la capacità delle banche dell’Eurozona di sostenere il tessuto industriale e produttivo.

5) Il “Salva imprese”; sui crediti deteriorati serve una sincronizzazione della contabilità delle banche con quella delle imprese. Se un credito di cento euro nominali è iscritto nel bilancio della banca, in quanto svalutato, a trenta euro, andrebbe contabilizzato a trenta euro anche nel bilancio dell’impresa. Questo disincentiverebbe, tra l’altro, i fondi-avvoltoio dal comprare i crediti deteriorati delle nostre banche. Oltre alla sincronizzazione della partita doppia, servirebbe una garanzia dello Stato su questi crediti, da pagare a prezzo di mercato per superare le limitazioni europee sugli aiuti di Stato. La garanzia trasformerebbe il credito in un Btp sintetico, risolverebbe i problemi di assorbimento di capitale che i crediti deteriorati determinano per le banche e cancellerebbe l’indicazione di cattivo pagatore nella “Centrale dei Rischi”, consentendo all’impresa di riaccedere al credito. Con un po’ di liquidità le imprese potrebbero riuscire a lasciarsi la crisi alle spalle e evitare di finire nella lista nera delle aziende fallite che oggi conta già 45.000 unità; sempre che sia tra gli obiettivi dell’Eurozona riavviare il nostro sistema produttivo ed una sana relazione tra banca ed impresa.

6) Il Fondo europeo di tutela dei depositi; se non ricordo male l’Unione Bancaria aveva tre pilastri. I due che ci facevano male sono stati realizzati cioè il bail-in e la vigilanza unica europea. E il terzo – cioè il fondo di tutela dei depositi – a che punto è? Eppure è un pezzo di un accordo in essere. La domanda è evidentemente retorica. Sappiamo tutti che è bloccato dal veto tedesco; veto che è veramente inammissibile.

7) Prestiti agevolati e targeted della Bce (T-Ltro) per combattere i differenziali di inflazione all’interno dell’Eurozona, ovvero che vadano alle imprese e alle famiglie dei Paesi dove l’inflazione è più bassa. L’Eurozona non può consentirsi il rischio che l’obiettivo di inflazione al 2% della Bce possa essere interpretato come dato medio degli Stati membri, magari pure ponderato in base al peso degli stessi. Si potrebbe, infatti, arrivare a contraddizioni per cui con una Germania al 3% si potrebbero trascurare scenari deflattivi in altri Stati membri. Escluderei, tra l’altro, che i Padri fondatori dell’Eurozona immaginassero simili scenari. I T-Ltro qualificano un importante intervento di convergenza architetturale per la nostra area valutaria in quanto – una volta portato a casa l’obiettivo di azzerare lo spread – non possiamo dimenticare che anche il differenziale di inflazione, attraverso la metrica del tasso di cambio reale, altera la competitività dei sistemi produttivi.

Queste proposte sono veramente quelle che a me piacerebbe chiamare il “minimo sindacale” per tenere in piedi la nostra architettura valutaria. Altrimenti, e a me spiace dirlo perché sono un convinto assertore degli Stati Uniti d’Europa, il rischio è che ci dobbiamo preparare rapidamente a un piano B.

Marcello Minenna è docente di Finanza matematica alla Bocconi di Milano

Il pilastro europeo dei diritti sociali, adottato dalla Commissione lo scorso aprile, è un passo importante. Finalmente la "questione sociale" rientra, dopo tanti anni di trionfo neoliberista, nell'agenda europea. Ma se non seguiranno fatti ulteriori e concreti – a partire dalla riforma dei Trattati – tutto ciò non basterà a salvare l'Unione. Non fa sconti Nicolas Schmit, ministro lussemburghese del Lavoro e delle Politiche sociali (ma anche coordinatore dei ministri del Lavoro dei partiti socialisti europei) nel suo intervento alla Conferenza di metà mandato della Ces in svolgimento a Roma. Incalzato dalle osservazioni e dagli interventi dei dirigenti dei principali sindacati europei, Schmit ha affrontato i temi chiave del difficile momento che stanno affrontando i sindacati, la socialdemocrazia e l'idea stessa di lavoro, con i suoi diritti e le sue garanzie che si vanno sempre più restringendo.

"Dopo 15 anni di politiche economiche devastanti – ha detto il politico socaldemocratico – le parole non bastano più. Devono essere tradotte in pratica politica conseguente. Nulla arriverà gratis, serve  un forte movimento che appoggi il cambiamento e in questo il ruolo dei sindacati europei e nazionali è fondamentale".

Molto critico il giudizio sui partiti socialdemocratici europei: "Per troppo tempo siamo stati 'tentati' da idee neoliberaliste e i cittadini non lo hanno dimenticato: dobbiamo convincere la gente che samo cambiati. Per questo, insisito, è fondamentale rafforzare il dialogo con i sindacati: in molti Paesi queste organizzazioni rappresentano la base delle forze progressiste".

Tra i temi affrontati nel corso del dibattito, centrale quello del ruolo della contrattazione collettiva, sotto attacco in tutta Europa, persino in Paesi come la Svezia dove pure copre ben il 91 per cento dei lavoratori. "Una difficoltà che non sorprende – ha spiegato il ministro –. La forza dei sindacati e della contrattazione è legata alla seconda rivoluzione industriale, alle grandi imprese e ai settori pubblici. Oggi con la nuova economia è cambiato tutto, tutto è decentralizzato e milioni di persone lavorano, spesso come falsi autonomi, su piattaforme digitali. Bisogna trovare modi nuovi per coinvolgerli nel movimento sindacale e per questo anche i sindacati devono cambiare".

Intanto però, per supportare la contrattazione, Schmit si è detto d'accordo sull'opportunità di inserire nelle gare per gli appalti pubblici clausole che "favoriscano le aziende che privilegino la contrattazione collettiva e abbiano comunque al loro interno un buon dialogo sociale".

Infine, per il politico lussemburghese non si può più rimandare una riforma dei Trattati: "Di cambiamenti ne ho visti tanti – ha detto –, ma stavolta dovrà essere diverso. Nessun Trattato potrà sopravvivere se non avrà una forte componente sociale. In tutta Europa la nostra gente non accetterà nulla di diverso: i diritti sociali dovranno essere incisi nella pietra. Senza questo non sarà possibile nessun cambiamento". 

Secondo i dati aggiornati al 31 dicembre 2015, la popolazione straniera residente in Basilicata ammonta a 19.442 unità su 573.694 abitanti, con una incidenza del 3,4% sul totale dei residenti e una variazione percentuale rispetto all’anno precedente di ben il 6,8% in termini positivi. Un simile incremento è leggermente superiore alla crescita registrata mediamente sul territorio nazionale, è pressoché uguale a quello che si è avuto in Campania, ed è superiore al dato di Puglia e Calabria.

Certo, l’incidenza è di appena il 3% sulla popolazione regionale, ma possiamo affermare che non si tratta di un fenomeno di scarsa portata, perché cresce regolarmente e, quindi, è da considerarsi strutturale e necessitante di politiche specifiche. L’incidenza dei nuovi nati stranieri è del 5,8% sul totale delle nascite e, dunque, è più alta rispetto a quella riferita alla popolazione in età adulta, con 239 nuovi nati, 102 tra Potenza e provincia e 137 tra Matera e provincia.

Per quando riguarda richiedenti asilo e rifugiati, tra le nazionalità maggiormente presenti in Basilicata spicca l’Africa Occidentale. Tra le nazionalità residenti, invece, i cittadini nigeriani si collocano al nono posto tra le comunità straniere più rappresentate con 447 residenti, il 4,3 % sul totale degli stranieri, con una evidente sovra-rappresentazione del fenomeno migratorio nello spazio pubblico. Sarebbe utile approfondire questo tema in un focus specifico, ancora più per valutare gli effetti del decreto Minniti che, nelle intenzioni, punterebbe a ridurre in maniera brusca i tempi di accoglienza, collocando in tal modo molti richiedenti asilo in un limbo giuridico e in una condizione di irregolarità.

Seconde le stime elaborate dal Dossier Statistico Immigrazione 2016, la Basilicata è la regione italiana in cui maggiore è l’incidenza degli stranieri di fede ortodossa (il dato nazionale si attesta al 46%); seguono musulmani e induisti. A fronte di questi dati, in Basilicata non si rinvengono luoghi di culto ufficiali su base etnica. Il tempio sikh più vicino è quello di Battipaglia (in provincia di Salerno); non vi sono chiese di rito ortodosso (in termini generali), per le quali ci si deve spostare verso la Puglia; inoltre di recente è stato possibile censire tre luoghi di culto frequentati dai musulmani lucani: a Scanzano Jonico (Matera), a Potenza e a Venosa (Potenza). C’è dunque un mutamento religioso in atto in Italia, e pure in Basilicata.

L’indagine sulla popolazione scolastica, considerata su comunitari (prevalenti) e non comunitari, fornisce il dato di una crescita costante degli alunni “stranieri” nelle scuole lucane a fronte di un trend negativo nel numero complessivo di iscritti alle scuole regionali. Dei 2.562 alunni non italiani, il 33% sul totale è nato in Italia; la maggior parte di questi frequenta la scuola primaria (841); ben il 67,5% di coloro che frequentano la scuola per l’infanzia è nato in Italia e non è italiano come quasi un milione di persone nel nostro Paese. Luoghi di culto e mense scolastiche sono i posti in cui maggiormente si manifestano le differenze e sarebbe auspicabile che le istituzioni locali avviassero un dialogo più profondo con le comunità nazionali di appartenenza religiosa diversa dalla cattolica.

Sulla questione lavoro, ancora, sarebbe importante assumere accanto ad una prospettiva macro strutturale una analisi complementare che tenga conto delle reti migratorie e delle dimensioni culturali che incidono sui movimenti. I dati disponibili (Inail 2015) sul lavoro degli stranieri in Italia, ci mostrano come nel corso del 2015 (e già negli anni precedenti) ci sia stata una ulteriore perdita di occupati tra gli stranieri (- 52.036), soprattutto nel settore dell’industria. Tale andamento non è confermato per la Basilicata dove, invece, si registra un incremento nelle assunzioni di stranieri: nel corso del 2015, 802 nuove persone hanno trovato lavoro rispetto all’anno precedente (l’unico dato negativo si registra, anche qui, nel settore dell’industria con un - 45). Il settore su cui si registrano i dati occupazionali più altri tra gli stranieri continua a essere l’agricoltura con 2.470 nuove assunzioni; non solo situazioni emergenziali, tra cui Boreano di Venosa, Palazzo San Gervasio e Metapontino dove troviamo i cosiddetti “transitanti” che non assumono residenza in Basilicata e che, quindi, in numero maggiore non sono inclusi in questa disamina.

Considerando l’immigrazione lavorativa stabile, si punta l’attenzione sui lavoratori indiani, soprattutto nell’area della Val d’Agri, e in questo senso l’esperienza che la Cgil Basilicata sta svolgendo in quell’area attraverso il corso di italiano agli indiani sikh consente di poter aggiungere dei dati importanti. L’acquisizione di un livello adeguato di conoscenza della lingua italiana viene individuato come uno dei principi base secondo l’Accordo di integrazione previsto dal Testo Unico del 1998, ma l’interpretazione da dare a questa esperienza è soprattutto nella direzione della civiltà e del progresso sociale: non solo lo straniero sottoscrive un patto con l’Italia, ma il lavoratore si forma alla conoscenza della lingua che gli consente la comprensione dei propri diritti nel frammentato mercato del lavoro che lo ospita.

Mariantonietta Maggio è ricercatrice dell’Ires Cgil Basilicata

Troppo piombo nelle ali del lavoro agile. Lo dice in seduta plenaria il senatore Pietro Ichino, illustre avvocato e professore, già sindacalista. E sotto questo brutto titolo l’onorevole professore raccoglie alcuni elementi e chiavi di lettura del cosiddetto lavoro agile, che periodicamente risuonano dagli spalti datoriali e da alcune tribune accademiche. E chi ancora si meraviglia delle cose del mondo non può rimanere indifferente di fronte all’espressione “la prestazione lavorativa è esentata dal vincolo contrattuale del coordinamento spazio-temporale, assumendo così i tratti essenziali della prestazione autonoma”.

Certo può essere che chi si associa a questa affermazione si riferisca in realtà a dimensioni spazio-temporali diverse dalla nostra, ma qui da noi le cose vanno un po’ diversamente. Perché basta uscire dalla retorica e andare nel mondo reale, dove il lavoro agile esiste già ed è spesso formalizzato in progetti o accordi, per accorgersi che nessun datore di lavoro si sognerebbe mai di cedere il vincolo del coordinamento spazio-temporale. Né tantomeno di rinunciare ai vincoli di direzione e organizzazione del lavoro, costitutivi proprio del lavoro dipendente di qualsiasi tipo.

Nella pratica delle decine di progetti e accordi di smartworking che in questi anni si sono diffusi nelle aziende italiane, mai una volta il datore di lavoro ha disposto o proposto che il lavoratore agile fosse libero di lavorare in qualsiasi luogo e in qualsiasi tempo. Che poi fosse anche solo parzialmente libero di modificare le direttive e le disposizioni tecnico-organizzative del lavoro è questione che non vale neanche la pena sollevare. Anzi, a voler guardare il mondo, quello vero, le aziende che stanno sperimentando il lavoro agile, lo stanno facendo autorizzando i lavoratori a svolgere la propria prestazioni in luoghi specifici e, nella quasi totalità dei casi, vietando tassativamente il lavoro in luoghi pubblici.

Altro che assenza del vincolo. La chiamano tutela delle informazioni riservate e rispetto della privacy aziendale. Un tema su cui le aziende sono molto sensibili, anche se alcune nuove tecnologie consentirebbero di lavorare in pubblico con un rischio molto basso. Certo esistono anche realtà dove il lavoro agile viene praticato, ma non è formalizzato. E questo spesso lo si traduce nella richiesta di continuare a lavorare in un altro luogo, fuori dall’orario di lavoro, senza alcun riconoscimento e alcuna tutela, neanche quelle basilari. E probabilmente non ha nulla di smart se non lo si riconduce a un sistema di regole condiviso, anche per via contrattuale.

Ma dal mondo reale, quello delle aziende e dei lavoratori coinvolti in esperienze di smartworking emerge però anche altro: la difficoltà di contestualizzare l’introduzione del lavoro agile in un processo di innovazione dell’organizzazione del lavoro. Che in altre parole vuol dire, ancora una volta, che introdurre un nuovo strumento non è sufficiente a fare innovazione. Si può fare al massimo del taylorismo digitale. E invece questa sfida dell’innovazione si può vincere, nonostante le resistenze di una parte del management, proprio attraverso un maggiore coinvolgimento dei lavoratori e dei sindacati.

Paolo Terranova è presidente di Agenquadri

Negli ultimi anni si è molto parlato della sharing economy. Sul fronte del lavoro, però, il dibattito ha registrato una certa confusione, alimentata da diversi luoghi comuni, di effetto, ma fuorvianti. Nel nostro Paese in particolare si tende a confondere la sharing economy, intesa come “economia della condivisione” (in cui le persone condividono propri beni sotto-utilizzati con altre persone in una specie di scambio “alla pari” – come quando si condivono i costi di un viaggio in macchina) con realtà del tutto diverse.

La tendenza è soprattutto quella di utilizzare questo termine per riferirsi a ciò che altrove viene ormai definito come gig-economy, cioè “economia dei lavoretti”. Un concetto totalmente diverso dalla sharing economy: l’unico elemento in comune è spesso l’utilizzo di piattaforme tecnologiche per mettere in contatto gli utenti. Tuttavia, nella gig-economy – quella dove operano realtà come Uber, TaskRabbit, Foodora o Deliveroo – non c’è alcuno scambio “alla pari”: queste società offrono dei servizi ai consumatori attraverso una rete di lavoratori che viene coordinata anche tramite sistemi informatici. Altre volte, invece, i clienti “postano” dei lavori (come la trascrizione di audio o il riconoscimento di emozioni in un testo scritto) che possono essere eseguiti interamente online da altre persone, connesse da ogni parte del mondo a piattaforme come l’Amazon Mechanical Turk o Clickworker.

Nonostante sembrerebbe naturale applicare le protezioni a tutela dei lavoratori anche a chi è occupato nella gig-economy, c’è molto dibattito – e confusione – su questo aspetto. A parte la mancanza di chiarezza, che nasce dalla novità del lavoro scambiato su piattaforma, è evidente lo sforzo di nascondere il lavoro dietro parole come “favori”, “corse” e “compiti” e di classificare i lavoratori come freelancer indipendenti. Rappresentare questo tipo di lavoro come una semplice “condivisione dei favori” trasmette l’immagine della gig-economy come una realtà parallela, nella quale compiti faticosi sono svolti in maniera amatoriale, quasi si trattasse di hobby, senza niente in comune con il lavoro.

La realtà, però, è diversa. Per la maggior parte dei lavoratori, i lavori ottenuti attraverso una o più piattaforme costituisce la fonte principale del proprio reddito. Secondo una recente indagine, condotta dall’Ilo su due delle più importanti piattaforme per lo scambio di micro-lavori, il 40% di chi ha risposto indicava nel lavoro trovato sulla piattaforma la fonte principale del proprio reddito, con un impegno medio di 30 ore settimanali.

Un’altra impressione comune è che queste persone siano immancabilmente dei lavoratori autonomi, indipendenti dalle piattaforme e dai clienti che le utilizzano. Per essere più precisi, molta della retorica della gig-economy ruota intorno all’idea che i lavoratori siano i “capi di se stessi”, una nuova generazione di microimprenditori liberi di lavorare quando e come vogliono e di far crescere il loro volume d’affari senza rispondere a nessuno. Ma la verità è un’altra: mentre esistono alcune piattaforme che servono come luoghi di incontro per acquirenti e prestatori di servizi, nel caso delle piattaforme che offrono “prestazioni di lavoro”, raramente il lavoratore è libero di operare in maniera indipendente. Le piattaforme svolgono un rilevante ruolo di coordinamento della prestazione dei lavoratori e dei loro rapporti con i clienti.

Le piattaforme fissano spesso il prezzo della prestazione e definiscono le caratteristiche del servizio, o permettono ai clienti di farlo unilateralmente. Esse possono definire i tempi o i dettagli del lavoro, compresa la possibilità di istruire i lavoratori a indossare un’uniforme, a utilizzare strumenti specifici, o a trattare i clienti in un modo particolare. Molte piattaforme sono dotate di sistemi di controllo della performance, che permettono ai clienti di esprimere un voto sui singoli lavoratori e alle piattaforme stesse di limitare la possibilità per i lavoratori di vedersi assegnare determinati compiti, fino alla loro totale esclusione dal sistema.

L’intensità della direzione e del coordinamento a cui i clienti e le piattaforme sottopongono i lavoratori raggiunge in molti casi il livello di controllo normalmente riservato agli ordinari datori di lavoro, i quali però devono rispettare forme di protezione, minimi retributivi, limiti all’orario di lavoro, alti costi di previdenza sociale. In una storica sentenza contro Uber, un tribunale del lavoro del Regno Unito ha rigettato l’idea che i guidatori svolgano attività interamente autonome. Il giudice ha osservato, tra l’altro, come sia impossibile per chiunque di essi incrementare il proprio volume d’affari, a meno che “accrescere il volume d’affari significhi semplicemente passare più ore al volante”.

Osservata da vicino, la gig-economy appare non la “nuova” rivoluzione digitale del lavoro 4.0, ma semplicemente il lavoro occasionale del ventunesimo secolo. La tecnologia è cambiata, ma si tratta pur sempre di lavoro svolto da esseri umani sotto il controllo di altri esseri umani, in cambio di denaro. In realtà, il “gig-lavoro” va inquadrato all’interno di una più generale tendenza alla “casualizzazione” del mercato del lavoro, nella quale rientrano anche i contratti “a zero ore” e i falsi lavori autonomi.

L’assenza di una regolamentazione – che non sia quella autonomamente disposta dalla piattaforma – fa sì che il lavoro nella gig-economy sia caratterizzato dalla precarietà e da forme di protezione scarse o del tutto assenti. È ironico pensarlo, ma nel caso dei lavoratori giornalieri, degli scaricatori di porto, e di chi lavora a giornata nei campi – le forme di lavoro occasionale che vengono più facilmente in mente – il lavoro è solitamente garantito almeno per un’intera giornata. Nell’economia delle piattaforme, la garanzia dura il tempo della prestazione. Questo può coincidere con il tempo necessario a percorrere alcuni chilometri o con i dieci minuti impiegati per “taggare” le foto su Internet.

Il turker o l’autista di Uber, o il grafico che lavora su una piattaforma di design online, devono cercare continuamente una nuova occupazione, tenendo d’occhio lo schermo del computer o dello smartphone. A conferma di ciò, dalla ricerca dell’Ilo è emerso come, in media, i lavoratori passino 18 minuti a cercare lavoro per ogni ora di lavoro effettivo. E anche quando il compito da svolgere dura alcune ore o alcuni giorni, i lavoratori hanno bisogno di cercare continuamente nuovi lavori. Il 90% del lavoratori interrogati nell’ambito della ricerca ha affermato che avrebbe preferito lavorare più a lungo di quanto stesse facendo, indicando nella mancanza di lavoro e nella scarsità del compenso le ragioni di questa esigenza.

Ma nonostante il desiderio di un numero di ore di lavoro più elevato, molti lavorano già a lungo: il 40% degli intervistati ha dichiarato di lavorare regolarmente sette giorni a settimana e il 50% ha risposto di aver fornito prestazioni “tramite piattaforma” per più di dieci ore durante almeno un giorno nel corso del mese precedente l’intervista. L’esiguità del compenso, unita al bisogno di lavorare, fa sì che i lavoratori siano costretti a passare molte ore collegati alla rete.

La mancanza di protezione per i lavoratori, la natura occasionale delle prestazioni e gli elementi di direzione e controllo esercitati dalle piattaforme giustificano la necessità di regolamentare la gig-economy. L’auto-regolamentazione da parte delle piattaforme, come avviene al momento, non può assicurare condizioni di lavoro migliori e può mettere a rischio la sostenibilità delle piattaforme “virtuose”, in quella che appare a tutti gli effetti come una corsa globale al ribasso. Non solo. A meno che le autorità non intervengano a riconoscere che nessun lavoratore debba essere escluso dalle tutele solamente perché lavora per una piattaforma, le piattaforme continueranno a godere di un indebito vantaggio sui settori tradizionali, con il rischio che si determini un deterioramento generalizzato delle condizioni di lavoro anche al di là delle piattaforme.

Ma come regolamentare? Per prima cosa, la stessa tecnologia che ha reso possibile la parcellizzazione e la distribuzione del lavoro, può essere utilizzata per regolare il lavoro e proteggere i lavoratori. La tecnologia permette di monitorare quando le persone lavorano davvero, quando cercano un lavoro e quando fanno una pausa. Essa, dunque, può essere utilizzata per accertarsi che i lavoratori guadagnino un minimo compenso prestabilito, o il salario stabilito collettivamente dai lavoratori e dalla piattaforma. Se saranno introdotte forme di protezione del lavoro, le piattaforme avranno l’incentivo a riorganizzare il lavoro per limitare il tempo di ricerca dello stesso. La tecnologia e un miglior disegno organizzativo possono aiutare a minimizzare il tempo della ricerca, migliorando l’efficienza per tutti. Ciò può anche facilitare il pagamento dei contributi sociali e previdenziali.

Con un’offerta di lavoro praticamente illimitata e l’assenza di responsabilità delle piattaforme, la “casualizzazione” continuerà. Per quanto sia facile innamorarsi del glamour e della comodità delle app e del mito che le rappresenta come il segno di una rottura definitiva con il passato, dobbiamo ricordare che queste piattaforme non sono altro che un modo per organizzare il lavoro: guidare, fare commissioni, inserire online dati o la trascrizione di file audio non sono di certo cose nuove. La tecnologia è una forza potente, permettiamole di far funzionare meglio il mondo, non di favorire la scomparsa di ciò che si è ottenuto attraverso dure battaglie in materia di diritti dei lavoratori.

Janine Berg è senior economist presso l’Ilo a Ginevra; Valerio De Stefano è labour law officer presso l’Ilo a Ginevra

Mentre l’Inps continua a negare le prestazioni di welfare agli immigrati, regolarmente presenti in Italia, la giustizia, su sollecitazione dell’Inca, fa il suo corso segnando un orientamento ben diverso. Sull’argomento, l’attività di contenzioso del patronato Cgil acquisisce altri due risultati importanti. Il primo è un’ordinanza emessa dal Tribunale di Padova con la quale si accoglie il ricorso promosso da una cittadina moldava contro la decisione della sede locale dell’Inps di negarle il bonus natalità (bebè), perché in possesso di un semplice permesso di soggiorno per motivi di “lavoro subordinato” e non del titolo per lungosoggiornanti.

Il secondo risultato, ancora più rilevante, consiste in un’ordinanza della Corte Costituzionale riguardante il mancato riconoscimento dell’assegno di maternità dei Comuni. Entrambi i dispositivi affermano che è discriminatorio subordinare il riconoscimento delle prestazioni di welfare al possesso del permesso di lungo periodo. In particolare, il Tribunale di Padova ha ritenuto infondate le motivazioni dell’istituto previdenziale. La sentenza, giudicando il comportamento dell’Inps di “natura discriminatoria”, richiama la Direttiva 2011/98/Ue e in particolare l’articolo 12, laddove si precisa che i cittadini di paesi terzi ammessi in uno Stato membro a fini lavorativi devono beneficiare dello stesso trattamento riservato ai cittadini dello Stato membro in cui soggiornano per quanto attiene alle prestazioni di “sicurezza sociale”, come definite dal Regolamento 883/04, fra le quali sono inserite quelle a sostegno di “maternità e paternità”.

Sempre secondo il Tribunale di Padova, la norma è “precisa e incondizionata” e non ha bisogno per essere applicata di “una norma interna che la recepisca”, determinando la “disapplicazione” di qualunque provvedimento legislativo che si ponga in contrasto con essa. Non solo. Il tribunale aggiunge che condizionare il beneficio del bonus natalità al possesso del titolo per lungosoggiornanti crea una “insanabile disparità di trattamento” fra italiani e stranieri. “È infatti evidente – precisano i giudici, facendo proprie le osservazioni della Corte Costituzionale in tema di “invalidi civili” – che la necessità del permesso di lunga durata, rilasciato solo a particolari condizioni, viene di fatto a introdurre requisiti ulteriori richiesti ai cittadini stranieri, incompatibili con la funzione di sostegno economico e familiare caratterizzanti la prestazione di cui sopra”. Sulla base di queste motivazioni viene pertanto riconosciuto il diritto ai ricorrenti, anche con titolo di breve durata a percepire il bonus natalità pur sprovvisti del permesso per lungosoggiornanti.

Dopo il Tribunale di Padova, è toccato alla Corte Costituzionale esprimersi su alcune eccezioni di costituzionalità sollevate dai Tribunali di Reggio Calabria e di Bergamo, sollecitate ancora una volta dall’Inca, riguardanti il mancato riconoscimento dell’assegno di maternità rilasciato dai Comuni, nel primo ricorso, ad alcuni cittadini di diverse nazionalità (Burkina Faso, Ghana, Marocco) e nel secondo a una donna eritrea, con un permesso di soggiorno per motivi umanitari. In entrambi i casi, l’Inps ha negato il beneficio, facendo leva sullo stesso criterio adottato per la donna moldava a Padova, ma la Corte Costituzionale ha dichiarato inammissibile tale condotta, anche “per omessa considerazione del diritto comunitario o nazionale da parte dei giudici ricorrenti”.

La Consulta ha richiamato il rispetto di diversi articoli della Costituzione italiana, della stessa Direttiva europea, dei singoli Trattati europei, nonché della Carta dei diritti fondamentali dell’Ue e degli Accordi euro-mediterranei, laddove si sttabilisce il principio per cui le prestazioni assistenziali devono essere riconosciute anche ai cittadini stranieri regolarmente soggiornanti con in possesso titolo di soggiorno “semplice”. “La pronuncia della Corte Costituzionale – spiega Claudio Piccinini, coordinatore uffici immigrazione Inca – si salda dunque con la sentenza del tribunale di Padova. Anche se le prestazioni da cui muovono i giudizi sono diverse – assegno di maternità in un caso, assegno di natalità nell’altro –, è identico il ragionamento giuridico utilizzato per rimuovere le discriminazioni ai danni di titolari di permesso di soggiorno semplice”.

Per il patronato Cgil, il caso di Reggio Calabria è particolarmente interessante, perché si riferisce a una donna titolare di permesso di soggiorno per motivi umanitari, una condizione sempre più diffusa fra gli stranieri, ma normalmente poco considerata, perché di natura “temporanea”. La Corte, in questo caso, ha osservato come il giudice rimettente non abbia considerato l’articolo 34, comma 5, dlgs n. 251, che “riconosce agli stranieri con permesso di soggiorno umanitario i medesimi diritti attribuiti dal decreto stesso ai titolari dello status di protezione sussidiaria, tra i quali, ai sensi dell’articolo 27, comma 1, è annoverato il diritto al medesimo trattamento riconosciuto al cittadino italiano in materia di assistenza sociale e sanitaria”.

“L’insieme di queste pronunce rappresenta un orientamento giurisprudenziale coerente e di grande valore – spiega ancora Piccinini –, che ci spinge ad andare avanti nella nostra attività di tutela dei diritti dei migranti fino a quando l’Inps non rivedrà le sue posizioni, peraltro ancora una volta riconfermate nell’ultima circolare applicativa per il riconoscimento del premio alla natalità introdotto con la legge di bilancio 2017. Una decisione grave, contro la quale abbiamo già depositato presso il Tar del Lazio un altro ricorso”.

Oggi le imprese partecipate dallo Stato (Eni, Versalis, Saipem, Ansaldo Energia, Enel, Terna, Snam, Italgas, Leonardo-Finmeccanica, Fincantieri, Ferrovie dello Stato) sono considerate in un’ottica puramente finanziaria dal governo e dalla maggioranza della classe politica: quello che conta sono i profitti e, quindi, i dividendi versati al ministero dell’Economia, mentre la crescita degli investimenti e dell’occupazione sul territorio nazionale non suscita alcun interesse.

È arrivato invece il momento di un cambio di rotta per queste imprese, che rappresentano un patrimonio inestimabile del nostro Paese: bisogna fermare le privatizzazioni che ci stanno facendo perdere tutto quello che abbiamo costruito con la nostra intelligenza e il nostro lavoro e dobbiamo utilizzare le imprese partecipate con altre logiche.

Le grandi imprese ancora sotto il controllo pubblico sono uno strumento fondamentale di politica energetica, industriale e della ricerca e devono operare per il raggiungimento di obiettivi strategici di interesse nazionale nell’ambito di una programmazione dello sviluppo.

Per prima cosa, dobbiamo essere consapevoli che vi sono tensioni internazionali crescenti che rendono sempre più urgente la riduzione della dipendenza energetica dall’estero: oggi il 75% dei consumi interni è coperto con le importazioni di gas e petrolio. L’espansione dell’energia rinnovabile e la transizione verso un’economia ecologica sono obiettivi strategici che ci possono permettere di raggiungere una maggiore indipendenza energetica e quindi una maggiore autonomia politica.

Un percorso di questo genere richiede grandi investimenti sul territorio nazionale – solo per fare qualche esempio: in impianti eolici offshore con piattaforme galleggianti, in nuove tecnologie fotovoltaiche, in geotermia a bassa entalpia di superficie, in chimica “verde” e nuovi materiali biologici e biodegradabili, in nuovi veicoli elettrici e ibridi, in impiantistica per il riciclo dei rifiuti –: su questo terreno, le imprese partecipate dallo Stato sono in grado di fornire un contributo decisivo, diventando un motore di sviluppo anche per le piccole e medie imprese, le quali possono sfruttare le commesse create dalle grandi imprese.

Senza dimenticare un’altra decisiva questione: noi dobbiamo cercare di produrre le nuove tecnologie energetiche e i nuovi prodotti a basso impatto ambientale contenendo al massimo le importazioni, perché dobbiamo essere presenti in questi nuovi settori ad alto tasso di crescita produttiva e occupazionale. Per tali motivi, dobbiamo potenziare in modo consistente l’impegno nella ricerca e nello sviluppo di tecnologie innovative: le grandi imprese partecipate dallo Stato devono trainare la ricerca e l’innovazione tecnologica coinvolgendo le università e i centri di ricerca pubblici, i quali possono dare un contributo importante se sono parte di un sistema di innovazione nazionale.

Non solo. La nuova economia ecologica ha grandi potenzialità di sviluppo nel Mezzogiorno, dove vi sono consistenti fondi europei: qui le grandi imprese partecipate dallo Stato potrebbero aumentare considerevolmente le spese in ricerca, gli investimenti in nuove tecnologie e in progetti di riconversione ecologica del territorio.

La riduzione della dipendenza del nostro Paese dai combustibili fossili è strettamente associata all’abbattimento delle emissioni di sostanze inquinanti. Si tratterebbe di un passo fondamentale non solo per migliorare la qualità della vita dei cittadini italiani, ma anche per valorizzare il nostro immenso patrimonio artistico e culturale e le risorse naturali: un monopolio a livello mondiale che può essere sfruttato in misura ben maggiore e invece è messo a rischio da preoccupanti fenomeni di inquinamento dell’aria, del suolo, dei fiumi, dei laghi e del mare, oltre che dalla difficoltà nello smaltimento dei rifiuti, specialmente nelle regioni meridionali.

Per promuovere la crescita del turismo, accanto al miglioramento dell’ambiente, dobbiamo puntare sulla costruzione di un sistema che comprenda i trasporti e l’accoglienza – strutture ricettive e alberghiere –, passo fondamentale per favorire gli afflussi e la permanenza nel nostro Paese. Insomma, in un piano di sviluppo basato sull’energia, sull’ambiente e sul turismo, le società partecipate dallo Stato possono svolgere un ruolo decisivo, sia per creare innovazione e occupazione sul territorio nazionale, sia per costruire quelle condizioni per attrarre investimenti e personale qualificato che tutti invocano, ma che nessuno cerca realmente di conseguire.

Con la “Mappatura delle piattaforme di sharing economy, Marta Maineri (collaboriamo.org) e Ivana Pais (Università Cattolica di Milano) verificano annualmente lo stato dell’arte in Italia delle attività della cosiddetta economia della condivisione, ovvero quelle attività di scambio di beni e servizi tra “pari” rese possibili da piattaforme digitali che operano come market place. Nel rapporto sul 2016, presentato a Sharitaly il 23 novembre dello scorso anno, vengono individuate 206 piattaforme, di cui la maggior parte (68) di crowdfunding (raccolta fondi online), in crescita del 10% rispetto al 2015.

Da quando esiste, l’informatica ha fatto ampio uso di piattaforme, indicando con questo termine prima la struttura hardware, fisica, su cui si costruiscono e innestano le varie componenti periferiche di un computer, e successivamente la struttura software (a partire dal sistema operativo), che svolge la stessa funzione della prima, ma in versione digitale. Le piattaforme hanno la caratteristica di essere strutture-ospiti, ovvero luoghi di per sé “neutrali”, che abilitano funzionalità di altri elementi, tanto nel mondo fisico (telecamere, monitor, tastiere, lettori cd/dvd ecc.), quanto nel mondo digitale (per esempio, tutti i programmi che girano su Windows).

Negli ultimi 15 anni le piattaforme sono diventate sempre più la “base genetica”, nonché il riferimento concettuale e di significato di prodotti, servizi e organizzazioni. L’espansione del concetto-piattaforma è stato “tirato” dall’altrettanto veloce crescita del digitale interconnesso, o, in altri termini, della rete Internet. Nell’ultimo decennio il web ha visto nascere e svilupparsi piattaforme digitali che hanno permesso a soggetti fisicamente sparsi in ogni parte del globo di condividere dati, informazioni, programmi e prodotti.

Come ricordano McAfee e Brynjolfsson nel bellissimo libro da loro curatoLa nuova rivoluzione delle macchine” (Feltrinelli, 2015), gli “oggetti digitali” (foto, file, cartelle ecc.) hanno due caratteristiche che li rendono particolarmente adatti alla logica delle piattaforme web globali: innanzitutto, hanno un costo marginale di riproduzione pari a zero. Realizzare 100 copie un libro di carta comporta uno sforzo infinitamente superiore (energia, macchinari, tempo) rispetto alla realizzazione di 100 copie della sua versione e-book. La seconda caratteristica è la “non-rivalità”: un film in streaming può essere visto contemporaneamente da 2, 3, 300 o 3 mila soggetti senza che questo provochi il minimo problema. Sfruttando queste due qualità, e unendole alla capacità del web di connettere potenzialmente ogni computer della Terra, dal 2004 in poi abbiamo visto diffondersi due specifiche tipologie di piattaforma: i social networks da un alto e i market place digitali dall’altro.

Molta della retorica che ha guidato la nascita di queste piattaforme trova un punto identitario nell’assenza di organismi di intermediazione tra gli utenti. Il rapporto disintermediato tra pari viene così assunto a condizione strutturale di maggiore libertà, democraticità e trasparenza. Sono gli utenti che scelgono cosa condividere e quando, che cercano tra ciò che hanno condiviso altri, che selezionano, che esprimono il proprio parere (feedback), la cui aggregazione con il parere degli altri è il giudice della qualità, della verità e dei gusti.

Non solo. Nel mondo digitale, tenere traccia di ognuna di queste azioni (condivisione, ricerca, selezione, feedback, espressione di gradimento ecc.) è molto semplice, è poco costoso ed è facilmente accessibile. In quest’ottica, le piattaforme hanno aumentato la realtà fisica, offrendo un mondo di scambi umani, relazionali, informativi e indirettamente anche fisici (si pensi ai prodotti scambiati su eBay) in un modo più democratico di qualsiasi altro strumento finora utilizzato.

All’interno di questo scenario i solidi – per dirla à la Bauman – corpi intermedi (come le parti sociali, i partiti, i sindacati, le rappresentanze ecc.) sembrano destinati a estinguersi, lasciando spazio alla nuova generazione di piattaforme. Ma è proprio vero che le piattaforme sono strutturalmente disintermediate e i corpi intermedi strutturalmente non trasparenti (e quindi non democratici)? Possibile che non si possano sfruttare i benefici del digitale senza perdere la qualità, la profondità e la protezione che i corpi intermedi offrono alla società da oltre un secolo?

Nel 2016 la Cgil ha iniziato un percorso di riflessione, aggiornamento e azione concreta a partire dalla rilevazione di tre fenomeni: l’importanza dell’Ict digitale come General Purpose Technology, ovvero come tecnologia neutrale a larga diffusione che, come lo furono la macchina a vapore e il motore a scoppio, innesca cambiamenti rivoluzionari in ogni settore da esso toccati; la novità dei cambiamenti che ciò comporta in ambito produttivo e, conseguentemente, nell’organizzazione del lavoro tanto quanto nell’organizzazione sociale e civica delle persone; l’estendersi del concetto di piattaforma dalle relazioni (per esempio, Facebook) ai prodotti (vedi Iphone), dalle organizzazioni (per esempio, Pirates Party) ai mercati (AirBnB, Uber), fino alle forze “anti-sistema” (vedi Isis).

Questo percorso ha portato alla costituzione – sempre in ambito Cgil – di una Consulta sulle politiche industriali, stimolata da un Comitato scientifico di valutazione industriale e arricchita da una serie di strumenti e metodi per la valutazione e l’analisi, dalle policy pubbliche fino ai piani industriali delle singole imprese. Tanto nel Comitato quanto nella Consulta, la Cgil ha riunito personalità e competenze esterne alla confederazione e dunque autonome, connettendole alle proprio strutture (categorie e territori), con la finalità di allargare a una partecipazione qualificata. All’interno di questa logica, che mira alla prevenzione/previsione dei cambiamenti più che alla reazione ex post agli stessi, è stata subito evidente l’opportunità di creare una piattaforma digitale che potesse fungere da strumento e da luogo accogliente tutti gli scambi e le interazioni tra i soggetti coinvolti.

Da ultimo, lo scorso 10 maggio, la stessa Cgil ha lanciato Idea Diffusa, una piattaforma digitale che intende prendere il massimo delle potenzialità offerte dal digitale (rapporto fra pari, gestione remota delle informazioni, accessibilità ecc.) mettendole al servizio dell’azione di rappresentanza, di difesa dei lavoratori e di mediazione. Idea Diffusa permetterà in questo senso di raccogliere e scambiare documenti e informazioni, di lanciare approfondimenti specifici, di condividere un’agenda di lavoro, lasciando traccia delle discussioni e dei documenti in una forma che possa consentirne una facile ricerca da parte dei propri utenti.

Uno strumento di lavoro, ma anche un test sulla possibilità di aggiornare le modalità di lavoro del sindacato: per questo nasce come struttura interna, ma coinvolge da subito anche soggetti esterni. Un percorso che inizia con una piccola comunità, della quale si mette al servizio e da cui potrà raccogliere feedback e indicazioni per ulteriormente evolvere e allargarsi, dimostrando così che l’organismo che ha più chance di sopravvivere non è a prescindere il più forte, né il più nuovo, ma quello maggiormente capace di adattarsi.

Marco Tognetti è direttore di Lama Development and Cooperation Agency

Lo scioglimento per infiltrazioni mafiose dei Comuni di Gioia Tauro, Laureana di Borrello, Bova Marina, da parte del Consiglio dei ministri, le numerose commissioni di accesso in importanti Comuni della Calabria, i commissariamenti di enti strumentali della Regione, del sistema aeroportuale, le numerose inchieste della magistratura, rappresentano oramai la dimensione plastica di quanto le organizzazioni criminali non solo sono infiltrate nelle istituzioni locali, ma in “alcuni” casi le governano direttamente.

È ormai un dato di fatto: la 'ndrangheta nel fare il salto generazionale ha costruito purtroppo anche classi dirigenti. Oggi più che mai si rendono opportune molteplici azioni di contrasto. Prima di tutto, assumere la Calabria come vertenza nazionale e redigere un piano nazionale e regionale per il lavoro con investimenti pubblici e fondi ordinari. A Gioia Tauro serve un intervento serio di una struttura commissariale monitorata dalla prefettura di Reggio e dal ministero dell’Interno.

Nello stesso tempo, occorre che la politica avvii una discussione seria su una riforma istituzionale calabrese che ridimensioni le municipalità e la burocrazia, sia in termini di costi sia in termini di maggiore controllo. Avere 400 Comuni con 400 stazioni appaltanti, servizi, consigli comunali in una regione di un milione e 900mila abitanti apre le maglie dei controlli e diventa un costo esoso se pensiamo che la vicina Puglia con il doppio degli abitanti ha circa 250 Comuni.

Quanto all’area di Gioia Tauro, occorre imprimere una maggiore attenzione per la messa in sicurezza ambientale del territorio anche con specifiche iniziative di ordine pubblico, come già avviene in alcune aziende dell’area retro-portuale. Temi che meriterebbero un approfondimento specifico anche da tutta la classe dirigente politica regionale, atteso che su alcune scelte operate dalla Giunta regionale vi è stata una attenzione specifica nel merito.

A tal proposito, la Cgil Calabria chiede alla Giunta Regionale di costituirsi parte civile nel processo “Gotha” che si svolge presso il tribunale di Reggio Calabria e di sottoscrivere il protocollo di legalità sulla gestione delle risorse economiche comunitarie per come più volte richiesto.

Angelo Sposato è segretario generale della Cgil Calabria

La destra estremista, xenofoba e razzista non sfonda neanche in Francia, dopo che lo stesso era accaduto in Olanda e in Austria. Il rischio di una 'Vandea' populista, ben presente fino a qualche mese fa, è stato scongiurato. Dal punto di vista democratico, il quadro politico europeo sembra tenere e questo è un fatto sicuramente positivo. Che Le Pen non sia presidente è un bene per tutti”. A dirlo è il responsabile delle politiche europee e internazionali Cgil, Fausto Durante, interpellato da rassegna all'indomani dall'ampia affermazione di Emmanuel Macron eletto all'Eliseo con il 65% dei voti.

L'altro aspetto positivo, “con il rispetto e con equilibrio che si devono, quando si commentano le vicende di un altro paese – aggiunge Durante – è che Macron, pur con tutte le riserve sul suo programma politico, rilancia con forza il tema del progetto europeo. Di fronte all'evidente appannamento degli ultimi anni mi pare un segnale in controtendenza. Il messaggio politico e anche simbolico (appena dopo la vittoria, Macron si è presentato in piazza a Parigi sulle note dell'inno europeo, ndr) è che l'Europa può contare su un attore disposto a giocarsi la partita sul terreno della ripresa del progetto continentale”.

Ci sono però anche aspetti meno brillanti, che non convincono. Il leader di En Marche non è certo piombato dal nulla. Prima di ritirarsi per correre all'Eliseo, era alla guida del ministero dell'Economia che ha prodotto la legge che porta il suo nome, la legge Macron appunto. “Nei titoli e negli obiettivi aveva il compito di favorire il rilancio dell'economia francese, ma è stata valutata in maniera estremamente negativa dalla Cgt, da Force ouvrière e, almeno in una prima fase, da tutti gli altri sindacati”, sottolinea Durante.

Il neo-presidente francese è stato anche sostenitore e paladino della riforma che ha profondamente diviso il mondo del lavoro transalpino, la loi travail. L'inquilino dell'Eliseo “si è speso molto per farla approvare – ricorda l'esponente della Cgil – con una serie di forzature anche nell'iter parlamentare di fronte alle quali i sindacati, Cgt e Force ouvrière in testa, hanno messo in campo una mobilitazione fortissima”.

Più in generale, “c'è da interrogarsi sul tema della sinistra che scompare nel governo della globalizzazione e delle mancate risposte alla crisi. La via d'uscita di Parigi è stata l'elezione di un esponente politico che non ha certamente un background di sinistra e non propone un programma di sinistra; un aspetto che la famiglia del socialismo europeo e internazionale non può ignorare. Se si continua così – conclude Durante –, credo sia concreto il rischio di marginalità e inessenzialità rispetto ai processi politici, fatto da non augurarsi perché della sinistra e delle sue istanze, nonostante la sua incapacità a comprendere il mondo nuovo, c'è ancora bisogno”.

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